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di Massimo Fagioli

Avevo tenuto, sulla scrivania, il giornale che aveva dedicato tre pagine a Lévi-Strauss, Il profeta del pensiero selvaggio. Quando l’ho tolto ho pensato che volevo lasciarlo aperto perché potesse fare da base morbida ai miei fogli bianchi che aspettavano i segni d’inchiostro che avrebbero dato ad essi una fisionomia. E, forse, la parola selvaggio mi fece ricordare i volti dipinti dei... “selvaggi”. Ma poi, o insieme, ricordai la copertina bianca del libro del 2002 sulla quale avevo disegnato forme varie colorate, pensate dalle parole di una ragazza che aveva raccontato un sogno che diceva che si era dipinta il volto con vari colori. Io dissi che era il volto di un guerriero pellerossa sul piede di guerra. Sapevo che non era un’interpretazione stupida perché si riferiva ad un film, Qualcuno volò sul nido del cuculo in cui si rappresenta la storia di un coraggioso che si fa ricoverare in manicomio per affrontare la tragedia della sofferenza dei malati di mente. Ma non riesce, viene sottoposto a lobotomia e, demente, per pietà viene soffocato con un cuscino da un grosso indiano che poi, fugge dal manicomio. Fu chiaro il messaggio del film: qualsiasi rivolta alla psichiatria ufficiale che crede e dice che la malattia mentale è lesione dell’organo cervello, è impossibile. Ma io sentii che la distruzione del ribelle era dovuta alla violenza della scienza basata sulla ragione, che vede e pensa soltanto alla realtà biologica percepibile. E se accadde che alcuni proposero di abolire i ricoveri in ospedale che escludevano i malati dalla società, essa fu negazione. L’umanità che aveva spinto a rendere i malati uguali ai non palesemente malati, fu distrutta da quel linguaggio verbale che disse che la pazzia era naturale nella specie umana. Non c’era differenza tra sano e malato e l’idea dell’uguaglianza tra gli esseri umani fu pervertita nel pensiero dissociato che diceva: “La nascita umana è malattia mentale”. Fu distrutta l’immagine dello psichiatra e, con esso, la scienza medica che diceva che la malattia non è male originario dell’essere umano ma ha un’eziopatogenesi, ovvero una causa, un agente che lede la “naturale sanità” dell’essere umano. Ma, penso, non sono riusciti a fare una fantasia di sparizione verso l’idea del peccato originale anche se hanno tentato di fare della “pazzia” una malattia genetica. E mi chiedo perché il pensiero scientifico che ha portato alla conoscenza delle particelle invisibili, che abbandonano il termine materia per prendere quello di energia, non è riuscito a “vedere” la realtà mentale umana, oltre il pensiero razionale. Ed ho visto, più volte, scienziati e filosofi girare la testa per togliere il loro volto dalla mia vista, quando pronunciavo la parola trasformazione. Si pensava bene quando si studiavano le modificazioni dell’embrione e del feto, la moltiplicazione delle cellule a partire dallo zigote, ma il rapporto finiva quando dicevo: “Emergenza del pensiero dalla realtà biologica”.

Lessi tempo fa che un famoso chirurgo rispose al giornalista che gli chiedeva idee sulla nascita: “Per me il punto in cui cambia tutto è quando lo spermatozoo si unisce all’ovulo”. Ed io avevo sempre considerato che quell’unione accadeva come fatto biologico e che pertanto non si poteva pensare al termine trasformazione. Erano cambiamenti che non facevano, in verità, qualcosa di nuovo. Volevo fare lo psichiatra ed era ovvio che volessi comprendere il pensiero umano. Ed era altrettanto ovvia la realtà evidente che il feto, nell’utero, non ha pensiero. E mi trovai di fronte al mistero della domanda: quando compare il pensiero nell’essere umano? Quando la realtà biologica diventa veramente diversa? Forse non era giunto alla coscienza il pensiero di dovermi confrontare con il pensiero religioso che affermava la scissione e la diversità assoluta tra spirito e materia. Essi legavano il primo termine alle parole: infinito-eterno cercando di concettualizzare spazio e tempo, andando all’incomprensibilità di una astrazione fuori dell’umano e della realtà biologica.
Ed ora, nell’impossibilità di un ricordo cosciente, lascio andare la memoria che parla per immagini e “vedo” il movimento della ricerca che è giunta a proporre la prima identità dell’essere umano nel volto... uguale e diverso in ciascuno degli esseri umani viventi. Ed è palese che i volti del feto della specie umana sono uguali. Ed anche, quasi sempre, neppure i volti dei neonati sono distinguibili l’uno dall’altro. Così penso che la tentazione di pensare neonato uguale al feto, deve essere stata sempre grande, e nessuno ha mai pensato che esiste una differenza enorme, un salto della natura tra feto che non vive e neonato che è un essere vivente. E qui si dovrebbe essere costituita la sfida con la razionalità umana che è espressa dalle parole “pensiero che scopre e vede ciò che non è percepibile dai cinque sensi”. Sfida al pensiero semplice che, guardando soltanto la cosa manifesta, dice “feto e neonato sono uguali senza identità umana perché i volti non hanno una fisionomia distinguibile l’uno dall’altro”. 

