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La pedagogia dei conformisti Stampa E-mail
Luca Barbareschi riporta sulla scena un vecchio testo di Giorgio Gaber, Il caso di Alessandro e Maria

Nel 1982, con Il caso di Alessandro e Maria Giogio Gaber abbandona il suo teatro-canzone e scrive assieme a Sandro Luporini una commedia in due tempi sul rapporto di coppia che egli stesso mette in scena e interpreta assieme a Mariangela Melato. Se la conoscenza di Gaber si limitasse a questo testo, si avrebbe l’impressione di trovarsi di fronte a un commediografo non troppo lontano da certi autori da Terza repubblica francese, una specie di Courteline, che scrisse I Boulingrin, commedia su una terribile, devastante litigata fra moglie e marito. Il divertentissimo Courteline, però, era molto schietto, molto franco, appunto, e portava avanti una sua critica di costume efficace attraverso l’intrattenimento e la leggerezza. Gaber, invece, appesantito da intenti didattici, resta, persino in questa commedia di rottura con la sua precedente produzione, legato a un teatro morale a edificazione del pubblico. Si esprime più da intellettuale che da artista e infatti la sua commedia nasconde riferimenti a Barthes, Céline, Kraus, Montale, Schnitzler. L’intelligenza di alcune sue battute è evidente, tuttavia in fin dei conti appare anche lui uno dei fin troppo numerosi “pedanti di sinistra” che nello sforzo di costringere il prossimo ad abbracciare la loro visione del mondo - certissimamente giusta, etica, libertaria, egualitaria, fraterna - dimenticano che la libertà dell’uomo sta persino nel non voler vedere.

Forse non è un controsenso che a riportare sulla scena (del Quirino di Roma) Il caso di Alessandro e Maria sia un attore e regista quale Luca Barbareschi, ideologicamente, all’apparenza, assai lontano da Gaber. Politicamente attivo come deputato del Pdl, Barbareschi è un uomo di destra, una volta si sarebbe detto un reazionario, e anche lui, come tale, portatore di istinti pedagogici. Nel testo si avverte la nostalgia d’un rapporto di coppia stabile, sereno, tradizionale se mai la tradizione abbia facilitato l’unione fra l’uomo e la donna. Mentre la comicità del facile Courteline era comunque un’assicurazione contro il moralismo, qui i due protagonisti sono, nel mezzo delle loro litigate, alla ricerca seria (seriosa) della felicità. Ed esistono poche aspirazioni bigotte, borghesi, conformiste quanto la felicità.

In scena accanto a sé Barbareschi ha voluto una show woman come Chiara Noschese, bravissima al canto e quindi perfetta per un allestimento che alterna prosa e canzoni accompagnate da un’orchestra dal vivo. Confezionato con cura, lo spettacolo vive di un tipico glamour da teatro commerciale che ben s’intona con il nuovo corso del Quirino, sala uscita dalla gestione pubblica dell’Eti e rilevata da un impresario privato, Geppy Gleijeses, comprensibilmente attento al botteghino. In questo senso, il comunicato stampa dello spettacolo riporta un’asserzione rivelatrice degli intenti registici: «Un moderno reality love show». Dal punto di vista teatrale, si tratta di un’idea blasfema epperò consona al tipo di platea che si vuole raggiungere: un ceto medio irriflessivo che intende la scena come televisione dal vivo, tridimensionale, a grandezza naturale. Un teatro dalla natura statica nel quale i ruoli di attore e spettatore sono rigidi e definiti. Tutto il contrario di quello che è successo nel Novecento. Un ritorno indietro, un’impostazione tradizionale e conformista prevedibile con  Barbareschi e alla quale il testo di Gaber sembra piegarsi con molta facilità.

di Marcantonio Lucidi

30 ottobre 2009

 
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