L’Italia sbarca in Montenegro dopo la conquista dell’Albania. Affari per miliardi e conflitti d’interesse a Podgorica, capitale della corruzione di Alessandro De Pascale
Una giovane nazione dell’ex Jugoslavia sull’orlo del collasso economico. Sulla sponda opposta dell’Adriatico, un’Italia che vuole fare del Montenegro e dei Balcani la sua base economica ed energetica, facendo arretrare i russi. A separare i due, qualche centinaio di miglia marine pronte a riempirsi di cavi per importare nel nostro Paese l’energia prodotta nella regione. È stato questo il motivo della breve visita di Silvio Berlusconi al suo vicino: la nascita di una presenza italiana «importante e concreta in Montenegro». Cui bisogna aggiungere l’intenzione del governo balcanico di privatizzare l’argenteria di famiglia per fare cassa. L’Italia vuole avere un ruolo di primo piano. Il 16 marzo scorso il nostro premier è atterrato a Podgorica, capitale del Montenegro, per garantire alle imprese italiane l’assistenza del governo nella stipula dei contratti. Un viaggio che ha suscitato forti polemiche tra i partiti d’opposizione montenegrini. Berlusconi si è infatti rifiutato di incontrare in Parlamento gli altri schieramenti politici, nonostante si stava concludendo un’accesa campagna elettorale dall’esito incerto. Pochi giorni dopo, il 29 marzo, il premier Milo Djukanovic è stato riconfermato alla guida del Paese. Appena quattro settimane e arriva Scajola con l’ad di Enel, Fulvio Conti, quello di A2A, Giuliano Zuccoli e Flavio Cattaneo, di Terna. Vengono firmati due memorandum su energia e trasporti del valore di quasi 5 miliardi di euro. Il primo, si legge nei protocolli d’intesa, «ha l’obiettivo di rendere il Montenegro la porta d’ingresso delle imprese italiane nel mercato energetico dell’Europa dell’Est». Sul piatto vengono subito messi i primi progetti, alcuni dei quali già in cantiere. Terna, il gestore della rete elettrica italiana, entro il 2013 realizzerà una connessione sottomarina ad alta tensione tra Pescara e Tivat: capacità iniziale 1.000 megawatt, per circa 675 milioni di euro. È il più grande investimento straniero in Montenegro. Anche se per Flavio Cattaneo, ad di Terna, i Balcani possono fornire all’Italia almeno 6.000 megawatt. Ma per portare elettricità in Italia, bisogna produrla. E così ecco arrivare un primo gruppo di 4 centrali idroelettriche per 240 megawatt di A2A lungo il fiume Morava.
A2A è la società energetica quotata in Borsa controllata dai Comuni di Milano e Brescia, nata dalla fusione delle municipalizzate dei servizi delle due città lombarde. Enel vuole, invece, realizzare un impianto a carbone “pulito” da 800 a 1.200 MW in collaborazione con le acciaierie Duferco, che a loro volta costruiranno in Montenegro un termovalorizzatore per i rifiuti solidi urbani da 80 MW. A queste si aggiunge l’Eni, interessata alle ricerche di gas e petrolio lungo la costa montenegrina, dopo aver già raggiunto un accordo analogo con la Croazia per le esplorazioni nelle acque di Pola. Poi c’è l’intesa sulle infrastrutture. Il primo accordo, firmato alla presenza del ministro serbo ai Trasporti e alle infrastrutture, riguarda il restyling della linea ferroviaria Belgrado-Bar in grado di fornire uno sbocco sul mare alla Serbia e alle merci italiane di arrivare nei Balcani. Il costo dell’opera è stimato in 1,5 milioni di euro, di cui un milione stanziato da Scajola. Il ministero dello Sviluppo economico conferma che «saranno possibili ulteriori investimenti in campo infrastrutturale». L’Italia è infatti interessata ai porti, alla costruzione dell’autostrada lungo la costa ma soprattutto alle privatizzazioni presenti e future. Quelle in ballo sono appetibili: il porto di Bar, uno dei più importanti della regione, ma anche ferrovie, trasporto aereo, poste e soprattutto la società nazionale petrolifera, la Montenegro Bonus. Una prima privatizzazione della società energetica pubblica del Montenegro, la Elektroprivreda (Epcg), è già iniziata. Lo scorso ottobre A2A ha comprato un terzo delle sue azioni (più del 40 per cento) per 430 milioni di euro. Anche per questo affare, definito uno degli «investimenti