«La sua tara genetica è che è nato da una fusione fredda di apparati». Lo storico torinese Giovanni De Luna indica i punti da valorizzare: identità, territorio e militanza di Sofia Basso
«Un partito in mezzo al guado che deve ancora dimostrare la sua utilità politica». Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea all’università di Torino, non fa sconti al Pd ma gli dà una chance: «Se le primarie riescono a mettere in moto un meccanismo virtuoso che radichi verso il basso quello che finora è stata un’operazione di apparati, allora siamo su una buona strada». Prima, però, il partito deve darsi un’identità e «riscoprire il territorio, la militanza e i concetti che il Novecento ci ha lasciato».
Professore, cos’è il Pd? Siamo all’interno di un processo che non si è ancora concluso: le primarie non sono una tappa di arrivo. Il cammino da percorrere di un travaglio cominciato tra il 1992 e il 1994, con l’implosione del Pci e le successive frammentazioni, è ancora lungo. Il Pd poteva essere un segnale di un’inversione di tendenza, per cui dalla frammentazione si passava all’aggregazione. Ma non mi pare che per adesso l’esperimento sia riuscito. Il Pd ha una sorta di tara genetica: è nato da una fusione fredda, con un’operazione più di vertici che non legata alla spontaneità. Può darsi che con le primarie si metta in moto un meccanismo virtuoso che porti a radicare più verso il basso quello che finora è stata un’operazione molto di apparati. Se il Pd riesce a vincere questa scommessa, a sradicare il percorso di fondazione dai vecchi gruppi dirigenti e a farne una fusione calda rispetto alle identità, alle passioni, al coinvolgimento, alla partecipazione, allora siamo su una buona strada.
Cosa pensa delle primarie? Non capisco se siano l’ennesima dimostrazione di velleitarismo fine a se stesso, e poi si affloscia tutto, o se sia veramente un’inversione di tendenza verso un radicamento del Pd, facendone una questione sentita e vissuta. Deve dimostrare la sua utilità politica: a che serve? In cosa è spendibile? Che tipo di appartenenza? Che tipo di identità? Non si capisce ancora. Può darsi che questa mobilitazione sia pura effervescenza fine a se stessa, oppure si è messo in moto un meccanismo che può portare a un rinnovamento dei gruppi dirigenti, all’abbandono di questa classe politica segnata così rovinosamente dalla sconfitta, all’avvio di un processo di radicamento facendone una questione sentita e vissuta. Bisogna sperarlo perché non ci sono alternative: il resto della sinistra è ancora più frammentato e destabilizzato.
La direzione imboccata dal Pd è quella giusta? Non lo so. Ci sono ancora incognite da sciogliere. Mentre la destra ha reagito alla crisi del sistema politico della Prima repubblica trovando un suo assetto attorno alla leadership carismatica di Berlusconi, la sinistra non ha ancora trovato il suo assetto, è ancora a metà del guado, nel lungo viaggio verso un approdo. Approdo che non è il Pd così com’è adesso ma potrebbe esserlo se questo percorso ricevesse una spinta dal basso, che deve essere iniziata dall’alto con un’opera di complessiva chiarificazione. Il Pd deve darsi un albero genealogico, deve dire se nella sua storia c’è De Gasperi, c’è Togliatti, c’è Berlinguer, c’è Moro. Darsi un’identità rispetto al passato significa darsi anche un biglietto da visita per il presente. La destra non ne ha bisogno perché tutto si nasconde nella leadership di Berlusconi: le leggi localistiche e secessioniste della Lega e quelle centraliste e statolatriche di An si confondono in un grande calderone perché c’è lui. Magari esploderanno quando Berlusconi non ci sarà più ma al momento ha una sua compattezza anche sul piano dell’identità. Nella sinistra questo manca. Poi c’è una questione che riguarda il governo Prodi. Nel 2005 il centrosinistra ha vinto in 15 regioni su 18, quindi l’Italia non è quel Paese retrogrado che talvolta viene dipinto. La campagna elettorale del 2006 è iniziata con il centrosinistra in vantaggio di 10 punti, poi alle elezioni si è arrivati praticamente al pareggio, perché è stata fatta una campagna elettorale demenziale, litigiosa. Una bancarotta che ha allontanato fette consistenti di elettorato.
