Una rivista diversa, che apre finestre su una società viva, che riflette e discute. È “Una città” che nasce a Forlì
Già un’altra volta ho tessuto l’elogio della rivista più bella d’Italia (dopo left, of course, e comunque si tratta di mensile...). E’ Una città, fatta a Forlì da un gruppo di persone che vengono da esperienze varie e che prestano la loro opera gratuitamente per convinta adesione a un progetto culturale, politico, umano. Vi sfido a prenderla in mano una volta sola e poi a riuscire a staccarsene (ormai introvabile nelle librerie ci si può solo abbonare). Composta solo di interviste ha un formato decisamente ampio, un po’ più di un foglio A4 - anche se non più il “lenzuolo” di qualche anno fa - e affronta i temi più urgenti del nostro presente interrogando protagonisti di esperienze sociali significative o autori di libri che si considerano in qualche maniera rilevanti o semplici individui che parlano di una situazione specifica. Esperti, gente comune, sindacalisti , architetti, disoccupati, commercianti che denunciano il pizzo, maschi che fanno autocoscienza… Non il mito della società civile, che in sé non è meglio del ceto politico. Ma l’interesse verso quella parte di società civile che si muove, riflette, discute.
Sfogliando i due numeri più recenti, il 167 (settembre) e il 168 (ottobre), mi limito a citare due “pezzi” . Un’intervista a Ugo Trivellato, professore di statistica, sulla flexicurity, adottata come obiettivo dall’Unione Europea, un modello che prevede flessibilità nei rapporti di lavoro e un sistema di Welfare universale e generoso (oltre al reddito minimo garantito per i più poveri, che non può essere la nostra social card, di quaranta euro mensili, sotto la soglia dei food stamps statunitensi). E soprattutto una intervista - credo preziosa per la sinistra italiana - alla sociologa Marianella Sclavi sul successo di Obama. Tra le molte cose sottolinea come il presidente americano si sia impegnato nella “gestione creativa dei conflitti”, nella loro trasformazione in occasioni di creazione di nuovi terreni comuni. Spiazzare e spaesare l’avversario politico, uscire dalle cornici, immaginare ogni volta un linguaggio capace di unificare. Un po’ quello che Vittorio Foa, grande eretico della sinistra, chiamava la mossa del cavallo. Già il modo che ha Obama di presentarsi come «l’uomo dal nome buffo» trasforma lo sconcerto dell’interlocutore in una ragione di complicità. Ma prendiamo il discorso che ha tenuto al Cairo. Non ha detto, come avrebbe fatto Bush, che gli americani sono buoni. No, ha subito portato ai paesi musulmani i saluti della numerosa comunità musulmana degli Stati Uniti, facendo dunque saltare gli stereotipi del “noi” contro “voi”! Insomma: rifiuto di infilarsi nel gioco a somma zero (“Se ti do ragione ammetto di avere torto”) a favore di un gioco a somma positiva, che moltiplica il ventaglio delle scelte. E che non rinuncia a nessuna radicalità. Una lezione da meditare, soprattutto per chi si ostina a pensare che solo a piazza del Popolo, nella manifestazione per la libertà di espressione, ci fossero dei veri “cittadini” mentre il resto degli italiani è composto da una massa beota e teleguidata. di Filippo La Porta 20 novembre 2009
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