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È la signora della canzone italiana. Una straordinaria carriera e adesso un disco, Più di te, in cui rilegge i maggiori cantautori

Ormai ha la media di un disco all’anno, dove trova la forza?
Me lo chiedo anch’io. D’altra parte Più di te è un lavoro che andava fatto. Anni fa ho pubblicato Una bellissima ragazza che è stato definito uno dei dischi italiani più belli ma non ha vinto un premio e non ha venduto nulla. Poi fai Più di me (lo scorso anno, basato su riletture di suoi brani con ospiti come Giusy Ferreri e Ramazzotti, ndr) e vendi tantissimo. Non si vende, sono in pochi a farlo e allora bisogna accontentarsi di operazioni che, comunque, sono belle. Mi sono molto divertita a calarmi nei pezzi degli altri senza stravolgerli e farli miei.

È particolare la sua versione di “Ogni volta” di Vasco Rossi.
Sì, l’ho rifatta in versione jazzistica. è molto carina e rende tantissimo. Poi è tipica di un cantante. Anche “Alta marea” di Venditti, che ho voluto fare perché mi piace tantissimo, anche se è un brano sentito e risentito.

Un album, Più di te, tutto virato al maschile. Si chiude con “I maschi” cantata insieme a Gianna Nannini. Le vostre voci si sposano molto bene.
Sì, è stata molto carina a partecipare, il pezzo l’ha scelto lei. Non si capisce di chi parla.

Gioca sull’ambiguità, lei nelle note al disco dice: «Non siamo mai tutto uomo o tutta donna».
Per fortuna, ci sono degli uomini maschissimi con delle sensibilità femminili. Gli artisti questa sensibilità ce l’hanno in genere, ma anche molti uomini. Quelli “tutti uomini”, i tipi macho, non sono attraenti. Così pure le donne un po’ melense come la melassa, che dicono: “Amore cosa devo pensare”. Per fortuna le donne non sono così, ormai tutte lavorano, anche se il modello è sempre maschile. Le donne seguono il modello di lavoro maschile ma hanno una dote in più: una forte sensibilità e una fantasia maggiore.

Come ha scelto i brani?
Ne ho ascoltati 150. Lavezzi voleva un pezzo, Celso Valli un altro, Rudy Zerbi un altro ancora, a un certo punto ero sfinita e nello sfinimento ho scelto questi. Nelle scelte si può criticare quanto si vuole.

Con chi desidera collaborare?
Vorrei cantare con Sting, lo adoro. Quando è morto Gil Evans, con cui avevo lavorato, e avevo pianificato un disco, lessi che Sting era disperato perché legatissimo a Gil Evans. Secondo me, Gil è morto troppo presto. Era un genio, mi sarebbe piaciuto molto fare un disco con lui. Anche per Sting era un riferimento molto forte.

Lei si è saputa reinventare in tanti modi.
Le ho fatte tutte, non so più che fare.

È stata tra i primi in Italia a portare la musica brasiliana. Cosa ricorda del disco con Vinicius de Moraes e la collaborazione con Sergio Bardotti?
Con Sergio ho fatto delle cose meravigliose, prima di tutto perché abbiamo lavorato con calma, senza la pistola puntata di una multinazionale che ti mette fretta nel chiudere il disco. È la furia che non mi piace e noi non ce l’avevamo, c’era solo l’obbligo di fare un disco per quell’anno. Ci divertivamo, mangiavamo insieme, uscivamo, andavamo a fare delle passeggiate, si rideva, si scherzava, c’era una collaborazione piena, questo è successo anche con Vinicius e Toquinho. Facevamo tutto con calma, oggi questa cosa è scomparsa. è la mancanza di pazienza e calma che fa andare tutto a rotoli.

Lei in un’intervista ha dichiarato che i giovani cantanti italiani di oggi urlano.
Gli italiani urlano tutti, pensano che così riescono a fare più breccia. Può darsi, ma a me non piace. Barbara Streisand è una persona che ha un’estensione pazzesca, va su, su, su e l’hai mai sentita urlare?

È la classe che fa la differenza.

No, è anche il modo di emettere il fiato, lei lo fa in una maniera straordinaria, può andare su e non ti disturba mai, come Dionne Warwick. Le altre invece sono tutto un ghirigoro, un urlettino. Poi oggi si sono diffuse queste voci da bambina, soprattutto negli Usa, carine ma non dicono nulla.

Chi tra le cantanti di oggi si avvicina più a lei?
Non lo so, forse la Mannoia, è bravissima ma è diversa da me. Anch’io, però, nel passato ho cantato delle canzoni orrende urlando ma non è la mia natura. Mi sono formata con Sarah Vaughan, Billie Holliday, Chet Baker, a me piace quella roba lì. Non sempre premia.

Il rapporto stretto col jazz si ritrova nei suoi ultimi dischi. Non ultima la collaborazione con Paolo Fresu.

Lui dice che se io volessi dedicarmi al jazz sarei una delle più grandi jazziste. Siamo molto amici e forse il mio futuro è questo, mi sono stancata di fare le canzonette, il jazz è bello, giri il mondo più facilmente, guadagni meno ma ti diverti di più.

