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Territorio, Sabina cuore di cemento Stampa E-mail
Il silenzio della politica, gli interessi degli imprenditori e la mobilitazione dei cittadini. Nella verde regione del centro Italia, stanno partendo i lavori che cambieranno per sempre il suo volto
di Diego Carmignani

Lo Stivale frana sulle sue coste dissestate e invase dalla cementificazione selvaggia, male endemico che oggi più che mai è associato all’abbandonato e deturpato Meridione. Tuttavia, volgendo gli occhi all’interno del Paese, ci si accorge che la parola emergenza può valere anche per aree ben custodite, lontane dal mare, e apparentemente pure dal malcostume ma non per questo meno fragili. Da ogni punto di vista. È il caso dell’ombelico verde d’Italia, la Sabina, preziosa per la sua storia e il suo habitat, collocata tra Lazio, Abruzzo e Umbria, in una posizione, sfortunatamente, molto strategica. Su questo territorio pende, ormai da nove anni, la promessa di un’industrializzazione coatta di cui tutti sanno ma che pochi vogliono realmente fermare. Si tratta del faraonico e discusso Centro intermodale Tevere, che prevede la realizzazione di un nodo di smistamento per lo scambio gomma ferro nel trasporto di merci nella località Pian dell’Olmo, tra Fara Sabina e Montelibretti.
Un’area individuata dalla Legge obiettivo sulle grandi opere n. 443 del 2001, inserita nel Piano della mobilità del Lazio e nel protocollo d’intesa firmato nel 2006 dal presidente della Regione, dal sindaco di Roma e dai presidenti delle cinque Province laziali. Nel progetto originario rientrano: il potenziamento e la realizzazione di nuove infrastrutture, la separazione delle direttrici passeggeri e merci, la liberazione di linee per nuovi treni regionali, il decongestionamento dello scalo romano di San Lorenzo, l’incentivazione del trasporto su ferro e il miglioramento della mobilità regionale. Sulla carta, la collocazione ottimale di questo polo logistico, collegato con la rete ferroviaria, l’autostrada (a pochi chilometri dall’A1 Firenze-Roma e Napoli-Roma) e il Grande raccordo anulare, ne fa un tassello cruciale per la crescita del cosiddetto Triangolo hi-tech del Centro Italia, destinato a sviluppare l’economia reatina in un contesto di livello comunitario, giacché inserito nel Corridoio transeuropeo 1 Berlino-Palermo. Grandi opere da lustrarsi gli occhi, proiettate verso un futuro dorato, sia per l’occupazione che per il ruolo di una regione prettamente agricola e sinora marginale dal punto di vista economico. Solo che a pagare carissimo il prezzo c’è una terra, la Sabina, chiamata non a caso l’Irlanda d’Italia. Al posto del verde che la identifica arriverà il minaccioso grigio della zona industriale. Su agricoltura, qualità della vita e turismo piomberanno centri commerciali, asfalto e fabbricati. Della questione si era occupato nel 2004 l’onorevole Paolo Cento dei Verdi, che in un’interrogazione parlamentare (rimasta inascoltata) rivolta ai ministri di Ambiente, Salute e Trasporti, sottolineava i numerosi punti di irrispettosità di una mega opera, che oltre a sorgere nei pressi della riserva naturale del Tevere Farfa, tutelata dalla convenzione internazionale di Ramsar e della Rete natura 2000 dell’Unione europea, violerebbe in ben tre punti il limite di esondabilità dello stesso fiume. Per non parlare dell’inquinamento atmosferico causato dall’elevata emissione di Pm 10, ossidi di zolfo e di azoto e monossido di carbonio. In aggiunta, l’interrogazione metteva in discussione l’opportunità del progetto, per via del potenziale dissesto idrogeologico dell’area.

Un mix micidiale cui si aggiungono ulteriori “sconvenienze”, messe in luce nel tempo da comitati e associazioni che stanno dando voce a un dissenso sempre più forte, ora che i lavori di costruzione del Polo sono in dirittura d’arrivo. L’area in questione è stata infatti dichiarata dalla Regione Lazio parco archeologico, per la presenza di numerosissimi insediamenti, dai siti del Paleolitico alle ville romane, e di una preziosa rete sotterranea di acquedotti a percolazione che verrebbe distrutta dai lavori. In più, è ancora vivo il mistero della collocazione dell’abitato di Cures Sabini, di cui ci sono numerosissime tracce proprio nella zona in via di cementificazione.  «I duecento ettari di capannoni che sorgeranno sulla nostra terra sono giunti all’attenzione degli abitanti soltanto adesso - racconta Grazia Gerone del Comitato per uno sviluppo armonioso della Sabina, costituitosi all’inizio del 2009 -. In questi nove anni, istituzioni e costruttori hanno fatto tutto nel massimo silenzio, senza coinvolgere minimamente la popolazione. C’è gente che fino all’anno scorso ignorava totalmente l’avvio dei lavori e che di punto in bianco vedrà 6 milioni di metri cubi di area agricola collinare rasi al suolo. Solo l’intervento di alcune associazioni, con in testa Sabina futura, ha iniziato a fare breccia negli accordi di politici e industriali». Difficile sapere esattamente dove e quando sarà posta la prima pietra. Le ultime notizie dicono che la Sovrintendenza ha dato il nulla osta per i lavori per un quarto dell’area e che già a settembre tutto era pronto, voci confermate indirettamente dalle numerose pubblicità sulle radio locali rivolte agli imprenditori intenzionati a prenotare un capannone. Il nastro non è stato però tagliato per l’intervento di Felice Costini (capogruppo Pdl alla Provincia di Rieti e avversario del centrodestra dell’attuale presidente Fabio Melilli nelle ultime elezioni), che si è messo di mezzo richiedendo «l’istituzione di una commissione conoscitiva per meglio comprendere gli aspetti procedurali, di impatto ambientale e urbanistici di un progetto di sviluppo che riguarda l’intero territorio», caldeggiando un’analisi del piano di sviluppo industriale e occupazionale dell’area. Ipotesi bocciata dall’assessore alle Politiche ambientali Michele Beccarini, che ha preferito mettere in piedi una Consulta che coinvolga i cittadini negli aspetti relativi al possibile impatto ambientale sulla zona. «È una soluzione senza senso - continua Grazia Gerone -. Si chiama a raccolta la popolazione nel momento in cui i giochi sono fatti. Ora Costini sembra voglia andare avanti ma si vocifera che punti a mettere un suo uomo a capo del consorzio». Una contesa politica a livello locale (ma a ben vedere di interesse affaristico e nazionale), in cui la scarsa trasparenza sembra fare comodo a tutti. A discapito di una cittadinanza marginalizzata e di un territorio fragile, che già nell’ottobre del 2000 è stato oggetto di una relazione geologica a opera del dottor Francesco Chiaretti, messa a disposizione di tutti dall’associazione Sabina futura sul proprio sito (www.sabinafutura.it). Da essa emerge come alcune aree su cui dovrebbe sorgere il polo siano da considerare «non edificabili per limitazioni idrauliche, geomorfologiche e idrogeomorfologiche».