del secolo», in Montenegro è scoppiato quasi un caso politico. La Epcg è una delle principali aziende pubbliche del Paese, produce 2.045 GWh netti di energia e conta 322.500 clienti, in un Paese di circa 600mila abitanti. Praticamente è un monopolista. L’opposizione ha subito parlato di «occupazione economica» del Montenegro, considerando l’affare poco trasparente e la scelta politica troppo affrettata. Il vicepresidente del Movimento per i cambiamenti, Branko Radulovic non ha nascosto il rischio per i cittadini di dover pagare un prezzo più alto per l’elettricità, mentre per Nebojsa Modojevic, leader del Movimento per il cambiamento, «c’è il rischio che la mafia italiana possa bruciare nei termovalorizzatori qualsiasi porcheria e il rapido accordo è frutto degli interessi personali di Berlusconi in A2A». Il dato di fatto è che il via libera all’operazione è arrivato a marzo, subito dopo la visita lampo del Cavaliere nel Paese. Alla gara per la privatizzazione di A2A aveva partecipato anche il consorzio greco Golden energy assieme alla Public power corporation, offrendo per le azioni un prezzo più alto di un terzo rispetto a quello di A2A (circa 100 milioni di euro in più), e la russa InterRao, dietro la quale c’è il governo di Mosca. I russi, dopo la loro esclusione, hanno fatto causa al Montenegro.
Altro dettaglio interessante è la banca sulla quale sono stati versati parte dei soldi per la privatizzazione: la Prva Banka controllata dal fratello del premier montenegrino Aco Djukanovic. Un particolare confermato dallo stesso direttore della Prva, Predrag Drecun. Della banca possiedono azioni il premier Milo Djukanovic, sua sorella Ana e la stessa Epcg. Prima dell’arrivo degli italiani, il Montenegro stava facendo i conti con una grave crisi di bilancio. Al punto che il premier Milo Djukanovic aveva dovuto abbassare gli stipendi dei dipendenti pubblici e ridurre le spese dell’intero esecutivo. La ricerca di nuovi partner era diventata fondamentale per mantenere la stabilità finanziaria e sociale. Dopo la fine del miracolo economico degli scorsi anni il giovane Stato, diventato indipendente il 21 maggio del 2006, era stato divorato dalla crisi, dall’esplosione della bolla immobiliare, dal crollo delle banche e da una dilagante corruzione. La risposta del governo è stata ridurre la tassazione per le imprese al 9 per cento e snellire i tempi burocratici. Poi è arrivato Berlusconi ma solo dopo aver avviato altri progetti in Albania. Nel dicembre 2008 il nostro premier arriva a Tirana. Accolto dal suo omologo albanese Sali Berisha, firma sei accordi (di cui quattro energetici) per 2,2 miliardi di euro. Per accogliere gli italiani, il governo di Berisha promette ulteriori 3 miliardi. La siciliana Moncada vuole realizzare un parco eolico da 500 MW, uno dei più grandi d’Europa (costo 70 milioni di euro). Il gruppo metaniero molisano Falcione ha in progetto un rigassificatore a Levan. Mentre l’Enel pensa all’Energy complex, il cui cuore è una centrale a carbone “pulito” da 800 MW (costo 1,6 miliardi). Anche in questo caso l’energia andrà poi portata in Italia. Moncada prevede una linea ad alta tensione sotto il Canale d’Otranto, Falcione un metanodotto da 8 miliardi di metri cubi l’anno (incrementabili a 12). Per dare un’idea delle dimensioni dell’affare, ogni 12 mesi l’Italia ne consuma 83 miliardi. Spazio poi alle infrastrutture con la strada secondaria Levan-Dames della Todini (33 milioni di euro) e al cementificio della Colacem a Balldre (160 milioni). Ancora aperta è invece la questione energetica del Kosovo, altro Stato balcanico indipendente assetato di energia, a cui è interessata l’Enel. Lo sfruttamento dell’atomo Oltreadriatico è un altro rischio per la regione. «Finora abbiamo delocalizzato il lavoro, perché ora non delocalizziamo il nucleare?», si chiedeva Tremonti nell’aprile 2008. Viene ipotizzata l’Albania, Durazzo. Poi però l’eurodeputata greca Maria Elena Kopà (socialista), protesta a Strasburgo contro le ambizioni italiane. Ora l’opposizione di Podgorica teme che il Montenegro possa diventare il “piano b”, del ritorno italiano all’energia dell’atomo. 13 novembre 2009
|