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Bombe a grappolo grazie alle banche Stampa E-mail
Fuorilegge da più di un anno, le cluster bomb continuano a essere prodotte. A investire nel settore sono 138 istituti finanziari. Per l’Italia, Intesa Sanpaolo

A quasi un anno dalla firma del trattato per la loro messa al bando, il giro d’affari legato alla produzione di bombe a grappolo, le cosiddette “cluster bomb”, è ancora florido. Secondo un rapporto diffuso dalle organizzazioni non governative, la belga Ikv Pax Christi e l’olandese Netwerk Vlaanderen, gli investimenti e i servizi finanziari offerti da 138 istituti finanziari di sedici Paesi, a partire dal gennaio 2007, ammontano a circa 20 miliardi di dollari. Le compagnie finanziate sono otto: Alliant Techsystems Atk (Usa), Hanwha (Corea del Sud), L-3 Communications (Usa), Lockheed Martin (Usa), Poongsan (Corea del Sud), Roketsan (Turchia), Singapore Technologies Engineering (Singapore) e Textron (Usa). Il ruolo principale è ricoperto dalla banca britannica Hsbc, che ha guadagnato 657,3 milioni di sterline in commissioni legate al finanziamento di Textron. Lauti guadagni anche per Goldman Sachs, che ha ricavato 588,82 milioni di dollari, finanziando Textron e Alliant Techsystems. Altri grandi istituti di credito coinvolti sono Bank of America, JP Morgan Chase, Barclays, Citigroup, Merril Lynch e Deutsche Bank. Nell’elenco compare una sola banca italiana, Intesa Sanpaolo, per un prestito di 52,5 milioni di dollari, concesso nel luglio 2007 a Lockheed Martin.

Le bombe a grappolo sono piccoli ordigni trasportati in un grosso contenitore, che si apre a mezz’aria, scaraventandoli su di una vasta aerea, colpendo indiscriminatamente militari e civili. Possono essere lanciate da aerei, missili o proiettili di artiglieria. Lo scorso dicembre, 95 Paesi hanno firmato la convenzione di Oslo per la messa al bando delle cluster bomb. Sinora è stata ratificata da 23 Paesi e ne mancano 7 perché diventi vincolante. Belgio, Irlanda e Lussemburgo hanno già approvato delle leggi che vietano gli investimenti nelle cluster bomb, mentre i fondi pensione di Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia hanno disinvestito dalle compagnie produttrici.
«Le politiche nazionali di bando degli investimenti sono sicuramente utili ma anche le istituzioni finanziarie devono assumere iniziative», ha affermato Esther Vandenbroucke, esponente di Netwerk Vlaanderen e tra gli estensori del rapporto.

di Beniamino Bonardi

6 novembre 2009

 
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