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di Massimo Fagioli

Davanti al mio volto un uccello svolazza andando da un punto all’altro della terrazza. Dal tettuccio di paglia del gazebo si getta sul pavimento; poi si solleva, si ferma su una pianta, poi raggiunge la ringhiera di ferro che permette di guardare le rovine dei templi romani senza cadere giù in basso, sul selciato fatto da sampietrini. Ma sembra che sia stanco perché, staccandosi dal pavimento, le ali si muovono lentamente come se facesse fatica a sollevarsi da terra. Diverso, se pur ugualmente lento, il movimento delle ali del falco pellegrino che dà forza ad un corpo di uccello che sembra immobile, ma vola. Ha le penne grigio scuro, è più grande di un passero, ma non riesco a dargli un nome. Poi, in un momento di distrazione nel seguire le linee tracciate dal volo dell’uccello sconosciuto, lo sguardo va verso l’alto e vedo una gabbiana bianca che, dopo essersi accucciata piegando le zampette sotto un gabbiano che spinge la coda sotto la coda di lei, vola via ad ali spiegate, verso l’alto. Poi, abbassando la testa sul foglio bianco, è come se la coscienza si addormentasse e le linee invisibili, tracciate dal volo dell’uccello grigio scuro, diventano parole scritte che si muovono, si ingrandiscono, si estendono per fare forme indefinite e colori vari ciascuno con il loro nome. Ed a monte, prima del nome che definisce i colori, c’è una parola che riassume in sé gioia e dolore, identità e dissociazione, sanità mentale e malattia. Immagine. Non riesco a ricreare, con il pensiero, il tormento dell’adolescenza quando udivo questa parola che i sapienti pronunciavano avendo tolto ad essa l’identità. Forse soltanto la percezione dell’uccello grigio scuro ed il suo ricordo, può essere presa e trasformata nel pensiero dell’immagine che parla, dicendomi della tristezza che dà una vista annebbiata.
Ora non so. Forse per l’emergenza, dalla realtà biologica, di idee nuove che davano un nome a cose della mente mai conosciute; forse perché avevo letto la parola da Schopenhauer, nonostante la dissociazione di Freud che diceva che le immagini dei sogni erano allucinazioni, udii e sentii il termine tedesco Vorstellung che suonava, come se avesse fuso la parola immagine con idea. Perché, forse, lessi che Kafka e Schreber parlarono del risveglio dell’essere umano, alludendo a quella parola. Poi, all’Università di Chieti, proposi di distinguere nettamente la parola figura dalla parola immagine. Il termine figura è per il ricordo cosciente che indica le cose ma  non parla. Immagine è quel gioco di luci ed ombre e colori che è creata dalla mente umana dopo che, alla nascita, la rétina è stimolata dalla luce, il cervello inizia a funzionare, e la capacità di immaginare utilizza le percezioni dei cinque sensi per pensare mediante la creazione di immagini nuove. Poi, al risveglio, le immagini create nel sonno, quasi sempre scompaiono. Non è rimozione perché questa parola dice di uno spostamento di un oggetto fisico nello spazio e in stato di veglia.

Allora dalla conoscenza e dal ricordo cosciente che il corpo, quando si dorme e si sogna non cammina, non si sposta da un luogo ad un altro, non ha la coscienza e la parola, si può pensare che non ha rapporto con lo spazio, e si deve pensare all’altra categoria della vita umana che sta nella parola tempo. Ed immediatamente nasce da essa la parola movimento. E, così scrivendo, sento che questi termini, comunemente usati, hanno un suono diverso anche se sono parole scritte silenziose. E vedo che, nascoste, ci sono altre parole rese invisibili perché hanno tolto ad esse la loro identità, ed esse sono: vita umana. Così ricordo che colui che fu nominato, come un serpente nella favola delle rane, “scopritore” dell’inconscio inconoscibile diceva che, nel sonno, si regredisce alla realtà del feto nell’utero. Strano pensiero di una figura impastata con un’altra figura; non sono immagini ma favole inventate dalla coscienza e la ragione ottusa. La perdita della coscienza e della parola significherebbe tornare dentro il liquido amniotico endouterino. I sogni? Sarebbero idee innate che si hanno anche nel feto e, simultaneamente, i sogni sarebbero allucinazioni, ovvero immagini che non esistono. Sembra un miscuglio di parole… schizofrenico. Ovvero “nel feto non nato ci sono, nella mente che non c’è, immagini che non esistono”. Ovvero esiste soltanto la realtà materiale ed il rapporto con lo spazio.
Non so. Il ricordo cosciente dice che, da giovane, La metamorfosi di Kafka, mi piaceva molto ed ammiravo lo stile della scrittura; ma non è seguito dalla memoria senza coscienza che potrebbe dire che la scrittura, diversamente dalle Metamorfosi di Ovidio, mi suggerì la parola italiana: trasformazione. Poi non so come sia giunto a pensare e verbalizzare che, se c’era una catastrofe schizofrenica, poteva esserci una trasformazione che avrebbe portato il malato alla sanità mentale. E trovai la strada per far camminare la parola trasformazione, che disse e teorizzò la nascita umana come emergenza del pensiero dalla realtà biologica.

