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Il logos e le donne Stampa E-mail
In libreria la nuova edizione di Nonostante Platone, Figure femminili nella filosofia antica. A colloquio con l’autrice Adriana Cavarero
di Noemi Ghetti

Se è vero che dal terzo millennio a.C., quando fu inventata dai Sumeri, scrittura e ordine patriarcale procedono di pari passo, è un fatto che in letteratura le donne sono state raccontate, quasi sempre, dagli uomini. Dalla mitologia alla filosofia, la galleria delle figure femminili dell’antichità reca l’impronta, quasi mai impregiudicata, della prospettiva maschile da cui sono state rappresentate.
A questa «ingiustizia patriarcale» si ribellò, alla fine degli anni Ottanta, il piccolo libro Nonostante Platone, Figure femminili nella filosofia antica di Adriana Cavarero, figura di spicco del pensiero della differenza sessuale, nonché autorevole esponente degli studi arendtiani. Tradotto in molte lingue, il libello viene riproposto dall’editore Ombre corte oggi, quando l’esigenza di passare dalla denuncia femminista, sotto il cui segno fu scritto, alla proposizione di una nuova identità femminile si è fatta inderogabile. A venti anni di distanza, il saggio offre un contributo tuttora valido all’attuale dibattito culturale. E anche al dibattito politico, se consideriamo che la metafisica e l’etica dei padri, filosofici o ecclesiatici che siano, mostra quotidianamente la sua inadeguatezza nella pretesa di regolamentare questioni che, come l’aborto e la fecondazione assistita, riguardano le donne, e non possono più essere affrontate con un pensiero che è lo stesso di Platone ed Aristotele.

«Platone ci offre il vantaggio - dichiara a left l’autrice, docente di Filosofia politica presso l’università di Verona - di misurarci con il momento fondativo della metafisica, per sorprendere come l’esclusione delle donne sia un elemento scopertamente essenziale della costruzione del logos greco».
Partendo dal filosofo delle idee, il saggio passa in rassegna quattro emblematiche figure femminili della letteratura antica, Penelope la moglie, Demetra la madre, Diotima la maestra e l’irridente servetta di Tracia, “rubandole” al loro contesto e rivisitandole alla ricerca di un radicale rivolgimento di prospettiva, nell’intento di restituire un contenuto più vero a pensieri e parole svuotate di senso dalla speculazione filosofica. E dimostra come il percorso derealizzante della filosofia greca fin dall’inizio vada nella direzione di un capovolgimento, secondo il quale la vera realtà è quella che sta in cielo, mentre la vita umana sulla terra diventa mera apparenza. Angoscioso annuncio di corruzione e morte, la multiforme vita reale viene esorcizzata nel “non essere che non è” parmenideo, che «nientifica» - Cavarero utilizza il termine di Severino - tutto ciò che è corpo, movimento e trasformazione, in opposizione all’“essere che è”, eterno ed unico. Che diventa in Platone mondo delle idee. Alla stessa intenzione rispondono processi di progressiva astrazione semantica, finemente indagati, per i quali ad esempio si finisce col denominare tutti gli esseri umani con l’etichetta universale e indifferenziata “l’uomo”. Che di fatto fa sparire quella variante inferiore, perché sprovvista di pene e di pensiero astratto, che sono le donne.

