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Torna con Ho imparato a sognare l’interprete preferita dai cantautori italiani. A left racconta le sue collaborazioni e le sue speranze
Che sia una donna forte e tenace non c’è bisogno di dirlo. Fiorella Mannoia la conosciamo tutti, sempre pronta a mettersi in gioco e a darsi da fare, fino a prendere carta e penna e scrivere una lettera al presidente della Camera Fini per chiedere una destra più onesta con la quale confrontarsi, anche in maniera dura. Pronta ad ammettere la sua spocchia passata e a prendere parola per difendere i più deboli, lancia Ho imparato a sognare, una raccolta di canzoni di grandi autori, da Lucio Battisti fino a nuove leve come Niccolò Fabi, Cesare Cremonini e Tiziano Ferro, con tanto di duetto con Noemi, una delle rivelazioni di “X Factor”. «è come un passaggio di testimone», dice, ma i suoi sogni continuano.
Perché un album di cover? Era da tanto che mi girava per la testa, tutte le canzoni che proponevo dal vivo si trovano solo nei dischi live. Tanta gente mi chiedeva: «dove trovo “C’è tempo”?», non c’è, era la mia risposta. Allora ho deciso di racchiuderle tutte in un disco. Ho aggiunto anche quelle che avrei cantato o che ho sempre voluto cantare come “Estate” dei Negramaro o “Cercami” di Renato Zero.
Poi c’è questo titolo, Ho imparato a sognare, tratto dalla canzone dei Negrita. Qual è oggi il suo sogno? Grandi sogni non ne faccio mai, sempre piccoli, i grandi difficilmente si realizzano. L’importante è sognare e lavorare per realizzarli. Sogno e speranza sono due parole che vanno a braccetto. Ho imparato a sognare è una frase bella ed è bello che lo dica anche una donna matura come me, non c’è una stagione della vita dove uno non possa alzarsi la mattina e avere una meta.
Dà spazio ai giovani, in primis il duetto con Noemi, che ricorda molto i suoi inizi. Mi somiglia molto e spero che la collaborazione non si riduca solo a questo album. Mi rivedo molto in lei, è una ragazza genuina, non ha grilli per la testa, non si aspetta tanto da questa esperienza e fa bene. Bisogna lavorare, quello che succede è sempre un regalo. È come un passaggio di testimone.
Come vede oggi il ruolo della tv? Non ci sono altri canali per farsi ascoltare, hanno solo questa possibilità ed è dura. Possiamo anche criticare il reality, però essere giudicati tutte le sere non è facile. C’è una forte pressione perché devono rispettare i dettami della televisione. Purtroppo la tv vive di questo, di lacrime, di disperazione. Se dovessi scegliere farei un programma televisivo diverso, tipo il francese “Taratatta”. È il sogno di tutti noi che facciamo musica, ci sono le nuove proposte, quelli affermati e i cantanti stranieri che duettano insieme. Preferisco questo ai reality, però se poi tirano fuori artisti come Noemi o Giusy Ferreri, ben vengano.
Vedendo le ultime uscite discografiche si nota che in Italia è tornata la voglia di suonare insieme e di fare gruppo. Cosa ne pensa? Credo che sia un’ottima notizia. Fare sempre la stessa cosa è una noia pazzesca. Se non si hanno stimoli e confronti il mestiere muore.
Due anni fa uscì Onda tropicale con una “all stars” della musica brasiliana. Come fece a raccoglierli tutti in un disco? Se ci penso è una cosa che mi fa tremare le vene ai polsi. È cominciato tutto con “ Oh che sarà” di Chico Barque nella traduzione di Ivano Fossati: il primo che ho incontrato è stato lui quando venne in Italia e, come succede da noi se De Gregori accetta di partecipare a un progetto, a domino gli vanno tutti dietro per stima. Dopo Chico Barque è stata la volta di Caetano Veloso e a catena gli altri. L’esperienza brasiliana mi ha cambiato la vita. Ho perso un po’ di spocchia che avevo prima, che mi induceva a pensare che la canzone d’autore non si doveva mischiare con la canzone popolare. Per loro, invece, la musica è musica e quando è bella è bella tutta. Non fanno distinzione e collaborano con un’eleganza, una leggerezza, una spontaneità che noi non abbiamo. Da lì ho cominciato a guardarmi intorno e ho smesso di essere arroccata sulle posizioni di una canzone d’autore per la quale, per carità, ho ancora rispetto e gratitudine. Però ora mi sento molto più leggera e aperta.