Come il presidente Schreber descrisse la propria pazzia, che si rivelò al risveglio, quando ebbe l’idea (Vorstellung) “come sarebbe bello essere donna e subire il coito”, così Kafka descrive la pazzia di un inventato Gregorio Samsa che “… si ritrovò trasformato in un enorme insetto immondo”. Ma ora la penna, anche se morbida e ricca di inchiostro che cede facilmente, si ferma ed io la poso sul tavolo e mi rilasso poggiando la spina dorsale sullo schienale della poltrona. è venuto sempre spontaneo lasciare che il pennino versasse l’inchiostro con le piccole linee, come in un rapporto dolce con la carta bianca liscia. So che è male, se si spinge il pensiero a cercare le realtà invisibili della mente. È bene lasciare che i pensieri emergano alla coscienza liberi, in modo da evitare ogni scissione tra coscienza e non coscienza. Evitare che tra veglia e sonno si determini quella ostilità che li fa nemici mortali. Perché, se non riesce il passaggio dall’una all’altra realtà mentale, ciò che non è coscienza farà la rivolta come negazione, ciò che è coscienza avrà il terrore di ciò che non comprende perché non ha parola ed il linguaggio della ragione. E la coscienza dirà: è animalità, per mancata realizzazione umana come ragione e, dopo tremila anni, dirà ancora «è pazzia». La ragione va incontro alla dissociazione mentale, alla negazione che sembra menzogna, impastando due pensieri nel senso opposto ad una elementare logica… che gli animali hanno quando vanno a caccia di prede. Ciò che non è coscienza non è animalità, perché gli animali non impazziscono mai.

Non so come né quando ho lasciato fluire la mente dalle immagini del sonno al pensiero verbale. Ogni giorno, al risveglio, ho ritrovato il corpo che il ricordo cosciente mi diceva essere quello del giorno precedente. Non ha mai stimolato nessuna ricerca né riflessione. Gregorio Samsa quel mattino al risveglio, non riconobbe più se stesso.  Ed ora penso che, forse, ciò che mi spinse a comprendere il passaggio dal sonno alla veglia;  a cercar di veder cosa poteva accadere, in un corpo che non si modificava, nella mente che usciva dal buio del sonno per ritrovare il rapporto con la realtà che stimolava i sensi e legava il suo pensare al ricordo cosciente, possa essere stata la parola tedesca: die Verwandlung.  Pensai alla parola trasformazione. Ed ora, avendo ripreso a scrivere, penso che Schreber, malato di mente, aspirava ad essere trasformato “in donna”. Samsa si trovò trasformato (verwandelt). E cerco la malattia mentale e trovo che le idee di trasformazione non erano sogni, ma pensieri coscienti. Kafka lo dice esplicitamente “Non era un sogno”. Schreber dice “svegliandosi ebbe l’idea”. Ed io vidi che il pensiero cosciente è pazzia, quando pensa alla trasformazione del corpo.

Ed ora vengono pensieri che nascondono memorie vaghe, indefinite e sembra confusione di idee. La perdita della ragione e parola e comportamento, che accade a tutti gli esseri umani in modo uguale, quando si cade nel buio della coscienza e, nella mente, compaiono paesaggi della natura o mostri, donne angelicate o streghe, animali e uomini cattivi, dicevo che era sparizione e non distruzione. E la logica cosciente si proponeva con forza argomentando che, nel corso di ventiquattro ore, tutto ricompariva con l’alternarsi del giorno e della notte: la coscienza razionale ed il comportamento al risveglio, i fantasmi della notte che, come anime e spiriti, non potevano essere abbracciati. Ed ora
la mano si ferma di nuovo e dal pennino non esce più il bell’inchiostro azzurro.
E ricordo che dissi sempre che ero incerto nel pensare che, al risveglio, si potesse dire la parola trasformazione. La mente della veglia precedente il sonno, il ricordo delle cose è uguale. Ora so che fu una debolezza, non aver avuto il coraggio di pensare, guardare e vedere che il linguaggio articolato è la ricreazione della fantasia di sparizione della nascita, trasformata in linea nella scrittura, vagito nella parola. Mi perdono poco perché non avevo scritto che c’era la poesia.

 
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