Eleonora Giorgi in una mediocre edizione di Fiore di cactus, commedia di Barillet e Grédy
In Italia l’hanno interpretata Alberto Lupo e Franca Valeri, poi ancora la Valeri con Paolo Ferrari. Al cinema protagonisti erano nientemeno che Walter Matthau, Ingrid Bergman e Goldie Hawn diretti nel ’69 da Gene Saks. Andò in scena in Francia in “prima” assoluta il 23 settembre ’64 con un grande attore del teatro di boulevard, Jean Poiret e addirittura Lauren Bacall la portò al successo a Broadway alla fine degli anni Sessanta. Insomma, Fiore di cactus di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy è una deliziosa commedia da mettere in scena così com’è, un bel gioco teatrale per grandi attori e un’ottima occasione di divertimento per gli spettatori. Basta saperla fare.
Ci hanno provato Eleonora Giorgi, che evidentemente aveva voglia di farsi notare a teatro in un ruolo brillante, e Andrea Garinei, diretti con mano da filodrammatica. Una messinscena firmata Guglielmo Ferro che per la sua imperizia finiva per essere più divertente del testo: comica l’idea di microfonare gli interpreti in un teatro come il Ghione di Roma noto per la sua acustica, tanto che la stagione offre anche delicati festival chitarristici e sofisticate serate pianistiche. Tocchi raffinati gli scoppi di voce nelle casse acustiche e i cerotti reggimicrofono appiccicati sulle guance della Giorgi. La ragazza sexy e ammaliante della situazione (c’è sempre una ragazza sexy nelle commedie di boulevard) con il compito di affascinare un dentista playboy pieno di soldi è tale Donatella Pompadour, figliola facile da immaginare dietro la cassa d’un negozio di detersivi. Chissà perché, sopra la porta d’ingresso dello studio odontoiatrico c’è un’insegna che indica una “charcuterie”, una salumeria. Un’avvertenza sulle qualità professionali del dentista? Il rimasuglio d’uno spettacolo precedente, magari una commedia britannica su un alimentarista che scambiò sua moglie per un canino? Bisogna ringraziare questo dettaglio della scenografia (di Alessandro Chiti) perché gli interrogativi, soprattutto se restano senza risposta, fanno passare il tempo. Come bisogna ringraziare il pacchianissimo abito nero stampato a fiori grandi come vasi da terrazzo che la Giorgi sfoggia quando il suo personaggio di infermiera tutta d’un pezzo deve trasformarsi in maliarda da piano bar. Un colpo di scena del costumista (Maurizio Millenotti) quel vestito, sembrerebbe uno scherzo fatto appositamente alla protagonista se non le donasse una tenera aria matronale che indurrebbe anche il più duro dei cuori a dimenticare la recitazione.
Ovviamente, siccome le battute sono come i pesci, o si prendono o non si prendono, qui nessuno della compagnia ha la più pallida idea di cosa sia un tempo comico e tutto si carica d’un inconfondibile suono da teatro amatoriale. La distruzione di un testo buffo, divertente, simpatico come Fiore di cactus è completa e anche questo lato della rappresentazione si rivela interessante: la sistematica quanto inconsapevole demolizione di qualcosa affascina sempre gli uomini, al pari di un incidente automobilistico che inevitabilmente richiama capannelli di curiosi. di Marcantonio Lucidi 13 novembre 2009
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