Il neosegretario Pierluigi Bersani dovrà risolvere molte questioni. Più radicamento nei territori, meno “liquidità”, elezioni regionali. E con lui si apre il nodo della riorganizzazione della sinistra di Aldo Garzia
Dopo aver vinto il Congresso con il 55 per cento dei 450mila iscritti che vi hanno partecipato e con il 53 per cento dei quasi 3 milioni di cittadini che hanno preso parte alle primarie, tocca ora a Pierluigi Bersani far tesoro del risultato e delineare la nuova fisionomia del Pd. Se la prima grana è l’addio di Francesco Rutelli che punta a un nuovo movimento politico di “centro” in vista di una partnership con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, Bersani ha intanto incassato il consenso di Franco Marini, padre nobile dei cattolici democratici del Pd. «Il nuovo segretario ha vinto le primarie perché i suoi discorsi sono apparsi più concreti. Parlava di lavoro, di salari, di come ricostruire l’opposizione», ha riconosciuto l’ex presidente del Senato. Anche Alfredo Reichlin, tra i dirigenti più anziani che provengono dal Pci e dai Ds, non ha celato in una intervista alla tv Red la sua soddisfazione: «Non parleremo più di partito liquido, di sicuro ricostruiremo una forza politica dove si partecipa e non si vota una volta ogni tanto, ci occuperemo dei grandi problemi della società italiana: a iniziare da lavoro e democrazia». Ed è arrivato anche l’appoggio di Romano Prodi che salutando positivamente l’elezione di Bersani si è riferito all’abbandono di Rutelli con parole sdrammatizzanti: «Se qualcuno se ne va, non succede niente. Globalmente il partito resterà unito perché le primarie sono un grande segno di democrazia». Tutti i commentatori, dentro e fuori il Pd, segnalano forse con poco bon ton, ma si sa che la politica è impietosa, la fine del veltronismo: l’idea cioè di un partito leggero come una piuma d’oca, dall’identità mobile come un tram, che puntava a un ideale bipartitismo (la “vocazione maggioritaria”) e a continue innovazioni di immagine più che di contenuto cercando di immettere nel sistema politico ulteriori ingredienti di americanizzazione oltre quelli già presenti. Ora tutti danno addosso a quella idea di partito che Walter Veltroni impersonificava alla perfezione, a cui i critici attuali avevano dato un superficiale via libera. Ma è difficile confutare la tesi che con l’elezione del nuovo segretario si siano ricostituite le condizioni minime per ripensare a un moderno partito di sinistra che non si vergogna di definirsi tale.
Qualche critico di Bersani definisce la rottura di continuità con il veltronismo «un pericoloso ritorno all’indietro». I già citati Marini e Reichlin, ma si potrebbero aggiungere alla lista Massimo D’Alema, Enrico Letta e Rosy Bindi, pensano invece a correzioni nella vita del Pd che riportino il partito a poggiare i propri piedi per terra. Il che va inteso come l’auspicio di radicamento nei territori, attenzione alle emergenze sociali di occupazione e salari, rilancio di una alleanza politica in grado di competere con il centrodestra. La strada di Bersani è tutta in salita. La gestione del Pd di Veltroni prima e Franceschini dopo è andata in tutt’altra direzione. È assai probabile che cambino i capigruppo del partito alla Camera e al Senato e che si formi una segreteria senza esagerare nel bilancino delle correnti nella sua composizione. Il partito periferico può inoltre contare su segretari - salvo l’eccezione in Friuli dell’ex enfant prodige Debora Serracchiani - tutti orientati omogeneamente sulle posizioni del nuovo leader del Pd e tutti frutto del risultato delle primarie. Il nuovo segretario dovrà perciò affrontare un po’ alla volta i problemi di orientamento del partito, le sue alleanze e perfino riaggiornare la sua cultura rendendola più politica e meno tecnicistica (lo statuto del Pd scritto dai politologi Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti assomiglia al gioco del Monopoli ), recuperando i positivi valori di laicità e sensibilità ai diritti individuali testimoniati dal 14 per cento ottenuto dalla candidatura di Ignazio Marino nelle primarie.
Prima prova: le elezioni regionali. Il primo scoglio per Bersani sono le elezioni regionali del marzo 2010. Il Pd governa attualmente 11 Regioni su 14. È impossibile confermare questo risultato che corrisponde a un’altra stagione politica, quella che portò il centrosinistra a vincere le elezioni del 2006 con la leadership di Prodi. Il “caso Marrazzo” mette in discussione la tenuta nel Lazio, come sono a rischio Campania, Liguria, Piemonte e Calabria. Il nuovo segretario dovrà rapidamente scegliere candidati e alleanze, dando segnali di rinnovamento generazionale nella selezione dei candidati e di ritorno alla moralità nel fare politica più come servizio che come carriera individuale. Se non riuscirà a invertire la tendenza negativa elettorale iniziata con le elezioni regionali in Abruzzo e Sardegna di quest’anno, poi proseguita nelle recenti elezioni europee (4 milioni di voti in meno rispetto al 2008), è probabile che si daranno altre chance a Bersani prima di sottoporlo al plotone di esecuzione. C’è molta attesa pure per quello che Bersani riuscirà a mettere in campo sul fronte delle alleanze. Al di là dei rituali incontri con gli altri leader dell’opposizione, il problema che attende il neoeletto segretario è come definire un programma sul quale possano convergere l’Udc di Casini, l’Idv di Di Pietro, Sinistra e libertà di Nichi Vendola e Claudio Fava, movimenti e associazioni che non si identificano con i partiti. A oggi, l’operazione da mettere in moto assomiglia a un’impresa quasi impossibile, eppure la situazione politica è così in movimento da poter riservare sorprese a cui si dovrà rispondere in modo rapido (uscita di scena di Berlusconi? Ipotesi di “governo istituzionale”? Elezioni anticipate?).
L’ultimo problema che si ripropone con l’elezione di Bersani è la riorganizzazione della sinistra. Con Veltroni e Franceschini sulla tolda di comando del Pd la questione non si poneva nemmeno e il solco con socialisti, Radicali, Sinistra e libertà, Rifondazione era destinato a diventare un burrone. Se ci saranno effettive correzioni sulle politiche sociali del Pd e sul suo modo di fare opposizione, non è detto che non si riapra il tema di pensare a un partito contenitore che include, oltre a quelle già presenti, culture più radicali o di orientamento più esplicitamente socialdemocratico. Fabio Mussi, dirigente di lungo corso della sinistra di origine comunista e diessina, insofferente per i troppi rinvii nel decollo effettivo di Sinistra e libertà, ha ben fotografato la situazione: «Dopo le primarie di tre milioni di partecipanti, il tic-toc di piccole nomenclature litigiose e inconcludenti è tanto più insopportabile». Il che vuol dire: o Sinistra e libertà cessa di assomigliare ad Amleto o bisognerà prevedere altri percorsi per chi non si è riconosciuto in passato nella proposta del Partito democratico di impronta veltroniana. Tutto sembra perciò ritornare in movimento nel centrosinistra e nella sinistra grazie al mutamento di equilibri nel Pd. Potrebbe perfino accadere che il Pd dei prossimi mesi assomigli sempre meno al Pd che abbiamo conosciuto dalla sua fondazione nel 2007 in poi. Il che, per chi pensa a una sinistra nuova, non è una brutta prospettiva. Ma vale ripetere, in conclusione, che l’impresa è ardua. Troppi danni sono stati arrecati in questi anni all’identità alternativa del centrosinistra e della sinistra. Bersani ha proprio bisogno di auguri di buon lavoro. 30 ottobre 2009
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