La crisi economica in corso ha fatto esplodere il passivo dei governi. L’Italia, per una volta, fa la virtuosa. Perché non investe nel suo futuro di Luca Inglese
C'è anche chi ha sostenuto che i debiti allungano la vita. Chi i debiti ce li ha, però, sa che anche quando l’allungano, rendono la vita più difficile. Il motivo è semplice: il debito va ripagato, ovvero una quota del reddito personale o aziendale va sottratta alla “vita” (consumi o investimenti a seconda del caso) e destinato alla restituzione. I costi del debito poi sono essenzialmente costi fissi, il che vuol dire che in periodi di magra si mangiano una quota proporzionalmente maggiore del reddito. Quindi, premesso che senza debiti si vive meglio, la verità è che sono funzionali alla vita. Sgradevoli ma “normali”, come l’influenza d’inverno. Le aziende sono strutturalmente indebitate per la differenza temporale che c’è tra l’investimento (compra il terreno, i macchinari, produci il bene) e l’incasso derivante dalle vendite. Gli individui s’indebitano tipicamente per comprarsi casa. I governi s’indebitano per costruire infrastrutture e garantire servizi sociali dignitosi. Il livello dei debiti “accettabili” varia nel tempo. Dipende da variabili storiche e congiunturali. Quindi chiariamo subito: non esiste un livello assoluto di debito eccessivo.
La crisi economico finanziaria del 2007-2008 ha determinato l’esplosione del debito pubblico in tutto il mondo. Il meccanismo di crescita dell’indebitamento è semplice ed è legato solitamente alle recessioni. In recessione succede una serie di cose: la prima è che lo Stato incassa meno perché il sistema produce meno (le entrare fiscali sono cicliche). La seconda è che lo Stato non solo non spende meno ma anzi spende di più visto che i programmi di intervento pubblico anticongiunturale si attivano proprio quando c’è una recessione. Quindi il deficit (il nuovo debito) cresce e il reddito scende. L’impatto sul noto rapporto debito/Pil è quindi doppio perché numeratore e denominatore si allargano come una forbice. In questa crisi poi si sono aggiunti salvataggi statali di dimensioni tali da far crescere in maniera ancora più vistosa i debiti.
Quando il debito sale c’è sempre qualcuno che grida all’allarme e invoca l’austerità. Anche in Italia la poltrona del ministro Tremonti traballa ma per il motivo opposto. Mentre tutto il mondo del debito se ne frega, e pensa a salvare il Paese dalla recessione, il fiscalista con la “evve moscia” tiene il freno a mano tirato contro la naturale tendenza della politica a spendere. Sbaglia? La prima domanda a cui rispondere è: il debito italiano è troppo alto? La risposta è no. In termini relativi ovviamente, essendo uno dei più cospicui del mondo in termini assoluti. Non lo è perché sta crescendo in un contesto in cui tutti i Paesi, inclusi quelli storicamente virtuosi come la Gran Bretagna, la Germania, gli Usa che avevano rapporti debito/Pil intorno al 50 per cento ora veleggiano rapidamente verso la fascia 80-100 per cento. Quello italiano invece dovrebbe passare dal 102 al 115-120 in un paio d’anni. In termini relativi, quindi, i “grandi” e virtuosi raddoppiano i loro debiti e si avvicinano a livelli finora considerati “mediterranei”. In termini relativi l’Italia non ne esce male sul fronte del debito. Questo senza parlare del tecnologico colosso giapponese che veleggia, o piuttosto affonda, oltre il 200 per cento nel rapporto debito/Pil. Se poi si va a calcolare il livello complessivo dei debiti di un Paese, includendo quelli delle famiglie e delle imprese, l’Italia straccia Usa e Gran Bretagna senza problemi. Questi livelli di indebitamento, comunque, si erano visti solo durante la Seconda guerra mondiale.
L’argomento classicamente anti debito è quello liberista dello “spiazzamento” degli investimenti privati. Il governo, cioè, concorrendo sul mercato con le imprese sottrarrebbe a queste le risorse per gli investimenti. Risorse che senz’altro sarebbero meglio impiegate dai privati. In questo caso però è esattamente il contrario. Il debito pubblico cresce per l’accollo di tanto debito privato e perché i governi hanno dovuto ricapitalizzare le banche affinché riprendessero a prestar soldi alle imprese (manovra solo in parte riuscita). Insomma, questa esplosione del debito criticata dai liberisti è dovuta al servigio che i governi hanno deciso di rendere ai liberisti stessi. Sgombrato il campo dai terrorismi di varia natura, i temi del dibattito dovrebbero essere due: come stiamo spendendo i nostri soldi pubblici e come ripagheremo i nostri debiti. I due argomenti sono intimamente legati. Al momento l’Italia sta spendendo poco e male. Poco, perché l’entità dello stimolo fiscale italiano è solo una frazione della media degli interventi Ocse. Male, perché - a parte i fondi a sostegno della domanda e del lavoro, in particolare gli ammortizzatori sociali per le imprese in difficoltà - il resto è legato a un progetto per il Paese, anzi un non-progetto, vecchio e fallimentare. Non c’è futuro nella spesa pubblica italiana: ci sono cemento e grandi opere invece di riqualificazione e bonifica del territorio devastato nei decenni; ci sono le centrali nucleari invece degli investimenti nel risparmio e nelle rinnovabili; ci sono i tagli alla ricerca e alla scuola invece degli investimenti nei saperi.
Come ripagheremo i nostri debiti? Nella storia economica moderna conosciamo essenzialmente quattro modi. Il primo è legato all’innovazione tecnologica e alla crescita. Nuove tecnologie consentono tassi di crescita tali da ridurre rapidamente il rapporto debito/Pil. L’Occidente ha conosciuto una dinamica simile dopo la Seconda guerra mondiale negli Usa, negli anni 70 in Giappone, alla fine degli anni 90 con le telecomunicazioni e internet. Quale rivoluzione per il prossimo decennio? L’unico all’orizzonte è quello “verde”. Ma l’Italia in questo senso non è certo all’avanguardia. La seconda possibile uscita dal debito è l’inflazione. Salgono i prezzi e con questi il Pil nominale. È successo in molti Paesi negli anni 70. La terza via è quella che i riformisti chiamano “riforme della spesa pubblica” e che a sinistra si traduce in “tagli alla spesa sociale”. Privatizzato il privatizzabile, i governi riducono il loro bilancio tagliando i servizi sociali. Ricordate la Thatcher negli anni 80? Esistono in verità anche tagli “socialmente sostenibili”, come quelli alla spesa militare. La quarta exit-strategy dal debito è la più drastica: il default. Il governo dichiara di non poter ripagare, del tutto o in parte, le somme dovute. È successo a molti Paesi, di recente (Russia, Messico e Argentina negli ultimi dieci anni circa). Qual è la strada scelta dall’Italia? La triste realtà è che non è chiaro neanche ai policy makers. 30 ottobre 2009
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