Pierpaolo Capovilla ci racconta A sangue freddo. Un disco duro, spietato che presenta un mondo ormai in crisi
Con “A sangue freddo” la vostra musica diventa più rock e corposa? È un continuo work in progress. Suonare in un gruppo, creare insieme le canzoni e metterle in relazione l’una con l’altra in un album, è un processo di apprendimento. Scrivere e suonare musica rock è un po’ come darsi obiettivi non ancora conosciuti. Il più grande furto che la società capitalistica impone alle nostre vite è impedirci di cooperare, di fare “insieme” qualcosa. Ecco, il rock, quando e se dotato di autenticità, se ne frega del capitalismo, e produce suoni e narrazioni in piena libertà.
Come nasce il pezzo su Ken Saro Wiwa, “A sangue freddo”? Tentai di scrivere una canzone su Saro Wiwa nel ’96. La volevo nel primo album di One dimensional man, a un anno soltanto dal terribile compimento del suo destino. Finalmente ho trovato le parole, che poi sono in gran parte le sue stesse parole, perché il testo della canzone è ispirato a un suo componimento. Nutro da sempre l’intima convinzione che la musica debba disvelare il dolore e la disperazione degli umiliati e degli offesi. Non possiamo dirci e nemmeno pensarci persone oneste, se permettiamo ai giganti del petrolio di arricchire noi, affamando e avvelenando intere popolazioni.
Ha ancora un senso dirsi indipendenti? Non soltanto ha senso. È necessario. Veniamo al mondo per cambiarlo, non per farci fagocitare da esso. L’indipendenza è condizione necessaria per poter almeno sperare di lasciare un segno positivo nella storia che viviamo.
Nella canzone “Il Terzo mondo” date una visione del nostro Paese molto pessimistica? Penso e credo che il nostro amato Paese stia sprofondando nel crimine, nel razzismo, nell’individualismo più becero, nelle più profonde sperequazioni sociali, nella violenza fisica e verbale, nella bugia assurta a verità, nell’ordine e nella sicurezza poliziesca. Tutte caratteristiche tipiche delle tante e tristi dittature del Terzo mondo.
Perché in Italia la vera politica e l’opposizione sono sempre più fatte attraverso i solchi dei dischi? Forse alcuni hanno capito che è arrivato il momento di fare qualcosa in prima persona. La politica dei partiti sta vivendo la crisi più profonda della storia dell’Italia repubblicana. La rappresentanza non basta più: di fronte all’inadeguatezza della classe politica, la società civile prende parola e alza la voce.
Nell’album citi Pino Daniele, una passione insospettabile. Se incontrassi Pino Daniele in autogrill, lo abbraccerei fino a farmi cacciare. Amo la sua musica, l’amorevolezza che esprime, la dolcezza crudele delle immagini che ha saputo creare. Come resistere al doloroso fascino di “Appocundria” o “Viento”. Come posso non commuovermi ascoltando “Cammina cammina”. L’ho scoperto tardi. Alle cose più belle ci sono sempre arrivato con grande ritardo. Ma, come si dice, meglio tardi che mai. di Pierpaolo De Lauro 6 novembre 2009
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