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A bocca asciutta Stampa E-mail
Left n.46 del 20 novembre 2009Il Parlamento italiano continua la strada liberista e opta per la privatizzazione delle risorse idriche. Eppure l’esperienza insegna che, abbandonando la gestione pubblica, l’efficienza scende e i prezzi salgono
di Francesca Caprini

L'acqua fa gola. Se ne erano accorte le multinazionali, che in piena epoca neoliberista, fedeli alle politiche del profitto, sono andate nei Paesi poveri e, grazie a governi consenzienti, hanno preso legalmente possesso delle risorse idriche e, sempre legalmente, hanno iniziato a lucrarci sopra. Hanno ridotto alla sete le popolazioni. Hanno ricattato. Si sono fatte beffe della dichiarazione dei diritti umani. Cose da Paesi poveri.
Questa settimana il governo italiano ha giocato la carta del voto di fiducia - «bisognava velocizzare i tempi», ha detto il ministro Vito - per approvare il decreto che all’articolo 15 stabilisce la liberalizzazione dei servizi pubblici locali: assieme a trasporto su gomma e rifiuti, la gestione dell’acqua.

Entro il 2012, dunque, lo Stato consegnerà l’acqua ai privati. Adducendo motivazioni che da una parte invocano la gestione privata come panacea degli sperperi pubblici - «È un problema di efficienza!», dice il ministro Fitto - dall’altra, la necessità di rispondere alle normative europee. Che parlano di «Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica».
Ma può essere l’acqua un servizio “a rilevanza economica”? E, soprattutto, è vero che privato è meglio?
L’approvazione del decreto al Senato ai primi di novembre aveva già indignato trasversalmente l’Italia: il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, che dal 2005 riunisce migliaia di comitati territoriali e organizzazioni nazionali per la difesa della gestione pubblica, si è mobilitato con la campagna “Salva l’acqua”, fatta di pressioni sui politici e informazione ai cittadini. Il 12 novembre, con palloncini e mani dipinte di blu, il Forum ha portato qualche centinaia di manifestanti sotto il Parlamento, e una delegazione ha consegnato a Rosy Bindi le 30mila firme raccolte contro la legge in sole 48 ore. Il messaggio era chiaro: l’acqua è un bene pubblico, un diritto umano, e non può essere trattato come merce. E nonostante due anni fa il Forum avesse raccolto 400mila firme per una legge di iniziativa popolare sull’acqua pubblica che giace alla commissione Ambiente - altro motivo per cui l’iter del decreto legge e il ricorso alla fiducia sono stati giudicati fuori luogo - le proteste sono state archiviate come frutto di “posizioni ideologiche” e la Camera ha approvato il decreto. Eppure i numeri parlano chiaro.

In Italia il privato ha messo le mani sui rubinetti da 15 anni. Per il 51 per cento i gestori degli Ato (le circoscrizioni amministrative entro le quali va realizzato il servizio idrico integrato) sono spa in house a capitale pubblico. Per il resto, sono società miste o private. Secondo la mappatura di Cittadinanzattiva, queste ultime sono soprattutto nel Sud Italia, mentre le società miste al Centro. Un affare, nel suo complesso, da 6 miliardi di euro, se ci limitiamo solo alle bollette. Poi ci sono gli investimenti statali, calcolati attorno a 60 miliardi di euro nei prossimi trent’anni.

E il privato funziona?
No. Aumentano i costi, diminuisce la qualità dell’acqua, e i dipendenti lavorano peggio. Lo spiega bene Alberto De Monaco, del comitato Acqua pubblica di Aprilia: «Noi veniamo dal futuro: la privatizzazione nella nostra città è arrivata sette anni fa. E le bollette sono salite fino al 300 per cento». E Acqualatina, il gestore locale, arriva anche a tagliare l’acqua ai morosi. Un altro esempio: ad Arezzo la bolletta è la più cara d’Italia. Lì la multinazionale Suez è arrivata dieci anni fa. Per non parlare delle cosiddette “deroghe”, per cui ogni tanto ci si beve un po’ più di arsenico del previsto, perché la depurazione costa.
D’altronde, se l’acqua è merce e il cittadino non può mettere becco sulla scelta del gestore, che motivo c’è di migliorare il servizio? Non c’è bisogno di allettare il “cliente” (cioè colui che beve) perché l’acqua è un monopolio naturale, né c’è ragione per cui si debba disincentivare il consumo.
Nei dieci anni successivi all’apertura alle liberalizzazioni delle gestioni idriche - tra il 1997 e il 2006 - le tariffe sono aumentate del 61,5 per cento, a fronte di un’inflazione del 25. Gli investimenti si sono invece dimezzati: 2 miliardi prima della legge Galli, 700 milioni annui, dopo. Nel 2009 la media degli aumenti è stata del 5,4 per cento, con picchi del 30 (a Salerno), mentre gli investimenti effettivi sono stati la metà di quelli previsti. Dunque, il privato al cittadino non conviene.

Sull’altro interrogativo
- il rispetto delle norme europee - si apre un’altra partita, quella fra enti locali e governo. Olanda, Svizzera - e non parliamo di Parigi, che nel gennaio 2010 ripubblicizzerà il servizio idrico - vanno in direzione contraria. Da noi c’è la Regione Puglia, che ha iniziato l’iter per la trasformazione dell’acquedotto locale, il più grande d’Europa, da spa in azienda di diritto pubblico e ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale l’articolo 15 perché bypassa le competenze regionali. «L’acqua non è un servizio a rilevanza economica», contestano Vendola e compagni, «e la sua gestione deve rimanere competenza locale». Il Forum dell’acqua indica la strada: decine i Comuni che stanno inserendo nel proprio Statuto la formula che toglie l’acqua dal mercato, l’ultimo quello di Venezia. Le spa in house si possono poi convertire in aziende speciali, organiche allo Stato e inattaccabili dai privati. Un futuro che vuole il controllo sociale e la partecipazione del cittadino nella gestione dei beni comuni. La campagna del Forum dell’acqua continuerà.
Se dunque l’impianto della “necessità per efficienza”, che è la posizione del governo, è smontato dalle evidenze, rimane la possibilità che l’articolo 15 sia un regalo alle sorelle dell’acqua, che nel nostro Paese affilano i coltelli da anni (vedi il carteggio Acea-Suez, che due anni fa parlava chiaramente di una strategia d’attacco sulle risorse idriche italiane). I “Paesi poveri” di cui sopra - Bolivia, Ecuador, Uruguay - hanno già cacciato a calci le multinazionali, al grido di “l’acqua è sacra, di tutti e di nessuno”. E hanno elaborato Costituzioni che riconoscono “acqua e ambiente come un diritto umano”. In Italia, invece, si privatizza. Ma, talvolta, anche a essere ideologici ci si azzecca.

20 novembre 2009

 
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