La prima manifestazione dell’insanabile conflitto tra il logos dei filosofi e le donne è individuata dall’autrice nell’aneddoto raccontato da Platone nel Teeteto: «Talete, mentre stava scrutando le stelle e guardava in alto, cadde in un pozzo. Allora una servetta di Tracia, garbata e graziosa, rise dicendogli che si dava un gran da fare a conoscere le cose del cielo, ma le cose che gli stavano, dappresso, davanti ai piedi, gli rimanevano nascoste».
Sedotti dalla storia della ragazzetta barbara che irride le speculazioni del protofilosofo, proponiamo ad Adriana Cavarero di commentare le vicissitudini della parola psyché, che nell’antica favola mediorientale “Amore e Psiche” è il nome della fanciulla, in Platone diventa anima spirituale. «Non mi intendo del destino testuale della favola - risponde -, ma ho molto studiato il termine in Platone. Ha la radice del verbo psychóo, che significa soffiare, ma anche emettere qualcosa di fecondante, e in Omero e nei tragici significa soffio vitale e insieme simulacro, ombra o doppio del vivente. Nel Timeo di Platone, con una rappresentazione fantastica e materiale insieme, psyché è il contenuto dello sperma, racchiuso nella materia cerebrale e nel midollo del maschio, che nell’atto sessuale viene “insufflato”, grazie all’eros, dal pene». E produce, come nel Simposio spiega a Socrate la sacerdotessa Diotima con la sua lezione sull’amore, una fecondazione «noetica», ovvero di pensiero filosofico, nel caso dell’eros “celeste” tra maestro e discepolo, e una fecondazione corporea nel caso dell’eros “volgare” con le donne. «Ridotte da Platone - osserva con ironia la professoressa - paradossalmente proprio attraverso l’insegnamento di una donna, a semplice fornetto che fa lievitare l’inseminazione maschile». Mentre siamo affascinati dall’acutezza della critica, meno convincente ci sembra la parte propositiva del saggio, condotta alla luce delle categorie della nascita e della differenza sessuale. All’“essere per la morte” della filosofia, a cui corrisponde un’origine dal nulla, Cavarero oppone l’idea della nascita intesa come riconoscimento dell’imprescindibile fatto di essere “nati da madre”. «La nascita da madre è un fatto - risponde alla nostra perplessità -. Si tratta di riconoscere un debito simbolico, e di raccontare diversamente il matriarcato di Bachofen».
E individua nel mito di Demetra e Kore, la fanciulla rapita dal re degli inferi Ade, la rappresentazione del passaggio violento dall’arcaico regno delle madri al regno patriarcale. Sei mesi nel buio degli inferi, sei mesi tra le messi con la madre: obiettiamo che nell’alternativa tra patriarcato e matriarcato non vediamo alcuna speranza di realizzazione di un’identità femminile senza identificazioni. La nascita umana non ci sembra rappresentata dal continuum del ciclo biologico, che l’autrice vede adombrato anche nel fare e disfare la tela di Penelope, interpretata come ribellione al tempo dell’azione di Ulisse e al tempo eterno dei filosofi.
Dal 1971, con la teoria di Istinto di morte e conoscenza dello psichiatra Massimo Fagioli, la nascita è separazione, emergenza del pensiero dalla realtà biologica.

Chiediamo infine come sia possibile concettualizzare un pensiero della “differenza sessuale” restando all’interno della ragione greca, che considera l’irrazionale inferiore ed animale. Un pensiero razionale che esclude, con le donne, anche bambini e barbari, e si pone come la radice di ogni razzismo. Se non sia invece necessario riconoscere l’esistenza del pensiero senza coscienza, il solo che ha la capacità di sostenere la contraddizione dell’uguaglianza nella nascita e della diversità nell’identità sessuale tra uomo e donna. «Sono contraria all’equazione tra logos, razionalità e coscienza - risponde la professoressa - Anche in Omero c’è un logos, un “discorso” della narrazione, nel quale io mi riconosco piuttosto che nel “discorso” logico analitico dei filosofi. Mi sento omerica, preplatonica. Sono contraria al binarismo tra ragione e irrazionale: appartiene al linguaggio della metafisica che critico dall’esterno e voglio decostruire. Per quanto riguarda il pensiero inconscio, non lo riconosco, sono ostile alla psicoanalisi. Si tratta piuttosto di ritrovare il ruolo dell’immaginario: un logos della narrazione creativa, che costruisca senso a partire dalle immagini, come quello di Sherazade. Come quello di Psiche, intorno a cui abbiamo svolto il nostro discorso». Nonostante Platone.

6 novembre 2009

 
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