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Nel quadro dell’attuale cinema italiano, Baarìa, il film mammut di Tornatore, sta diventando un caso
Conviene parlare di Baarìa, anche dopo tre settimane dal giorno della sua uscita. D’altra parte non ricordiamo un’altra stagione così ricca di film belli e/o importanti. Per fortuna col film di Tornatore siamo ancora in tempo a farlo. Il successo di pubblico gli garantisce una tenuta insolitamente lunga mentre l’interesse nei suoi confronti è cresciuto dal giorno in cui l’Italia lo ha indicato per rappresentarla agli Oscar. La sua scelta ha suscitato, a dire il vero, non poche polemiche. Baarìa non sarebbe rappresentativo dell’Italia e del suo cinema, s’è detto. Ma quando mai per gli Oscar vale la cosiddetta rappresentatività? Basta scorrere l’elenco dei film premiati dal 1928 a oggi, per rendersi conto che tra gli assegnatori dell’agognata statuetta, prevalgono altri parametri di giudizio. Oltretutto, per Baarìa qualunque definizione risulterebbe approssimativa e perciò opinabile. Non regge il paragone coi film siciliani dei fratelli Taviani, per i quali “l’epica è naturale” in quell’isola, né con Marianna Ucrìa e I viceré di Faenza, ancorati a un passato troppo lontano da quello di Baarìa, così come con i tre Padrini di Coppola e con C’era una volta in America di Leone.
A nostro avviso sarebbe più giusto paragonarlo semmai a La guerra dei fiori rossi di Zhang Yuan. Come il collega cinese, anche Tornatore tende a mitizzare i propri ricordi d’infanzia, opta secondo le sue stesse dichiarazioni per «l’effimero rifugiarsi nel limbo dei ricordi, una volta appurato che il mondo in realtà era sempre stato da un’altra parte e girava senza di noi». Baarìa, come in dialetto locale chiamano Bagheria, borgo di trentamila abitanti sito nei pressi di Palermo, diviene perciò l’ “ombelico del mondo”, appare simile alla Roma di Fellini, una capitale brulicante di vita. Per farla breve, il film lo potremmo definire un magnifico “falso d’autore”, simile ai capolavori del cinema muto, dove la musica di Morricone dà ritmo alle immagini. Non a caso il film perde il proprio fascino mano a mano che il protagonista bambino lascia il posto all’adolescente e poi all’adulto, mentre la vicenda di pari passo si avvicina sempre più ai nostri giorni. D’altra parte, Tornatore è uso perdere colpi nei secondi tempi e nei finali. di Callisto Cosulich 30 ottobre 2009
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