Non caddi nel pensiero “semplice” perché l’osservazione del movimento invisibile, per cui c’è cambiamento nelle cose, mi disse che il muso dei leopardi o delle giraffe alla nascita, è indistinguibile dagli altri animali della stessa specie, ma rimane indistinguibile per tutta la vita. Il neonato umano, nel tempo di pochi mesi, assume una fisionomia che lo fa diverso dagli altri. E, senza ricordare scopro, con il pensiero fatto da immagini invisibili che, in un tempo lontano, mi posi la domanda “Cosa accade nell’essere umano che non accade negli animali? La formazione della evidente fisionomia originale dell’essere umano è soltanto fatto biologico che segue lo stesso meccanismo dello spermatozoo che si unisce all’ovulo?”. Udii una volta che una biologa diceva che il fatto che da cellule con 46 cromosomi si abbiano cellule con la metà del patrimonio genetico è, razionalmente, incomprensibile. Ma io pensai che, in questi cambiamenti, si rimane nella realtà materiale ed è sempre lo stesso fatto... senza fisionomia. E rimaneva sempre il mistero della fisionomia umana in cui ciascun essere umano ha una anatomo-fisiologia del volto uguale, ma una fisionomia diversa l’uno dall’altro. E la ricerca si complicava con l’osservazione che gli animali, allo specchio, non riconoscono se stessi e “pensano” che sia un altro animale. Ed Ovidio disse che Narciso che fuggiva dal desiderio di Eco, non riconosceva se stesso. Evidentemente, “vedevo qualcosa”, oltre la piccola figura che si formava sulla rètina. Gli occhi e la bocca, erano diversi nell’uomo e nella donna.

Ho lasciato Lévi-Strauss un po’ lontano ed i pensieri si sono levati in volo come una nuvola di storni ed io, come un gaucho sudamericano, ho cercato di fermarne qualcuno con la corda che circonda il collo del cavallo selvaggio. E torna la memoria indefinita del cammino sul terreno accidentato fatto da grossi sassi che si chiamavano, oltre Freud, Binswanger, Heidegger, Sartre, anche Foucault, Barthes, Lacan che erano più pericolosi perché, come pietre su cui era caduto olio di scarico delle auto, facevano scivolare via il pensiero. Lévi-Strauss diceva che il funzionamento della cultura e della società evolute o selvagge, si basa su strutture inconsce. A me non piaceva la parola struttura e non piacevano le parole “qualsiasi cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici al primo livello dei quali c’è il linguaggio. Avevo sentito ed intuito che i due termini, simbolo e linguaggio, erano alleati e parenti della parola razionalità. A me piacevano le parole fantasia e immagine che si legavano alle altre che, senza di loro, erano vuote di senso. Io giunsi alla ricreazione della fantasia di sparizione che, scrivendo poesia, diventa linea dalla forme infinite.

Guardo con la misteriosa memoria che non ha ricordi le pagine di left e vedo parole che dicono pensieri che so derivati dalle percezioni della veglia e dalle sensazioni che si hanno nel rapporto interumano. So che sono forme indefinite di luci e ombre, colori e chiaroscuri che non hanno bisogno di contorni definiti per avere un pensiero preciso e deciso. So che non vennero mai trasformate in pensiero verbale. Sono timide ed, avendo avuto sempre il terrore della violenza della ragione, non si sono mai fregiate del nome: conoscenza. Hanno provocato sensazioni, impressioni, amori ed odii, attrazione e repulsione senza che chi prende rapporto con loro sia mai riuscito a capire... cosa dicano. Intravedo, quasi fosse un sogno, un intreccio incomprensibile che mi portò a scrivere le migliaia di parole depositate su left. Penso che sia l’intreccio indefinibile tra le mie sensazioni e intuizioni e pensieri, ed i comportamenti, i discorsi spesso dissociati di malati e non malati, ed i sogni che mi venivano raccontati. Resterà sempre ignoto il cammino che dalla rètina, dal timpano che si muove ed anche dall’olfatto e dalla pelle, va alle varie zone della corteccia e si trasforma in pensiero verbale che passa alla gola ed alla mano e fa parlare e scrivere.

 
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