Alda Merini le ha dedicato una poesia e c’è un verso che dice: «Il genio è un’animale impaurito». Si ritrova? E che ricordo ha della Merini?
L’ho frequentata poco, se non attraverso il mio amico Arnoldo Mondadori che l’ha molto seguita e la costringeva a scrivere mentre lui suonava il pianoforte. Io non so se il genio è impaurito, io non mi ritengo un genio, semmai possiamo parlare di genialità. La parola genio non si può usare facilmente, è come la parola amore, oggi troppo abusata. Non so cosa intendeva Alda Merini, la genialità ti dà, in senso poetico, una fragilità forse maggiore, ma non a tutti. C’è sempre, però, una fragilità alla base di un talento grande.

Negli anni Cinquanta divenne il volto di Milano, con le canzoni della mala e poi è diventata la voce della città. Com’è cambiata?

Una volta Milano era una città carina, non si può dire bella perché non lo è mai stata. è come una donna carina che a volte può essere anche più carina di una bella. Allora il fulcro della cultura era il Piccolo, poi c’era il bar Giamaica dove se andavi alle sette incontravi pittori, artisti e intellettuali. Io credo nel contagio, nel parlare con qualcuno che fa il tuo stesso lavoro, nello scambiarsi opinioni. Questa solitudine in cui viviamo pensando chi fa per sé fa per tre non mi piace. Oggi questo scambio manca totalmente. Tutti i grandi movimenti della pittura sono nati per contagio. Milano anni fa era affettuosa, c’era un quarto delle macchine, la gente si incontrava perché non c’era internet. Utilissimo, ma se pensi di vivere in solitaria con internet devi essere Proust.

Oggi è difficile trovare un nuovo Proust?
Ma non c’è neanche un nuovo Caravaggio, chi è che oggi si mette a dipingere un quadro per dieci anni quando poi arriva qualcosa e distrugge tutto. Oggi c’è il concetto dell’usa e getta, della distruzione, della non durata. Oggi è tutto cartongesso.

Qual è stato l’incontro che più di tutti le ha cambiato la vita?
Sicuramente Strehler. Ero una ragazza, avevo vent’anni quando l’ho incontrato, mi ha cambiata sicuramente.

Fu un rapporto che fece scandalo.
Eccome, piangevan tutti. Oggi però ci sono cose molto più pesanti di un’amore. Allora, già il regista era sinonimo di peccato per i borghesi, tutti si chiedevano chissà cosa succede dietro le quinte. Un tubo, si lavorava come scemi, allora tra le quinte vedevano il peccato. Tutti si chiedevano chissà cosa fa la Vanoni dietro il sipario.

Poi Strehler era anche un personaggio particolare.
Sì, dovevo sempre tirarlo fuori dal bagno. Alle prime era sempre chiuso lì che malediceva il mondo e tutto il resto e Grassi mi diceva sempre: “signorina vada lei giù a tirare fuori quel cretino (con la erre moscia, ndr)”. Ho conosciuto anche Brecht e mi rendo conto che le sue opere sono uniche.

Anche le canzoni della mala oggi non avrebbero più senso?
Quando ho finito con Strehler, dopo un po’ di anni chiamai Pierpaolo Pasolini, una figura che mi manca tantissimo, e gli dissi: scriviamo ancora delle canzoni tipo quelle della mala. Lui rispose: Ornella non si può più, non c’è più il senso dell’onore. Capisci? Quando il capo dei ladri e il capo della polizia si davano la mano c’era una linea di demarcazione, c’era l’onore. Mi ricordo che prima si stringevano la mano gli uomini, oggi non più, è solo un saluto. Quindi mi ha detto no, non me la sento.

Passando ad altri temi, lei ha difeso la legge 194?
Sì e continuerò a difenderla. Sono dell’idea che se una donna vuole abortire deve poterlo fare. Sono problemi suoi se rinunciare a un figlio è giusto o no. Non credo che una donna sana di mente vada ad abortire saltellando. È un trauma terribile, anche fisico, sono ferite profonde. Tutto si rimargina ma resta il segno. Poi anche a livello psichico coinvolge la mentalità femminile nel profondo.
Lei anni fa ha dichiarato che si fidava del sindaco di Milano Letizia Moratti, è ancora così?
Penso che la Moratti sia una persona onesta. Mi sembra che la stiano schiacciando un po’. Poi c’è tutta la vicenda dell’Expo che mi lascia perplessa, non si può risolvere tutto solo con la costruzione di quattro grattacieli e basta.

L’intervista è finita ma la signora della canzone italiana si ferma un attimo e dice:
«Sei giovane, la voce è la cosa più enigmatica che abbiamo, mentre gli occhi, la bocca possono mentire, la voce no. Dalla voce capisci tutto, se una persona sta bene o no, se è giovane o se mente. Poi ci sono dei vecchietti che hanno la voce da giovane e lì fai casino, però sono rari».

di Pierpaolo De Lauro 

13 novembre 2009

©Tachus

 
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