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di Massimo Fagioli

Tanti anni fa, quando eravamo in procinto di ricreare noi stessi uscendo dall’Istituto di psichiatria dell’Università di Roma, scrissi: “È sempre d’estate che il signore del fondo riesce a vincere le resistenze della pigra contadina… Lo dissi io che non volevo che fosse un’avventura… che non volevo essere confuso con donne leggere, puttanelle borghesi”. Dopo sedici anni scrissi “… la proposizione di una immagine femminile provocò angosce profonde nella misura in cui crollavano le certezze di un rapporto con una identità maschile manifesta, le certezze di un rapporto razionale con la realtà materiale. La realtà di una immagine interiore…”. Poi quell’ottobre uguale nel calendario, diverso soltanto apparentemente nel caldo e nel freddo dell’aria, uguale nel tempo del giorno e nella luce del sole che si abbassava girando lentamente la linea a spirale, tornò per trenta volte, a proporre di pensare ad un terzo della vita umana. Ed ora, scrivendo, ricordo che anche un sonno fisiologico invade la vita nel tempo di trent’anni. 1979: scrissi quello che viene chiamato il 4° libro che ha il titolo Bambino, donna e trasformazione dell’uomo. 1980, dopo la catastrofe mentale di ottobre andammo, il 10 novembre, a svolgere le sedute di psicoterapia nello studio privato di via Roma libera. Ora l’anniversario è passato e guardo l’articolo della settimana scorsa che ha come titolo la parola Risveglio. E, nella mente, compaiono parole che fanno un’immagine che è impossibile… immaginare. “È come se, andando nella libertà dello studio privato, fossimo caduti in un sonno lungo trent’anni”. E mi dissero spesso, con le immagini dei sogni, che entrando a via Roma libera cadeva, nella realtà che lasciavamo dietro le spalle, l’oscurità della notte. Ed io rispondevo, interpretando, “entrare nella seduta di psicoterapia è fantasia di sparizione nei confronti della nostra realtà di veglia, coscienza e ragione ed otteniamo la libertà necessaria per far emergere e vivere la fantasia della nascita che è il pensiero senza parola del primo periodo della vita umana”. Ed emergevano, invisibili, le parole «ricreare il primo anno di vita» che avevano l’impotenza di fare una immagine comprensibile: trent’anni di sogni liberi di essere, dopo aver scontato la condanna di cinque, cinquanta, cinquemila anni, in cui la razionalità violenta della coscienza li aveva definiti pazzia. Ma io avevo pensato, in un tempo lontano, che oltre la veglia, la coscienza, il comportamento, c’è nell’essere umano, un pensiero ignoto, fatto di immagini non visibili perché senza parola: e dissero inconoscibili. Poi, in un tempo più vicino volli fare lo psichiatra e portai il pensiero silenzioso di un essere umano la cui voce era soltanto lamento, al linguaggio verbale. E scrivo le parole che l’interpretazione dei sogni è un’arte “pazza” che dice cose incomprensibili, usa parole e frasi che non fanno emergere, nella mente, le figure del ricordo cosciente. Talvolta sembrano concetti che hanno perso il legame amoroso con le immagini che non parlano e diventano discorsi astratti senza nessun rapporto con la realtà umana.

Forse così, in quel dicembre 1979 la mano, senza rendersi conto, scrisse le parole in modo tale che nell’immagine di donna, la contadina, si leggesse invisibile il pronome Io. Compare evidente l’immagine antica del “signore del fondo”, ma l’immagine indefinita perché inventata de “la contadina” appare incomprensibile perché non corrisponde né al ricordo né all’immagine del soggetto che scrive.
È come se ricordassi un sogno che non è ricordo ma fantasia non onirica, nel quale una donna mi diceva “l’immagine della contadina è un sogno!”. “Allora ho trasformato l’immagine onirica in parole scritte!”. Rispondevo: “Non so, diceva la donna, se le immagini oniriche possono trasformarsi, da sole, nelle linee che fanno la scrittura”. Allora penso che la donna è Picasso che ha fatto le immagini inconsce senza descrivere sogni. Era la fantasia che affiorava alla mente sveglia e passava alla mano che creava forme che non erano figure del ricordo cosciente. Ma poi guardo left della settimana scorsa, rivedo il titolo Risveglio, ma è come se mi addormentassi perché vedo una splendida vallata che potrebbe essere un abisso senza fondo in cui si cade se non si sa volare. Rileggo le ultime righe con la parola poesia e so cos’è perché ricordo Alceo, Petrarca e Montale ma, stranamente, la parola perdono si trasforma in una immagine che non esiste perché si pensano soltanto le lettere che fanno la frase «sensi di colpa». Ricordo la favola di Dedalo ma penso che non devo salire verso il cielo ma scendere nell’inconoscibile perché soltanto la ricerca e la conoscenza mi darà la sapienza del motivo dei sensi di colpa che uccidono la mente. Allora avrei le ali per non precipitare nel mare come Icaro, ovvero credere che il sogno, che è ricreazione della memoria della nascita del pensiero, non è pazzia. La colpa sta nel fatto che il linguaggio verbale non comprende l’arte perché ha negato la sua origine dalle immagini invisibili.

