Un emendamento permette di installare impianti energetici nei siti militari. Le autorità locali non potranno più obiettare. Intanto la Finanziaria affida a una spa gli utili del ministero della Difesa di Sofia Basso
Scordatevi l’antico “no grazie”. L’unica risposta alla centrale nucleare vicino a casa potrebbe essere “signorsì”. Da quest’estate, infatti, la Difesa può installare impianti energetici all’interno dei segretissimi e blindatissimi siti militari, annullando qualsiasi diritto di veto delle autorità locali. Mentre gli italiani pensavano se andare al mare o in montagna, la maggioranza, zitta zitta, ha inserito un emendamento alle “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” (legge 99/09 del 23 luglio 2009) che prevede che il ministero della Difesa possa «affidare in concessione o in locazione o utilizzare direttamente i siti militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare con la finalità di installare impianti energetici». Tra i firmatari del provvedimento spicca il ministro supernuclearista Claudio Scajola, che recentemente ha dichiarato guerra ai “signori del no” annunciando che a marzo saranno resi noti i criteri per i siti atomici. «Essendo aree militari, verranno gestite con lo stesso regime di estrema riservatezza, se non segretezza, utilizzato per alcune discariche in Campania», denuncia il senatore Giampiero Scanu, capogruppo Pd in commissione Difesa. «Tutto questo costituisce un motivo di grande preoccupazione ed effettiva sospensione dell’esercizio delle specifiche valutazioni che Comuni e Regioni sono chiamati a fare in presenza di decisioni di questa portata». Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto (Pdl) sdrammatizza: «Stiamo cercando di installare impianti eolici sulle nostre aree non utilizzate. Ci stiamo muovendo sulle energie pulite. Ogni anno spendiamo 110 milioni di euro di energia. Con i nuovi impianti, che devono essere fatti entro il 2010, potremo abbattere il costo delle bollette». A offuscare i buoni propositi di Crosetto c’è però il fatto che la richiesta del Pd di limitare esplicitamente l’operazione alle sole fonti rinnovabili non sia stata accolta. Ai cittadini non è stata nemmeno concessa la garanzia che al di là del filo spinato non ci siano impianti inquinanti.
A rendere ancora più pericolosa la prospettiva di centrali nucleari sottratte al controllo pubblico, è arrivato il blitz del 29 ottobre scorso, quando in nottata la commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento alla Finanziaria che istituisce “Difesa servizi spa”, una società per azioni, con tanto di amministratore delegato, consiglio di amministrazione e statuto emendabile senza passare per il vaglio del Parlamento. La nuova società, di natura privatistica, si occuperà «dell’attività negoziale diretta all’acquisizione di beni mobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell’amministrazione della Difesa». A promettere battaglia contro l’ennesimo colpo di mano è il Pd, che da mesi si sta opponendo al progetto del governo in commissione Difesa e adesso ha presentato un emendamento soppressivo. «Un vero e proprio blitz ai limiti dell’ammissibilità - denuncia Carlo Pegorer, senatore democratico - un intervento che modifica la natura stessa della pubblica amministrazione. Noi partiamo dal principio che la difesa, come la salute e l’istruzione, sono beni di natura pubblica inalienabili». Un passaggio che al Pd vedono strettamente collegato alle centrali nucleari nei siti militari: «Prima hanno fatto passare la previsione degli impianti energetici nelle aree della Difesa. Ora c’è lo strumento operativo per gestirli».
A difendere la ratio del progetto è Crosetto, suo sponsor principale: «La Difesa ha bisogno di uno strumento che ci consenta di creare valore aggiunto, di rimborsare parte delle nostre spese. Non vogliamo una società per spendere ma per creare utili, per fatturare i servizi meteorologici, il lavoro dell’istituto cartografico o quello degli ospedali militari che curano anche i civili ma non hanno i soldi per andare avanti. Tutti lavori che facciamo già, ma gratis. La norma passata in Senato non ci soddisfa. L’ha presentata il Tesoro. Manca la tutela dei nostri marchi, che oggi vengono utilizzati da ditte di abbigliamento senza che noi possiamo incassare un euro per le royalty. E manca la gestione degli immobili». Il sottosegretario di Ignazio La Russa ha chiesto ai senatori del Pdl di ritornare alla carica con alcune richieste che i colleghi delle Finanze avevano già contestato in commissione Difesa. Per Scanu, la questione degli stemmi militari è «una foglia di fico» per sottrarre al controllo pubblico un giro da 3-5 miliardi di euro l’anno, più l’indotto. «Difesa spa determinerà una serie di importanti novità non solo nella mera gestione della macchina delle Forze armate ma anche sulle destinazioni d’uso delle innumerevoli proprietà militari. Si sta modificando geneticamente la natura di un pezzo d’Italia: si sta privatizzando ciò che attualmente è pubblico e questo è di una gravità estrema. Secondo me ci sono anche profili di incostituzionalità», aggiunge il senatore che nella commissione competente aveva presentato una proposta alternativa: un’agenzia Risorse che avrebbe permesso alla Difesa di realizzare introiti e ottimizzare la spesa come chiedeva il ministero ma sarebbe restata interamente nella dimensione pubblica. Nel progetto del Pd, tra l’altro, la presenza di un magistrato della Corte dei corti nel comitato direttivo avrebbe garantito «un adeguato controllo in merito alla trasparenza delle procedure e al rispetto sostanziale delle norme di contabilità pubblica».
Garanzie che nel disegno della maggioranza mancano completamente. Da qui il sospetto di Scanu: «Difesa spa corrisponde a una visione liberistica dell’apparato statuale che si vorrebbe estremamente leggero non soltanto per una questione di conti pubblici ma soprattutto perché tanto più debole è la pubblica amministrazione come apparato servente dello Stato, tanto maggiore è il controllo di chi non ha una visione costituzionalmente corretta. Lo spostamento strutturale di competenze è talmente importante e forte da portare ad affermare che di fatto con Difesa spa si privatizzano le Forze armate». L’intenzione vera del governo, per il senatore Pd, potrebbe essere «un’opera di smantellamento nei confronti della pubblica amministrazione: quello che oggi stanno facendo alla Difesa, può accadere domani alla Giustizia e alla Scuola». Un’interpretazione che il sottosegretario Crosetto nega seccamente: «Si tratta di una società interamente pubblica, con quote non cedibili a terzi e un consiglio di amministrazione fatto dagli stessi che gestiscono la Difesa. I controlli servono per le spese, non per le entrate. Una spa al peggio non produce utili, ma non può fare perdite perché altrimenti chiude. L’agenzia è un vecchio carozzone, non uno strumento agevole. A differenza delle spa, che se falliscono muoiono, le agenzie durano e costano in eterno». Ma dal Pd insistono: siccome le modifiche allo statuto e le nomine dei componenti degli organi sociali sono deliberate a norma del Codice civile ed entrano in vigore con l’approvazione del ministero della Difesa (di concerto con il dicastero dell’Economia) senza passare per il Parlamento, tutto può accadere una volta che hai affidato questioni così delicate a una società privata. Anche che vengano eliminate le poche garanzie oggi inserite nella legge. 6 novembre 2009
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