Il pamphlet in cui il leader Verde reinterpreta il Che fare? di Lenin si lascia leggere anche come testo “letterario”
Ho sempre pensato che i leader del ’68 ne costituissero, in realtà, la parte peggiore: mi apparivano quasi sempre come tribuni del popolo vanitosi, esibizionisti, prepotenti (forse antesignani degli attuali verbosissimi conduttori di talk show!). Recentemente lo stesso Adriano Sofri, ex leader, ha osservato che il meglio dei gruppi della nuova sinistra si trovava allora in periferia, nel pulviscolo anonimo di esperienze e organismi di base. Un’eccezione, però, è per me Daniel Cohn-Bendit, che pure conosce benissimo la rilevanza della propria immagine mediatica e anzi la sfrutta a fin di bene. Nel suo Che fare? (Nutrimenti) mostra, ad esempio, un’immaginazione politica - un’inventività linguistica, una capacità di legare tra loro utopia e pragmatismo, ecc. - sconosciuta alla classe dirigente della nostra sinistra. Se si fosse presentato alle primarie del Pd (consideriamo che in futuro le elezioni europee potranno prevedere una parte dei deputati eletta su liste transnazionali) l’avrei votato. Ormai, mi si perdoni la battuta frivola, anche in politica, come nel calcio, se mancano figure in quel determinato ruolo occorrerà “acquistarle” da fuori. Dopo un veloce riepilogo della sua stessa biografia (cultura libertaria, influenza del “movement” americano, magistero di André Gorz ed Edgard Morin, esperienza con i Provos olandesi già nel 1967, Maggio francese) l’autore tenta di mettere a fuoco i punti centrali del suo impegno ecologista. Non vorrei entrare nel merito delle sue proposte più direttamente politiche (ad esempio l’appello all’unità dei Verdi). Né intendo tornare sui dati, comunque impressionanti ma già molto diffusi, del degrado ambientale e della rarefazione delle risorse naturali. Accennavo prima a una qualità straordinaria, direi “poetica”, della sua immaginazione civile. Vi ricordate la scomparsa delle lucciole di Pasolini? Bene, quella metafora era imprecisa e un po’ fuorviante. Cohn-Bendit ci parla, invece, della possibile scomparsa delle api, indicatori preziosi del degrado ambientale (per Einstein, alla loro estinzione seguirebbe dopo appena cinque anni quella della specie umana). Il valore economico della loro attività di impollinazione (sulla produzione di verdura e frutta) è inestimabile. Non soltanto. Il valore delle api è dato soprattutto dalla loro circolazione, proprio come in economia, dove le cose più importanti avvengono non nella produzione e nel consumo ma appunto nella circolazione: un’impresa come Google impiega solo 12mila dipendenti ma viene “impollinata” ogni giorno da 14 milioni di persone. Posso sbagliarmi ma credo che “visioni” come questa (della società-polline) colpiscano la fantasia assai più di tanti programmi politici stilati da pedanti burocrati. Anche sulla scia di Amartya Sen, l’autore ci invita ad adottare nuovi indici della ricchezza. Oggi qualsiasi programma della sinistra - riformista o radicale - dovrebbe avere come orizzonte utopico e insieme realistico la “impollinazione sociale”, e cioè la produzione di reti, legami, idee, informazioni, assai più urgente di qualsiasi crescita economica. di Filippo La Porta 13 novembre 2009
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