È l’unico provvedimento bipartisan che accomuna il Pdl Baldassarri al Pd di Bersani. La proposta di una cedolare secca sul reddito derivante dagli affitti sbarca in Finanziaria. Per ridurre i balzelli solo ai grandi rentier dell’immobiliare di Manuele Bonaccorsi
Troppo costoso ridurre le tasse sui salari, difficile abrogare l’Irap. Per non parlare del quoziente familiare che tanto piace ai cattolici: servirebbero miliardi. Ma non ci sono. Nella strettoia dei conti pubblici, nel Paese dal più alto debito pubblico d’Europa, sarà difficile ridurre le tasse. Ma l’irreprensibile censore dei libri contabili Giulio Tremonti, sa che qualcosa dovrà cedere. Dopo due anni con la cassaforte chiusa, in troppi chiedono di ridurre gli odiati balzelli, anche nelle fila della maggioranza, vedi la fronda finiana di Baldassarri. Insomma, un segnale bisogna darlo, anche minimo, da spendere nei “Porta a porta” delle prossime regionali. Tra l’ipotesi in campo si fa strada quella della cedolare secca sugli affitti. Forse l’unica proposta veramente bipartisan che esista in Parlamento. Sta nella controfinanziaria di Baldassarri proposta come emendamento al Senato. E alla Camera c’è una proposta di legge del Pd, che ha ricevuto, almeno verbalmente, il via libera anche dalla maggioranza. D’altronde i democratici avevano già tentato di farla approvare quando erano al governo, in particolare Rutelli se n’era fatto portatore. Ma aveva dovuto cedere, dinanzi alle resistenze dell’incorruttibile Visco e della sinistra radicale. Questa Finanziaria potrebbe essere la volta buona. Peccato, però, che la cedolare secca, rispetto all’attuale sistema di tassazione sugli affitti, avrà una conseguenza un po’ paradossale: aumentare le tasse ai poveri, per ridurle ai ricchi. Il tutto su redditi che non derivano dal lavoro, ma su vere e proprie rendite. Un regalo ai rentier dell’immobiliare, nel Paese dove le tasse su salari e imprese sono fra le più alte d’Europa. E dove, nel 2008, sono stati emesse 51.390 sentenze di sfratto, in crescita del 17 per cento. Inquilini senzatetto e padroni di casa esentasse.
Un balzello uguale per tutti al posto di una tassa progressiva. Questo il senso della cedolare secca. Oggi, chi percepisce un affitto, paga sul reddito l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, con aliquote progressive: dal 23 per cento per i redditi sotto i 15mila euro, al 43 per cento per chi dichiara oltre i 75mila euro. Il reddito da locazione, però, non viene tassato per intero. Nel caso di un canone a prezzo libero (i contratti 4+4) si paga l’Irpef solo sull’85 per cento del reddito. Se il proprietario decide di affittare a canone concordato (con un prezzo più basso, quindi) ha una detrazione del 40,5 per cento. L’obiettivo del legislatore, dunque, è quello di favorire i contratti di locazione meno onerosi per l’inquilino, per calmierare il valore degli affitti. Con la cedolare secca, a questo complesso sistema si sostituisce un’unica tassa, uguale per tutti, del 20 per cento. Qual è la conseguenza? Val la pena fare un esempio. Il signor Rossi è un pensionato al minimo, con un reddito di 15mila euro annui, proprietario di una casa, che affitta a canone concordato. Oggi il signor Rossi percepisce dall’affitto della sua abitazione 10mila euro annui e vi paga 1.368 euro di tasse. Con la cedolare secca ne dovrebbe pagare 2.000. Il dott. Bianchi è invece proprietario di decine di appartamenti a Roma, che affitta a prezzi esorbitanti a canone libero. Da cui guadagna 100mila euro, il che lo costringe a versare allo stato l’Irpef con l’aliquota più alta, il 43 per cento. Finora, pagava sul canone ricevuto 36.550 euro. Da domani, con la cedolare secca, ne verserà solo 20mila. Mentre il pensionato Rossi paga 631 euro in più, l’immobiliarista Bianchi è più ricco per ben 16mila euro.
