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Un urlo sotto la maschera Stampa E-mail
In scena una versione di Walter Pagliaro dell’Alcesti di Euripide

Tutt’altro che una trovata fine a se stessa l’idea di usare maschere espressioniste per Alcesti mon amour, drammaturgia (tratta da Euripide) e regia di Walter Pagliaro in scena allo Spazio di Roma. Sull’uso della maschera, in ispecie nel teatro greco, di cui Pagliaro è un vero esperto, si sono scritti trattati importanti. È sufficiente però andare a cercare nella Storia del teatro edita da Einaudi (al volume sul teatro antico) la riproduzione della maschera di vecchia ritrovata al santuario di Artemide Orthia ed esposta al museo di Sparta, per vedere come quel volto ricordi Il grido di Munch. Il regista, nella sua manipolazione della tragedia euripidea, ha voluto mettere in risalto il sogno di Admeto «di perpetuare idealmente l’eros, anche dopo la morte; così come Alcesti è schiacciata dalla paura del tradimento».Quello che il regista sembra andare cercando nel suo spettacolo è la manifestazione dell’esperienza emozionale e spirituale e il disagio interiore dell’individuo provocato dallo iato fra l’ideale e la condizione umana. In effetti, l’Alcesti si presta perfettamente a tale operazione: la storia racconta di Admeto, re di Fere, in procinto di morire. Apollo però ottiene dalle Moire che il re sopravviva se qualcuno accetterà di trapassare al suo posto. E sarà Alcesti, la giovane moglie di Admeto, a offrirsi in sacrificio, realizzando così il sogno archetipico della donna che dà la vita per il proprio compagno.

Ora, due sono gli elementi assai interessanti di questa messa in scena: il primo, che Pagliaro governa una materia così vasta con invidiabile abilità intellettuale; indi, che non permette all’intellettualismo di impicciarsi delle faccende teatrali e sta sempre attento a tradurre il risultato dei suoi studi e delle sue riflessioni in azione. Le maschere espressioniste esteriorizzano in una drammatica fissità l’interiorità dei personaggi come fossero pietrosa materia psicologica che mai può mutare, tutt’al più sgretolarsi. Visione filosoficamente pessimista che permette a Pagliaro e soprattutto alla compagnia di non dover mai ricorrere in sede di interpretazione al tragico pompieristico e calamitoso, a quella recitazione forzata e pomposa di cui sentono necessità i male avvertiti sulla natura della tragedia greca. Siccome il conflitto e il dolore sono qui intesi come condizione umana e la vicenda raccontata ne diventa una rappresentazione, una metafora, ecco che gli attori possono abbandonare la maniera e dedicarsi alla sostanza. E con loro, gli spettatori. «Vita e morte - scrive il regista nel programma di sala - verità e menzogna, fedeltà e infedeltà, luce e buio, si annullano reciprocamente». Eros e thanatos si fondono in un unico dilemma di fronte al quale l’uomo finalmente resta solo, senza dei né consolazione. Solo, di fronte all’incolmabile nulla. Il modo di affrontare il finale del dramma di Euripide, un epilogo felice con il ritorno di Alcesti, è una sorta di omaggio, una resa rispettosa di Pagliaro alla grandezza del tragediografo antico, il quale merita che si abdichi alle proprie convinzioni.

Tale attenzione a Euripide, pur nella stesura d’una propria versione, si sostanzia anche nella scelta di rispettare lo schema originale per la distribuzione delle parti: due soli attori interpretano tutti i ruoli in scena, quindi Micaela Esdra fa Apollo, l’ancella, Alcesti, Eracle e Ferete, mentre Luigi Ottoni è Thanatos, Admeto e il Servo. Un rischio calcolato perché per esempio Micaela Esdra è perfetta come Alcesti, al punto da far desiderare qualcosa di più quando lavora su Eracle.
Ma sono dettagli. Maschere di Giuseppe Andolfo, musiche di Germano Mazzocchetti. La scenografia è niente, un tavolo, perché quando sai quale mondo vuoi mostrare, non hai bisogno di arredare una stanza.

di Marcantonio Lucidi

6 novembre 2009

 
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