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Dai racconti di Dino Buzzati, uno spettacolo sulla semplicità dell’infinito
C'è ancora qualcuno in giro che ha memoria e si ricorda di uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento, Dino Buzzati. Claudio Capecelatro, regista e anche interprete assieme a un gruppo di bravi attori, ha allestito alla Casa delle culture di Roma un suo libero adattamento dei racconti di Buzzati. Ha intitolato lo spettacolo Una storia difficile, come a parafrasare, a mo’ di omaggio discreto, l’ultima raccolta di novelle buzzatiane, Le notti difficili, apparsa nel 1971, un anno prima della morte.
Buzzati era nato a San Pellegrino di Belluno nel 1906, proprio in mezzo alle montagne che tanto amava e che ricorrono sovente nei suoi scritti. Nel testo di Capecelatro le cime alpine mancano, però vi si trovano molte altre cose, soprattutto le più importanti per capire lo scrittore: lo stupore di fronte allo scorrere misterioso della vita; la visione magica del tempo, dello stare al mondo, delle cose quotidiane; quella particolare dolcemara solitudine che entra in chi legge la prosa di Buzzati. Il regista sa rintracciarne il particolare mélange di ironia e saturnismo, di surreale e materiale, ne restituisce l’idea di una semplicità di ciò che è inspiegabilmente infinito nel fatto di essere, nell’atto di esistere. La gran messe di opere buzzatiane avrebbe potuto perdere lo spettacolo, indurlo a correre dietro alle tante possibilità che lo scrittore offre come fossero mille farfalle e non acchiapparne nessuna per furore di volerle tutte. Invece la regia si concentra su alcune scelte che danno il senso dell’anima buzzatiana, riproducendone il gioco, ossia rendere immense le sciocchezze e minuscola l’immensità: lo sconosciuto che tende il pulsante della bomba «grande come la luna» a chi l’ha invocata, le scatole dei giorni perduti, le perfide pettegole concentrate a parlar male della comune amica buona e generosa che asserisce, mentendo, di passare il sabato con l’amante e invece va ad aiutare una vecchia zia.
Ci si chiede perché Buzzati come molti altri, Corrado Alvaro per esempio, Giovanni Arpino, Vitaliano Brancati e se ne potrebbero citare a iosa, lo stesso Moravia, persino Flaiano, diversi fra loro ma accomunati da evidente grandezza, vengano dimenticati dagli italiani, escano dalla conversazione pubblica sulla letteratura e la cultura nazionali. Una forma di ferocia, di autocannibalismo che sicuramente ha varie spiegazioni, di cui una però potrebbe chiamarsi invidia. L’invidia tutta italiana per chi è bravo, per chi sa fare il suo mestiere e ha talento. Un vizio spaventoso che distrugge il presente, cancella la memoria e sigilla le tombe. di Marcantonio Lucidi 20 novembre 2009
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