Presupposti inquietanti, che necessitano urgente verifica, anche alla luce delle foto riportate su queste pagine, che documentano ciò che comportano oggi le precipitazioni sul suolo dell’area di Passo Corese destinata al centro industriale. L’allarme è d’obbligo soprattutto dopo le frane e le tragedie che hanno portato lo stesso Guido Bertolaso a consegnare al presidente Napolitano una relazione sui rischi idrogeologici del nostro Paese. La mobilitazione dal basso per difendere la Sabina dalla cementificazione, intanto, va avanti: sul web (dai social network ai blog) e sul campo. Sempre Sabina futura ha fatto circolare un volantino informativo dove si spiegano i particolari del progetto e delle realtà interessate. Le imprese a cui è affidata l’operazione tecnica, economica e immobiliare dell’area, coinvolte nella società chiamata Parco industriale della Sabina spa, sono per il 97 per cento privati e solo per il 3 per cento enti pubblici. Uno sbilanciamento visibile anche nelle diverse intenzioni tra Piano regolatore consortile (adottato nel 2000 dal Consorzio per lo sviluppo industriale della provincia di Rieti) e gli azionisti della società. L’associazione enumera una serie di distinti propositi, raffrontando “quello che si sarebbe dovuto fare” (collegamento ferroviario, svincoli stradali, aiuole spartitraffico, interramento di elettrodotti) con “quello che si vorrebbe fare” (nessuno collegamento ferroviario, arterie stradali prive di marciapiedi, nessuna fascia di rispetto perimetrale). E poi i numeri: 6 milioni di metri cubi rimossi, da mescolare con 1 milione  e mezzo di quintali di calce, 12mila camion giornalieri previsti, 6 milioni di metri cubi di capannoni alti 15 metri, migliaia di quintali di olio, uva, frutta, grano e foraggio persi, insieme a decine di posti di lavoro sicuro, a fronte di una nuova occupazione (ancora non quantificabile) nell’attività di carico scarico merci. Inoltre si sottolineano aspetti più che discutibili del nuovo contesto sociale sabino, con rotatorie lungo le strada provinciale 313 percorse sia dai tir che dai residenti, in particolare allievi e docenti del polo didattico e della scuola materna parrocchiale. Altra protagonista della mobilitazione per arginare le opere è Legambiente, che propone una soluzione che coniughi l’alta occupazione e la salvaguardia di ambiente e qualità della vita per la popolazione. All’inizio dell’anno, dopo la creazione di un apposito Comitato, il presidente Legambiente della Bassa Sabina annunciava il coinvolgimento dell’Unesco sulla realizzazione del Polo della logistica, sperando in un maggior successo dell’appello lanciato in precedenza al presidente Marrazzo e caduto nel vuoto. Proprio il governatore è tra gli attori politici che potrebbero far sentire la propria voce ma anche fra i più contraddittori. Nel 2005 disse pubblicamente, a Poggio Mirteto: «Il centro intermodale violenta il paesaggio e non appartiene a questo territorio. Avete non solo il diritto ma anche il dovere di opporvi a questo progetto. So che non è semplice difendere l’ambiente: i poteri in campo sono davvero molto forti. Ma la Regione che guiderò non permetterà altri scempi. È uno dei primi impegni che mi assumo». Un anno dopo sarebbe arrivato il protocollo d’intesa per la mobilità nel Lazio, con l’adesione della Regione.

La prossima tappa del palleggio di responsabilità e opportunità intorno alla grande opera è fissata per il 13 novembre, quando andrà in scena un convegno a Passo Corese con la partecipazione di alcuni esponenti del governo tra cui il sottosegretario al ministero dei Trasporti con delega alla Logistica, Bartolomeo Giachino. Ma c’è da immaginarsi che le decisioni saranno prese altrove, lontano dalle orecchie della cittadinanza.

23 ottobre 2009

©Tachus

 
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