La poesia. Quei periodi che diventano righe sospese come piattaforme sottili per tuffarsi nel mare, quelle parole che non indicano le cose percepite dalla coscienza nella veglia, suonano soltanto come il lamento di un canto solitario. È come se chiamassero le immagini incomprensibili del buio della notte, come se volessero dare forma e colore a quei sogni vissuti quando non c’eravamo perché la coscienza era andata via. Come se fosse “altro” diverso dalla realtà umana che ha gli occhi aperti, parla e fa le cose ma, forse, non si muove. La realtà umana che non riesce più a fare la trasformazione delle immagini oniriche quando ancora ad occhi chiusi, senza che la luce stimoli la rétina, compare la coscienza perché il sonno se ne è andato, è sparito dal corpo ed è come se la luce avesse invaso, di nuovo, la mente ed il cervello, funzionando, pensasse con le figure dei ricordi coscienti ed il linguaggio delle parole. Se l’essere umano non viene invaso, simultaneamente al risveglio, dall’angoscia della debolezza del corpo che potrebbe non essere più valido e forte per sopravvivere; se non ha il terrore di perdere l’identità della coscienza e della ragione, talvolta, rimangono immagini misteriose diverse da noi stessi che però spariscono perché sono incomprensibili alla coscienza; o vengono pietrificate dalla ragione che dice: sono ricordi coscienti che non hanno pensiero. E la realtà umana viene annullata dalla frase che dice: “è un sogno, non è realtà”. Non meno violenti contro la verità umana sono il pensiero e la parola che dicono “Il sogno è pazzia”.

Sembra che sia l’ideologia che altera il rapporto con la realtà, sembrano menzogne palesi. “Il pensiero oltre la coscienza e la ragione non esiste” è un linguaggio strano che ha sottomesso le menti che hanno fatto la scienza e la filosofia. Ma il pensiero cosciente e razionale non sa che la pulsione precipita l’essere umano in quel negativo che è l’annullamento e la negazione. Dire che la pazzia è naturale nell’uomo non è bugia. È la violenza della pulsione che ha perduto il pensiero della nascita che è, prima ed oltre la ragione, la capacità di immaginare. Così i rapporti sociali chiedono soltanto pensiero cosciente e comportamento adeguato alle regole che danno il giusto spazio a ciascuno perché anche gli altri abbiano il proprio. E si ottiene questa libertà di tutti coprendo ognuno con una coperta di indifferenza per la realtà mentale profonda propria e degli altri. Ma, purtroppo, spesso non è indifferenza ma anaffettività, che fa pensare che la mente degli altri è soltanto coscienza e comportamento. Poi, nel segreto del privato si resta razionali e la soddisfazione dei bisogni investe e distrugge i rapporti interumani.

Dicevano: “Il sogno è l’esito della pazzia più feroce”. Forse avevo intuito l’anaffettività di queste parole. Si legarono l’una con l’altro, indifferenza e rifiuto. Poi, rapidamente, le parole diverse fecero nascere un linguaggio nuovo che componeva termini dal significato opposto. Fantasia di sparizione si accoppiò ad indifferenza, e rifiuto ottenne la sua identità separandosi da negazione che era brutta
e cattiva perché figlia dell’anaffettività. Poi, togliendo la maledizione dell’an, la parola affettività non fu più carezza e piacere, ma movimento del corpo e della mente che spingevano l’altro alla realizzazione del proprio essere umano; e la violenza divenne forza ed il linguaggio parole che sembravano indicare una identità detta “la contadina”. In verità parlavano di una immagine senza ricordo cosciente, che diceva di un pensiero senza coscienza fatto di immagini silenziose. Non era un sogno. Era una immagine inconscia che proponeva il rapporto con l’essere umano diverso da se stesso. Ricreava ciò che avevamo perduto quando diventammo grandi e razionali. Ri creava la dialettica uomo-donna e donna-uomo in cui ciascuno chiede che l’altro sia l’artista che ricrea la fantasia della nascita che unisce, e la separazione dalla madre che fa l’identità.

 
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