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Eni fa investimenti ad alto rischio in Congo Stampa E-mail
La compagnia energetica ha firmato un accordo con lo Stato centroafricano per l’estrazione del petrolio e per la coltivazione dell’olio di palma. Senza, però, considerare le ricadute sociali e ambientali

I progetti di Eni per l’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose e per la coltivazione dell’olio di palma nel Congo Brazzaville sono oggetto di un dossier fortemente critico, pubblicato dalla fondazione dei Verdi tedeschi Heinrich Böll, perché rischiano di provocare danni irreversibili alla biodiversità, alle comunità locali e al clima.

Quello nel bacino del Congo è il primo progetto per lo sfruttamento delle sabbie bituminose in Africa, mentre quello relativo all’olio di palma per fini alimentari e per la produzione di biocombustibili è considerato uno dei più grandi del continente.

Nel 2008, Eni ha siglato un’intesa su più fronti con il Congo, Paese ricco di petrolio ma con un alto tasso di povertà e minime condizioni di trasparenza e di rispetto dei diritti umani. Le foreste primarie coprono i due terzi del territorio, osserva il dossier, e sono essenziali per la sopravvivenza della popolazione locale e come immagazzinatori di anidride carbonica. Il governo del Congo vuole assicurarsi la leadership sulla gestione delle risorse del bacino, tuttavia i suoi precedenti nel far rispettare la normativa sulle foreste e sulla protezione ambientale sono particolarmente negativi.
Il rapporto, sottoscritto da varie organizzazioni non governative, tra cui l’italiana Campagna per la riforma della Banca mondiale, ricorda che, nonostante la ricchezza petrolifera del piccolo Stato centroafricano, il 70 per cento della sua popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Sugli accordi tra Eni e il governo congolese non c’è stato c’è alcun coinvolgimento significativo della popolazione, a livello locale o nazionale, da parte della compagnia italiana o del governo africano, in merito agli impatti sociali, ambientali e fiscali dei progetti. Questo, afferma la Fondazione Heinrich Böll, viola la stessa politica di Eni sull’ambiente e i diritti umani, mettendone in dubbio la conclamata volontà di essere una protagonista dello sviluppo sostenibile.

Eni, dal canto suo, sostiene che nessun progetto interesserà foreste pluviali o altre aree a elevata biodiversità e non comporterà reinsediamento delle popolazioni locali. Tuttavia, secondo quanto denuncia il dossier, nelle ricerche condotte proprio dall’Eni si attesta che l’area dove si ricaveranno le sabbie bituminose è per circa il 70 per cento occupata da foreste e da zone ambientalmente molto sensibili, con insediamenti umani.
Una dimostrazione, conclude il rapporto della fondazione tedesca, di come alcuni investimenti in nuove fonti energetiche, sia fossili che rinnovabili, siano particolarmente dannosi per il clima, l’ambiente e le comunità locali.

di Beniamino Bonardi

20 novembre 2009

 
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