Dopo le bombe è arrivato il colera, dopo la malattia la siccità. L’emergenza in Iraq ormai è quella idrica, anche per i marines di Annalena Di Giovanni
Pronti ad andarsene. E assetati. È l’ultima foto ricordo dei marines in Iraq: stretti nelle uniformi, mentre fanno irruzione nell’aeroporto di Baghdad per rubare i carichi di acqua. Che sia l’ultima è piuttosto dubbio, visto che il grosso delle truppe è sempre là, fra Tigri ed Eufrate, soltanto lontano dalle città e ben arroccato nelle basi. Ma la sete, quella è vera. I marines ormai non stanno zitti e si lamentano persino sulla stampa americana: se vogliamo l’acqua, ci tocca rubarla. Qui non c’è. In Iraq, da anni, oltre agli attentati e alle battaglie ci sono anche sete e colera a reclamare vite. Le prime epidemie hanno colpito le zone curde al confine con l’Iran, irrigate dai qanat, la nervatura di viadotti sotterranei che collegavano le falde alle città tramite un sistema di pendenze e pozzi artificiali: tutti contaminati. Passato il colera, c’è stato il problema della manutenzione degli antichi acquedotti. Una professione antica quanto i qanat stessi, che si tramandava di padre in figlio. Perché il qanat è un’arte difficile, se si scava troppo in pendenza l’acqua se ne va, se si scava troppo in pianura l’acqua ristagna. Ma quando un’intero Paese fugge da se stesso, e milioni di cittadini fuggono da un villaggio all’altro e da un confine all’altro, è naturale che qanat come quelli che abbracciavano Suleimaniyah finiscano dimenticati, intasati, infetti. Gli Usa hanno cercato di salvarsi la reputazione “salvando” le Marshland, nel centro dell’Iraq. Un po’ per caso, un po’ per farci bella figura, Washington si è messa d’impegno a ripopolare il paradiso del Medioriente. Così, nel luogo più selvaggio, inaccessibile e misterioso della Mezzaluna Fertile, sarebbero tornati gli uccelli a nidificare, i canneti si sarebbero riformati, e gli arabi mada’n avrebbero ricominciato a circolare in canoa cantando di eroi leggendari e amori disperati. Che idillio. Peccato che le Marshland, irrigate soltanto al 30 per cento, siano state invase da un’acqua tossica evaporata nel giro di qualche stagione.
L’Iraq ha sempre più sete. L’emergenza sta cambiando l’assetto geopolitico della regione, al punto che la Turchia, secondo partner economico del Kurdistan iracheno dopo gli Usa, ha deciso di scendere in campo inaugurando il dialogo che da sempre tutti ritenevano impossibile, quello per l’acqua: da due settimane Ankara ha promesso di aprire le dighe della Gap, erogando 500 litri d’acqua al secondo verso l’Iraq invece dei soliti 250. Un sacrificio notevole, secondo il governo turco; troppo poco secondo quello iracheno. Ma almeno c’è aria di dialogo, al punto che il grande fratello americano potrebbe ritrovarsi scavalcato da una nuova partnership fra Siria, Iraq e Turchia dettata dall’esigenza. Sarà la pax aquarum di cui tutti parlano? Intanto, secondo le stime dell’Unesco, negli ultimi 4 anni qualcosa come 100mila iracheni hanno lasciato la propria casa per via della siccità. Dopo i profughi di guerra, sono cominciati quelli per l’acqua. 6 novembre 2009
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