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Obama alla corte del Dragone Stampa E-mail
Il presidente Usa vola a Shanghai e Pechino per un confronto diretto con il gigante asiatico. Economia, finanza e sicurezza globale al centro dei colloqui. Prove tecniche di un G2 possibile
di Paolo Tosatti

Negli anni Settanta si parlava di diplomazia del ping pong, oggi di quella delle montagne russe. I protagonisti sono sempre gli stessi, Stati Uniti e Cina. Diversi sono i tempi, i personaggi e gli obiettivi. Nel 1972 il presidente repubblicano Nixon si affidò al tennis da tavolo per superare l’ostracismo del Paese di Mao e rompere il suo isolamento. A quasi quarant’anni di distanza il democratico Obama preferisce puntare su un parco giochi - e sui lauti investimenti connessi - per spianare la strada al G2, l’intesa tra Washington e Pechino per una nuova governance globale.
A pochi giorni dalla partenza del capo di Stato Usa verso l’Asia, le autorità cinesi hanno dato l’ok al progetto di un enorme parco divertimenti della Disney che sorgerà a Shanghai. Un’opera colossale che si estenderà su 10 chilometri quadrati e che, secondo i giornali cinesi, attirerà investimenti per 3,6 miliardi di dollari, proprio nella città da cui il tour di Obama avrà inizio. Il presidente infatti sarà a Pechino solo il 16 novembre, dopo essersi fermato il 15 nel cuore finanziario del gigante asiatico. A conferma del fatto che Stati Uniti e Cina possono, e vogliono, parlare di diplomazia e politica ma che per entrambi l’economia viene prima di tutto il resto. Le due potenze condividono la necessità di uscire con urgenza dalla crisi economica globale, che rischia di determinare gravi squilibri non solo a livello finanziario ma anche politico e sociale, in ogni angolo del pianeta.

Durante i colloqui preparatori al viaggio del presidente Usa, il segretario al Commercio Gary Locke, il rappresentante del commercio americano Ron Kirk e il ministro dell’Agricoltura Tom Vilsack hanno incontrato a Hangzhou una delegazione cinese guidata dal vice premier Wang Qishan. Parlando ai rappresentanti della Commissione per il commercio tra Stati Uniti e Cina (Jcct), Locke ha sottolineato che «è fondamentale dimostrare ai nostri cittadini e al mondo intero che Pechino e Washington possono lavorare insieme per ottenere risultati concreti e progressi tangibili», aggiungendo che i contrasti tra i due Paesi esistono ma che devono essere visti come un «segno di maturità» nelle loro relazioni bilaterali. Proprio gli scambi commerciali rappresentano un punto di forte frizione, soprattutto da quando il mese scorso l’amministrazione Obama ha approvato una serie di sanzioni all’importazione di prodotti cinesi. «Pechino è fermamente contraria all’abuso di misure protezionistiche e prenderà i provvedimenti necessari per proteggere la sua industria nazionale», ha affermato in un comunicato il ministero del Commercio del Paese della Grande muraglia. Se gli interessi contrastano, i legami tra le economie delle due potenze restano stretti, anche nel settore finanziario e delle riserve monetarie. Il renminbi (la moneta cinese) è attualmente sottovalutato e una suo apprezzamento gioverebbe alla ripresa americana. Su questo, la Cina è disposta a concessioni, data la perdita di valore degli oltre 2 trilioni di riserve in dollari che tiene in magazzino. Ma vuole ottenere qualcosa in cambio. Il riconoscimento dello status di economia di mercato, ad esempio, visto che renderebbe più complesse le procedure per imporre dazi e altre limitazioni alle sue esportazioni.

Dopo Shanghai, Obama arriverà nella capitale Pechino per parlare di politica e sicurezza globale con il presidente Hu Jintao. Questioni su cui la Cina ha mantenuto fino a questo momento un atteggiamento ambivalente: da un parte si oppone all’idea di uno scenario in cui solo due Paesi sono chiamati a prendere le decisioni più importanti, dall’altra sa  che per imporsi definitivamente come potenza globale non può tirarsi indietro da questa partita, né accettare di entrare a far parte del G2 in posizione subordinata. Il dialogo tra Washington e Pechino sul problema delle zone calde del pianeta è iniziato da tempo: oltre ai colloqui a sei sulla Corea del Nord, si ha notizia di pressioni cinesi sull’Iran mentre gli Usa non nascondono di vedere di buon occhio il riavvicinamento tra Taiwan e la Repubblica Popolare. La Cina potrebbe intervenire anche nel teatro afgano, a patto però di farlo sotto mandato dell’Onu e non della Nato, che è guidata dagli Usa. Hu Jintao non vuole rischiare che, una volta terminato il conflitto, le truppe dello Zio Sam restino lì per un’operazione di contenimento nei suoi confronti. Ancora più complessa la questione tibetana, che certo non potrà venire accantonata. Secondo il quotidiano South China Morning Post, il governo cinese vorrebbe una «dichiarazione ufficiale» dell’amministrazione Usa che «riconosca la sovranità cinese sul Tibet». Il vice ministro degli Esteri He Yafei ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno «fatto promesse» in merito a «questioni cruciali» per la Cina, che sono una «parte essenziale» per una crescita «della cooperazione e dei rapporti bilaterali». A ottobre Obama non ha voluto incontrare ufficialmente il Dalai Lama durante il suo viaggio negli Stati Uniti. Una decisione che è stata accolta con favore da Pechino ma che ha scatenato polemiche negli Usa, dove il leader spirituale tibetano è sempre stato ricevuto dal capo di Stato. D’altra parte l’attuale amministrazione aveva già fatto capire a febbraio quanto tenesse ai rapporti con Pechino quando, prima di una visita in Cina, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton aveva affermato che la difesa dei diritti umani non deve «interferire con la crisi economica globale, quella del clima  e con quella della sicurezza». In questo momento l’obiettivo primario della Casa Bianca è non irritare la Cina e uscire insieme al colosso asiatico dalla crisi. Una politica che gli esperti hanno ribattezzato «rassicurazione strategica». Resta da vedere quali e quante concessioni Obama sarà disposto a fare per portarla avanti. 

13 novembre 2009

 
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