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In Tre modi di vedere il Sud Franco Cassano torna a riaccendere il dibattito sul Meridione. Ma con sguardo allargato
Che fare del Sud? Davvero si tratta di una “terra perduta”, per la quale è inutile battersi? E se la questione meridionale, eclissata dalla discussione politica, coincidesse tout court con la questione criminale? Da questi interrogativi muove l’utile pamphlet di Franco Cassano Tre modi di vedere il Sud (Il Mulino), che ricapitola i termini del meridionalismo a partire dall’Unità d’Italia, nella sua oscillazione tra interventismo statale e modelli liberisti, tra universalismo progressista e, più recentemente, il federalismo fiscale della Lega nord (che corrisponde poi a un capitalismo di piccole fabbriche, che vede nel Mezzogiorno solo un onere finanziario di cui liberarsi). Sostanzialmente sono tre i modi di vedere il Sud, qui ricostruiti con rigore e chiarezza. Il “paradigma dello sfruttamento”, d’ispirazione marxista (il Sud è sfruttato dal Nord): nessun ritardo o sottosviluppo ma una subordinazione funzionale. E, su scala planetaria, lo scambio ineguale tra aree diverse, dove le politiche di aiuto allo sviluppo sono solo forme di integrazione subalterna (unica soluzione è qui l’antagonismo, la rivoluzione). Così, però, si nega ogni capacità creativa al capitalismo e non si spiega il successo di alcuni Paesi sottosviluppati! Il “paradigma della modernizzazione”, legato a una visione più ottimista (il Sud è in ritardo, ma temporaneamente): lo svantaggio del Meridione può essere recuperato, o con interventi straordinari dello Stato (riforme, trasformazione culturale, Cassa del Mezzogiorno, ecc.) o spingendo lo stesso Sud a contare sulle sue forze e a uscire dall’inerzia, sollecitando l’autogoverno municipale, la cultura civica dei luoghi, il cosiddetto localismo virtuoso (il che presuppone però una fiducia immotivata nel mercato). Infine il “paradigma dell’autonomia” (il Sud come punto di vista critico): il Mezzogiorno non sarebbe un concentrato di anomalie e patologie ma una forma di vita diversa dalla modernità (che invece è perlopiù “patologica”) e dotata di una sua dignità, espressione di un’identità ricca, “contaminata”, vicina a una dimensione comunitaria. Su quest’ultimo paradigma la tentazione di una mitizzazione del Sud è forte, però ho l’impressione che Cassano eviti certa deriva estetizzante del “pensiero meridiano” da lui teorizzato in passato sulla scia di Camus. Non bisogna tanto contrapporre Sud a modernità quanto ridefinire i bisogni reali dell’individuo e capire dove si trovano oggi le possibilità di realizzarli. La modernità, infatti, non è solo razionalità astratta e macchina distruttiva ma anche «un’idea di fraternità più larga di quella della comunità» . E poi se il Sud vuole insegnare qualcosa al Nord, se intende mostrargli uno sviluppo non riducibile a “rincorsa dei profitti” e uno stile di vita felicemente rallentato dal caldo, occorre che le sue classi dirigenti sviluppino una maggiore immaginazione geopolitica. In che senso? Nel senso di ricollocare la questione meridionale dentro la questione mediterranea, costruendo così nuove aree e nuovi centri, rilanciando il ruolo dell’Europa del Sud. di Filippo La Porta 30 ottobre 2009
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