Passando alla politica, ha scritto una lettera a Gianfranco Fini, come nasce? In prima battuta è stata completamente travisata. Hanno pensato che chiedessi a Fini di venire a sinistra. Neanche un bambino farebbe un errore simile. Il giornale L’ambasciata del mio amico Fabio Picchi del teatro del Sale mi ha chiesto di scrivere qualcosa. Ho pensato a questa lettera perché era da tanto che mi balenava nella testa. Mi stupiva e mi stupisce ancora l’apertura di Fini, le sue frasi di buonsenso di cui oggi abbiamo tanto bisogno. Non mi pare che lui dica cose di sinistra ma semplicemente di buonsenso. Lo guardavo dalla finestra con sospetto e il sospetto c’è ancora. Forse è una strategia, dico rivolgendomi a lui, forse ha capito che a sinistra c’è uno sbandamento, un vuoto e cerca di blandire gli incerti con buonsenso e dialogo. Io non so qual è il suo disegno ma siccome voglio lasciare spazio all’ottimismo e siccome le persone cambiano, raramente ma possono cambiare, voglio pensare che forse ha capito che è ora di deporre le armi e cercare di ragionare, avvicinarsi al confronto. Non stiamo facendo un discorso di utopia, in Europa destra e sinistra si scontrano in un terreno civile.
Il buonsenso manca anche a sinistra, però? Beh, ma Fini mi stupisce di più. Quando dice a un ragazzino «se ti dicono che sei diverso digli stronzo», mi stupisce. Lo guardo e mi chiedo: che sta succedendo? Non bisogna demonizzare tutto, c’è tanta gente a destra che non si riconosce in questa accozzaglia di personaggi che fa retorica da bar e umorismo da caserma. C’è anche una destra civile, che vorrebbe un Paese onesto. Poi ci scontreremo sui temi, sulle cose che ci vedranno in contrapposizione. Però penso che l’onestà sia un dovere di tutti.
Tempo fa ha dichiarato che a Roma si respira odio. È ancora così? Questo clima non aiuta, si invitano i cittadini alla delazione, a denunciare il clandestino. Come si può instaurare un rapporto di civiltà, tolleranza, quando le istituzioni lanciano messaggi così? È normale che si respiri un’aria pesante, tutti questi attacchi agli omosessuali, a Roma, non si sono mai verificati prima. È un momento difficile e pericoloso.
La musica che aiuto può dare? La musica fa quello che può, rappresenta il tempo che stiamo vivendo né più né meno. Scegliendo le canzoni che vogliamo cantare, appoggiando le cause che ci sembrano giuste, facciamo politica anche noi, tutti.
Si può fare qualcosa di concreto? Se si ha la volontà sì. A L’Aquila, con “Corale per Abruzzo”, siamo riusciti a fare qualcosa. C’era una parte dell’edificio di scienze dell’università leggermente colpito, siamo riusciti a ripararlo. Adesso bisogna fare qualcosa per le case degli studenti, bisogna riportarli lì, bisogna organizzare qualcosa altrimenti l’università chiuderà. La gente è ancora in tenda e soprattutto ci sono studenti che chiedono anche prefabbricati pur di non stare sotto le tende. Loro vogliono tornare in quell’università, farla rivivere. Siamo gocce nel mare ma se non facciamo qualcosa non sapremo mai che fine fa la nostra goccia. di Pierpaolo De Lauro 27 novembre 2009 ©Tachus
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