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Il flusso libero di Zaha Hadid Stampa E-mail
Questo fine settimana a Roma apre il Maxxi, il primo Museo nazionale delle arti del XXI secolo e centro di ricerca e sperimentazione. Opera cruciale della produzione dell’architetto iracheno
di Serena Pietrantonj

Se tutti gli edifici sono lo sfondo di una e più storie, non tutti gli edifici una storia la pretendono e chiedono al fruitore di esserne parte attiva. Il Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, primo museo di arte e architettura contemporanea in Italia e centro di ricerca e sperimentazione, è un’opera cruciale della produzione di una donna architetto, Zaha Hadid, irachena, laureata prima in Matematica a Beirut e poi in Architettura presso l’Architectural association di Londra, dove sceglie di vivere per poter realizzare la sua idea di libertà. Il suo è un percorso sovversivo, rigoroso nell’evoluzione continua a partire da un’idea: l’architettura non è un ambito chiuso ma una dimensione in movimento che amplifica lo spazio, lo dilata, lo sovverte, lo curva.

Il Maxxi non è un museo nel senso canonico del termine, e non è uno spazio univoco ma un luogo liquido che fa del flusso, del movimento e del percorso l’elemento informatore dello spazio, superando il senso del limite e del muro, che diventa traccia di una delle tante traiettorie possibili. Non si può nemmeno parlare di edificio in senso stretto ma di campo urbano che restituisce alla città una grande piazza e apre al libero flusso dei cittadini gli ambienti di ingresso, ricezione, ristorazione e l’auditorium collocati al piano terra. Il progetto si propone come luogo di relazione e nasce dalle direttrici della città, svelando percorsi urbani non manifesti e trasformandoli in linee di forza che solcano lo spazio esterno e plasmano quello interno, inondato della stessa luce naturale. Un sistema di ponti, scale, passerelle, a partire dalla grande hall di ingresso a tutta altezza, conducono ai due piani superiori che ospitano le suite espositive connettendole in modo molteplice: non si tratta di una successione di sale ma piuttosto di spazi in cui il movimento si dilata per poi riprendere velocità a cercare altri percorsi. Le suite corrono a tratti affiancate, a tratti si scostano per affacciarsi sui piani inferiori dilatando la prospettiva e, tangenti a queste, le rampe diventano parte dello spazio espositivo fino a plasmare il pavimento dell’ultima sala, al terzo piano, che si affaccia con una grande vetrata inclinata sulla nuova piazza.

L’immagine del progetto è quella del flusso libero e sinuoso, questa permea di sé la forma delle gallerie tese verso l’esterno, le tangenze degli spazi, l’intersecarsi dei ponti ma anche le scelte strutturali e costruttive, fino al dettaglio: la struttura dell’edificio è in cemento armato a faccia vista; il calcestruzzo, che l’antica Roma ha usato in modo rivoluzionario per creare maestose superfici voltate, è un materiale che si presta alla sinuosità e all’arditezza delle forme. La copertura vetrata è elemento informatore del progetto per due motivi: è la fonte di illuminazione dei percorsi espositivi ed è un organismo in grado di amplificare la fluidità e la flessibilità degli spazi: si snoda in una serie di nervature parallele all’involucro delle gallerie costituite da travi reticolari nascoste da esili scocche in Grc (cemento armato con fibre di vetro), che sostengono un sistema complesso di serramenti, di strumenti di controllo ambientale e per l’illuminazione artificiale e un sistema di schermatura attraverso lamelle orientabili e tende a rullo che consentono di graduare il livello di illuminazione degli ambienti in base al tipo di opere esposte, fino a raggiungere l’oscuramento totale; sul lembo inferiore delle nervature è incassato un binario continuo che consente di sospendere pannelli espositivi in senso longitudinale e trasversale rispetto alle travi, moltiplicando le possibilità di fruizione delle opere.
Un progetto come questo è il risultato, a sua volta, di un percorso complesso: quello di una donna araba, tenace e determinata, che sceglie una città multiforme come Londra per poter sviluppare la sua ricerca: qui inizia il suo percorso creativo con una produzione pittorica che affianca e alimenta quella architettonica e che affonda le sue radici nelle suggestioni del Neoplasticismo, del Suprematismo e del Costruttivismo russo per scardinare i canoni del costruire, superando il concetto di partizione: muove lo spazio forzando l’inclinazione delle superfici, intersecando i volumi e tagliandoli secondo direttrici oblique e tese; il movimento diventa spazio e la ricerca costante, attenta, esigente progressivamente lo trasforma e lo rende via via più fluido, morbido attraverso il raccordo curvo di linee e superfici: il suo percorso è una linea femminile, che evolverà nella ricerca sulle forme spaziali organiche degli ultimi anni, e che nasce dalla capacità di pensare il futuro e dalla convinzione che l’architettura debba infondere piacere nell’uomo che la abita, stimolandone un modo nuovo di vivere l’architettura. «Se non si è capaci di capire gli altri è meglio non fare l’architetto», questo è il suo pensiero, che la porta a fondare le sue realizzazioni su un grande lavoro di squadra che coinvolge un insieme di professionisti, dai progettisti ai consulenti per impianti e strutture, che lavorano relazionandosi costantemente per trovare le soluzioni costruttive più consone al progetto, attraverso un confronto con le imprese  e le ditte produttrici di materiali e finiture, che con altrettanta consapevolezza scelgono di sperimentare e fare ricerca per usare i materiali in modo innovativo.

L’innovazione promossa da una donna diventa progresso e genera movimento, le soluzioni adottate  saranno la base per ulteriori evoluzioni. Ci auguriamo che anche Roma raccolga la sfida e faccia di questo spazio un luogo di relazioni e di ricerca. L’architettura è una disciplina complessa, che passa attraverso la realizzazione concreta di un’idea e che è imprescindibile dal confronto, con i desideri delle persone cui è rivolta, con quelli propri dei progettisti, e anche con l’insieme di dati tecnici, ambientali, economici, normativi di cui si compone. Non è un’arte solitaria, ma che nasce dal rapporto con gli altri, unica fonte di movimento e unico spazio di libertà. Il  Maxxi è un’architettura difficile, non solo perché sa dare al visitatore l’opportunità di scegliere ma perché gli chiede di essere libero, e la libertà non conosce traguardi ma punti di partenza sempre nuovi e l’impossibilità di percorrere a ritroso la strada già battuta. 

13 novembre 2009

 
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