Un francese, Claude Chabrol, un inglese, Alan Bates, e un’attrice italiana quel giorno sulla Kurfurstendamm di Anna Duska Bisconti
È il 9 novembre ’89. Alle 16:30 sarò atterrata a Berlino Ovest per girare il mio primo film in un cast internazionale. Sono felice due volte, perché lavorerò con Alan Bates, attore inglese che amo sin da ragazzina, e perché vado a fare Doctor M, un film di Claude Chabrol, maestro del cinema francese. All’aeroporto mi viene a prendere la macchina della produzione e mi porta nel migliore albergo del Kurfurstendamm, la strada chic di Berlino, piena di grandi magazzini con le etrine di mille colori che mandano la luce del capitalismo verso il buio di Berlino Est. Appena arrivata mi accoglie una guardarobiera teutonica, rossa dall’eccitazione, con l’orecchio incollato alla radio, assieme al cameriere di piano con i cioccolatini di benvenuto in una mano e un mazzo di fiori nell’altra. La guardarobiera urla qualcosa di forte tanto che il cameriere lascia cadere i cioccolatini diventando rosso pure lui. Mi stupisco. Chiedo in inglese che succede e i due all’unisono quasi urlano: «The wall, the wall has fallen». Non capisco di che muro parlano. «The wall of Berlin! They’re free! Germany is united!». All’improvviso capisco. Un po’ smarrita e attonita mi faccio condurre alla mia stanza e il ragazzo, mentre mi mette i fiori nel vaso, mi spiega che adesso la Germania è di nuovo la Grande Germania, il popolo tedesco unito riconquisterà il mondo. Gli dico una cosa del tutto inutile: «Congratulazioni». Mi ringrazia, dice che torneranno a essere potenti, che lui ripulirà gli stivali del nonno soldato. Squilla il telefono. La produzione mi convoca nella hall. C’è grande eccitazione. In mezzo alla concitazione, mi presentano Claude Chabrol, il suo direttore della fotografia e Alan Bates già al “lavoro” con il terzo bicchierino di vodka. Mollati dai tedeschi della produzione che vanno in massa a vedere se il muro è davvero crollato, rimaniamo tra di noi. Un inglese, due francesi e un’italiana, pezzi sparsi di un’Europa frastornata da quello che sta succedendo. Chabrol osserva che vale la pena rimandare la discussione sul film e buttarci in strada per vedere quello che succede. Quelli dell’Ovest vanno verso il muro. Quelli dell’Est quasi corrono verso di noi, qualcuno si guarda indietro per controllare che davvero la polizia non spari. Quando vede che, passata la soglia, è ancora vivo si precipita a fare la coda all’ufficio cambiavalute. Tre volte attorno a un isolato grande quanto palazzo Venezia si snoda la fila immane dei tedeschi orientali con le sacchette piene di soldi che non valgono granché . Quelli che escono hanno pochissimi marchi dell’Ovest ma si precipitano verso le vetrine dei negozi con gli occhi lucidi di felicità. Una felicità che si annida negli orologi di plastica colorata del grande magazzino di lusso, nelle mollette di plastica per i capelli, nelle collanine di perline colorate. Ma c’è anche qualche delusione. Una signora bionda vuole comprare un orologio di finto oro, luccicante. Come una gazza ipnotizzata ripete alla commessa: «Mi mancano solo dieci marchi, che sono dieci marchi per te? Sei tedesca come me, dammelo lo stesso, con tutto il ben di dio che c’è, il capitale non se ne accorge neanche». La commessa ha gli occhi umidi dalla costernazione di non poter spiegare come vanno le cose da questo lato del muro: «Non posso, non è mio, me li tolgono dallo stipendio quei marchi. Mi dispiace. Lei non ha capito, non capisce».
La notte è scesa e il vento gelido sferza facce di uomini appiccicati col naso alle vetrine della Mercedes, come se quei sedili di cuoio fossero donne pronte a tutto per loro. È quasi ora di cena e migliaia di Trabant, le automobili del mondo dell’Est, scaricano gente che si abbraccia festante e si precipita nei supermercati. Ne esce con incredibili quantità di cibo e valanghe di lattine di birra. Maree di tedeschi hanno invaso i ristoranti. Ai tavoli, gente che piange, fratelli e sorelle che si abbracciano, pezzi di famiglie riunite davanti a montagne di wurstel e patate. Torniamo in albergo. Per miracolo riusciamo a mangiare qualche panino. Esco di nuovo a vedere che succede. Cammino per il Kurfurstendamm. Il vento tira forte e freddo. Sposta le foglie già tutte secche e le migliaia di lattine di birra. Ancora tanta gente fino alle 3 del mattino impegnata in una colossale sbronza di massa in adorazione delle borse di Gucci, delle pellicce, dei cappotti di Yves Saint Laurent. La musica delle lattine è forte come il vento, sembrano le zampogne di un presepe, il bambinello è tutta quella merce e la gente i pastori in adorazione. In mezzo alla strada, fra le lattine in coro, cammina solo, sbronzo, un bellissimo biondo con la bottiglia in mano. Si ferma, beve dalla bottiglia ma non c’è più niente. La capovolge. Neanche più una goccia. Si stupisce con l’aria imbambolata degli ubriachi. Guarda le foglie, la bottiglia, le sue mani. Scuote la testa e comincia a piangere in silenzio. 6 novembre 2009
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