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Marpiccolo di Alessandro di Robilant media tra parecchi generi, aggiornandoli ai nostri tempi
Il cadavere galleggiante di un bovino; auto e moto che sfrecciano a serpentina, rischiando continuamente lo scontro: sono le immagini che sin dall’inizio imprimono senso a Marpiccolo, film d’azione, di denuncia ma anche melodramma, che ricorda Il bandito, e Senza pietà, le pellicole girate da Alberto Lattuada nell’immediato dopoguerra. Del resto a Taranto, la città in cui il film di Alessandro di Robilant è ambientato, il dopoguerra pare non finisca ancora. Cambiano i personaggi, cambiano la malavita e i motivi che l’alimentano ma la sostanza resta la stessa. Per esempio, la rabbia giovanile, che oltretutto oggi è un topos universale; perlomeno nei luoghi, tanti, in cui la società in crisi, incapace di dare risposte alle esigenze, sia pure inespresse, o mal formulate, della gioventù. Oppure il degrado ambientale, oggi peggiore di allora, perché Taranto non esce dai disastri della guerra: a determinare l’invivibilità di molti dei suoi quartieri non sono i bombardamenti delle Fortezze volanti, bensì il progresso senza scrupolo delle sue industrie. Nel film vediamo donne, madri di famiglia, maestre e professoresse che protestano contro l’inquinamento cancerogeno, esattamente come le operaie licenziate, che non riescono a pagare il mutuo contratto per avere una casa, filmate da Michael Moore in Capitalism: a love story. Di Robilant, regista che dopo il 1993, l’anno dell’ottimo Il giudice ragazzino, aveva infilato una serie di pellicole che non erano state notate dalla critica e tanto meno dal pubblico, ha qui il merito di mediare tra film di azione, di denuncia e giustappunto il melodramma, senza mai squilibrare il procedere della vicenda, e fornendole anzi una compattezza rara dal principio alla fine. Un capitolo a parte meriterebbero poi gli attori (di fama nazionale, locale e presi, come si suol dire, dalla strada), che rende la loro recitazione così fusa e intrecciata con la vicenda narrata dalla pellicola da non fare avvertire alcuna differenza, vuoi di livello, vuoi di provenienza. di Callisto Cosulich 6 novembre 2009
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