Ma ciò che più stupisce è che su questa proposta convenga tutto il Parlamento. Dal Pdl Mario Baldassarri, alla Pd Paola De Micheli: ex Margherita, assessore a Piacenza, città del segretario Bersani, di cui è una convinta sostenitrice. De Micheli sul tema ha presentato due progetti di legge. Il primo introduce la cedolare secca in ambedue le tipologie contrattuali, con la conseguenza che il canone concordato potrebbe perdere ogni appeal per i proprietari. Il secondo, invece, introduce il nuovo sistema di tassazione solo per il canone concordato, che diverrebbe quindi molto conveniente. «Il vantaggio di questa seconda proposta - spiega De Micheli - è che ha bisogno di una copertura finanziaria più limitata, circa 450 milioni di euro. Inoltre, la nostra proposta rende detraibile al 19 per cento il valore dell’affitto pagato dall’inquilino. Esiste così un interesse concorrente, di ambedue le parti, a far uscire i contratti dal nero». Secondo le stime, infatti, almeno il 15 per cento degli immobili affittati sfugge completamente al fisco, generando un mancato gettito di circa 900 milioni di euro. Un’emersione generalizzata, dunque, potrebbe ripagare per intero il provvedimento. «Ne ho parlato anche con Bersani - continua la deputata del Pd - perché su questo tema è possibile lavorare insieme alla maggioranza. La modalità che propongo è, comunque, una sperimentazione, che potrebbe permettere al Tesoro di valutare le conseguenze ed estendere in futuro la cedolare secca a tutto il mercato». Ma il Pd, per bocca del suo segretario, non riteneva una priorità il taglio delle tasse sui salari? «Certo, noi chiediamo anche quello. Ma costerebbe 3 miliardi, bisognerebbe reintrodurre l’Ici», aggiunge De Micheli.
La proposta della cedolare convince le associazioni dei proprietari, non solo i grandi della Confedilizia, ma anche la Appc, Associazione piccoli proprietari case, cioè coloro che meno guadagnerebbero dalla nuova tassazione. «Se uno ha 200 milioni in case, deve sapere quanto gli rendono. Se ci paga il 40 per cento non ci si guadagna niente. Così la nazione non progredisce, perché l’edilizia è tutto in un Paese», si accalora Leandro Gatto, segretario generale dell’Appc. «Certo, se non c’è copertura cominciamo dai canoni concordati, ma l’obiettivo dev’essere estendere a tutti la cedolare», spiega Gatto. «Non capiamo come sia possibile che si trovino centinaia di milioni di euro per costruire nuovi immobili di edilizia popolare, che poi finiscono in mano ai prepotenti, agli occupanti abusivi e ai professionisti della morosità più che agli aventi diritto, e non si trovi una somma ben minore per istituire la cedolare», si lamenta un comunicato congiunto di Aapc, Unioncasa e Confedilizia.
Molto dubbiose, invece, le associazioni degli inquilini. «Un’aliquota del 20 per cento per tutti i contratti equivarrebbe ad abrogare il canone concordato. Non ci sarebbe più alcun vantaggio», spiega Walter De Cesaris, segretario nazionale dell’Unione inquilini. «Se la proposta riguardasse solo il canone concordato sarebbe meglio, ma ritengo non sia questa la vera emergenza, in un Paese dove gli sfratti per morosità sono ormai l’80 per cento del totale, e in costante aumento. A Roma, ad esempio, nell’ultimo anno sono cresciuti del 171 per cento». Dello stesso avviso Franco Chiriaco, del Sunia-Cgil: «In un mercato con un’evasione fiscale massiccia, servono controlli sistematici. Ed è illusorio sperare che l’abbassamento della pressione fiscale sugli affitti farebbe diminuire i canoni. Una cedolare secca generalizzata sarebbe solo un regalo alla grande proprietà. Se invece la cedolare fosse limitata al canone concordato, questa tipologia diventerebbe concorrenziale col canone libero, che oggi richiede affitti inarrivabili per le capacità reddituali della domanda». È probabile che, alla Camera, il governo sposi proprio quest’ultima proposta. Ma solo per mancanza di soldi. Il vero obiettivo, tristemente bipartisan, è quello che si creerebbe un Robin Hood al contrario: rubare ai poveri per dare ai ricchi. 13 novembre 2009
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