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Di carbone e di altre sciocchezze Stampa E-mail
Un fossile desueto che diventa risorsa da rivalutare. Un mercato più florido di quello del petrolio, alimentato da Usa, Cina e India. Ma neanche il clean coal bloccherà l’inquinamento
di Emanuele Bonpan

Dimentichiamoci il carbone nero ed economico che la Befana era solita a portare ai bambini cattivi. A leggere gli indici della Borsa, oggi il combustibile fossile è diventato un bene sempre più prezioso: dall’inizio del 2009, l’indice del prezzo del carbone, il Russell global coal, ha guadagnato circa l’85 per cento mentre il valore dei future tiene in tutti i mercati del mondo, nonostante la crisi e la rivoluzione delle energie pulite e rinnovabili promosse da Obama. Nello scenario energetico mondiale, questo fossile copre il 40 per cento della produzione di elettricità (in Italia è il 17 per cento) ed è responsabile di almeno il 20 per cento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Inoltre, secondo le proiezioni dell’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, la domanda di carbone dovrebbe aumentare dell’80 per cento entro il 2030, in particolare a causa dello sviluppo industriale di India e Cina, che stanno facendo del carbon fossile un elemento chiave della propria crescita energetica. La domanda, dunque, salirà e così la produzione. Quello che gli analisti finanziari non dicono è quanto carbone sia rimasto e come le riserve influenzeranno il prezzo nei prossimi anni. Di fossile da estrarre, in realtà, non ce n’è poi così tanto. Le due  principali economie mondiali, Usa e Cina, basano la produzione di energia elettrica sull’impiego del carbone, per il 55 per cento la prima, per il 70 per cento la seconda, e detengono rispettivamente il 27 e il 12,5 per cento delle riserve mondiali. La quantità di risorsa immagazzinata, però, si basa su calcoli generici vecchi di 40 anni che stimano il rapporto tra riserve e produzione (R/P) sui 255 anni per gli Stati Uniti e sui 120 per la Cina.

«Nessuno considera che, come il petrolio, anche il carbone sta raggiungendo il picco di produzione» spiega Richard Heinberg, uno dei più grandi esperti sullo studio delle riserve di carbone, ricercatore del Post carbon institute. «Gli Usa raggiungeranno il coal peak tra il 2020 e il 2040, il resto del mondo nel 2035 e la Cina entro i prossimi 10 anni. Noi siamo stati confusi dai dati sulle risorse mondiali, a causa di stime inaccurate ma anche perché ci siamo basati sul rapporto tra produzione e riserve piuttosto che determinare il picco di produzione in relazione alla domanda». Il carbone estratto, dunque, presto diminuirà mentre la domanda continua a salire, creando quindi un paradosso di mercato. Vari analisti, tra cui la National academy of science, assestano la disponibilità globale (al ritmo di consumo attuale, senza calcolare il prevedibile aumento) su un periodo di 120 anni, un arco di tempo ben più breve di quanto precedentemente calcolato. Ciò significa che, nel breve termine, i prezzi potrebbero aumentare e la ricerca di nuovi filoni porterebbe a un’industria dell’estrazione sempre più invasiva. «I prezzi saranno ancora più volatili. Potrebbero aumentare del 400-500 per cento», continua Heinberg, «specie quando usciremo dalla crisi. Inoltre l’aumento di produzione di gas naturali, assieme ad altri fattori, renderebbe l’energia derivata dal carbone non competitiva nei confronti delle rinnovabili o di altre fonti, come il nucleare».

Se negli Stati Uniti il dibattito sulle riserve è aperto, in Cina i dati sono più incerti. Esistono 25mila miniere, alcune illegali e non sorvegliate, mentre la produzione non arriva ancora a soddisfare la domanda. Secondo un report di Energy watch group, la quantità di fossile immagazzinata dai cinesi è sovrastimata, e anche se le cifre divulgate dal governo - oltre 186 miliardi di tonnellate di carbone - fossero vere, il coal peak si sposterebbe di soli 15 anni. In attesa di conferme da parte dell’Usgs, il dipartimento di Geologia del governo americano e acquirente numero uno del carbone, l’industria energetica dà segni di nervosismo, visti i dubbi sulla capacità di garantire risorse sufficienti per le centrali elettriche, specie quelle di nuova realizzazione. «La Cina soffrirà più di altri per problemi di rifornimento. Già ora sta investendo ingenti risorse, in concorrenza con l’India, in Australia. Presto potrebbe scoprire che questo non basta più e il carbone da risorsa economica diverrebbe una risorsa strategica».

La scarsità di questo fossile potrebbe essere però una buona notizia per l’uomo e per  l’ambiente. In Cina ogni anno muoiono cinquemila minatori mentre sono incalcolabili i danni alla natura e alla salute derivanti dalla combustione nelle miniere e nelle centrali. Negli Stati Uniti, invece, il settore estrattivo mountain top removal, ovvero basato sulla rimozione dell’intera cima collinare tramite esplosivo, ha causato decine di migliaia di morti. Vittime legate all’emissione di polveri sottili, all’inquinamento delle acque e ai conseguenti allagamenti derivanti dalla distruzione del suolo. Mary Anne Hitt della campagna Beyond coal spiega che «Il mountain top removal genera ottimi profitti, sostituisce il lavoro umano con l’esplosivo e rende più efficiente l’estrazione. In Virginia e Kentucky, però questo sistema ha devastato l’acqua, l’habitat delle foreste e molte comunità dei monti Appalachi, ridisegnandone completamente la topografia.

È indubbiamente la più seria delle catastrofi ambientali sul suolo americano. Lasciandosi alle spalle l’economia del carbone, tutto questo potrebbe cessare». Per difendersi dagli attacchi degli ambientalisti, l’industria ha introdotto il “carbone pulito”, un prodotto creato impiegando filtri e tecnologie speciali per eliminare l’emissione di particolato nell’atmosfera e per catturare le emissioni. «L’uso di queste tecnologie ha inquinato ancora di più l’acqua», chiarisce Mary Anne Hitt. «Parlare di carbone pulito è un controsenso: se si vuole tenere l’aria pulita si usa l’acqua, che così diventa inquinata. La componente “sporca” non può misteriosamente sparire». Anche Heinberg è scettico «Il clean coal non sarà mai una realtà. Le tecnologie - quando saranno completamente in funzione - faranno diventare ancora più cara l’elettricità derivata dal carbone, rendendo questa risorsa definitivamente svantaggiosa sul mercato».

Inquinante, dannoso, prossimo al “picco”, sempre più caro, osteggiato dagli ambientalisti e anche dall’amministrazione Obama: sembrerebbe evidente che il carbone è destinato a scomparire lentamente come risorsa energetica. Anche l’ultimo attacco di lobby potenti come  American coalition for clean coal (che ha speso centinaia di milioni di dollari per promuovere il carbone), è sintomatico della paura di chi sta facendo di tutto per sopravvivere e lucrare nel breve periodo. Anche se la sconfitta del carbone è lontana, visto che le risorse rinnovabili oggi coprono solo l’1 per cento della produzione totale, la crepa nel mercato è aperta ed è bene che gli Stati ponderino con attenzione le politiche in questo settore per evitare investimenti in un mercato che intravede il tramonto. 

(Cristiano Salvi ha collaborato da Pechino)

23 ottobre 2009

 
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