Partito pesante, partito leggero: qual è la formula migliore per il Pd? Credo che il territorio vada riscoperto, anche se non sarà facile perché nella sinistra tradizionale il territorio era un’appendice della fabbrica, quello che contava era l’insediamento produttivo. Oggi il territorio ha una valenza identitaria fortissima e la sinistra fatica a riciclarsi in un orizzonte in cui il territorio non è più una variabile del lavoro ma è il lavoro, è la produzione. Penso al territorio come comunità, come sede di meccanismi di aggregazione che possono essere delittuosi, tipo il rancore e la paura, o virtuosi, tipo le mobilitazioni contro le discariche. Il partito deve essere radicato: sono sempre impressionato dalla capacità delle Lega di intercettare il territorio. Lo fa nel modo peggiore ma lo fa attraverso un concetto di militanza che a sinistra non c’è più: una militanza ossessiva nei bar, nei negozi dei barbieri, nei pullman, alle code delle Asl. Il leghista è totalmente integrato in una dimensione di rappresentanza politica che la sinistra ha smarrito almeno da 20 anni. Questa dimensione del partito, virtuale o pesante che sia, passa attraverso la riscoperta della militanza come investimento su se stesso e sugli altri.
Come si è evoluta la democrazia interna del partito nel passaggio dal Pci al Pd? Ero molto contrario al centralismo democratico e sono molto contrario a una leadership populista, perché la sinistra non ce l’ha nel suo dna. Mentre la destra può essere populista, la sinistra non se lo può permettere.
E i cosiddetti intellettuali di sinistra: che ruolo hanno? Innanzitutto non si possono chiamare fuori dalla débacle. Noi eravamo lì anche se non facevamo politica. È anche il fallimento di una generazione. Gli intellettuali dovrebbero abbandonare ogni tipo di spocchia, ogni atteggiamento da grillo parlante. Devono riscoprire anche loro la curiosità per luoghi mai esplorati. Qui c’è da ridefinire un lessico, i concetti chiave che il Novecento ci ha lasciato: la guerra di oggi non è la guerra novecentesca. Essere contro la guerra oggi cosa vuol dire? Bisogna ridisegnarlo completamente quell’orizzonte. Lo Stato di oggi non è quello del Novecento: la statualità oggi in cosa consiste? Bisognerebbe riappropriarsi di una mappa concettuale che abbiamo perduto. Noi intellettuali, anche per pigrizia nostra, non abbiamo avuto il coraggio di esplorare queste nuove rotte che il post Novecento ci ha proposto. Berlusconi vince anche perché gli avversari hanno fatto bancarotta.
Come si batte Berlusconi e il berlusconismo? Il berlusconismo si alimenta di territorio ( la Lega), di rappresentazione virtuale della realtà (Berlusconi e le sue tivù) e di costruzione di un senso comune oggettivamente di destra, fatto di luoghi comuni, stereotipi, rabbie, paure. Questi sono i tre ambiti in cui bisogna lottare.
C’è una questione morale nel Pd? Sì, c’è la questione di un ceto politico che per vent’anni è stato allenato alle manovre, ai compromessi, alle alleanze, ai sotterfugi, e in qualche modo ha allentato la vigilanza su quel piano. È un problema di ceto politico, non di moralità astratta. Riguarda tutto il ceto politico italiano e purtroppo anche il Pd.
Come si costruiscono partecipazione e rappresentanza in un contesto di diffusa antipolitica? La partecipazione politica è l’unico antidoto. Vuol dire consapevolezza, vuol dire lotta agli stereotipi, vuol dire conoscenza. Lì c’è la chiave. Per fare questo bisogna anche accettare per una volta di essere minoranza, senza dover per forza inseguire la maggioranza. D’altra parte in questo Paese nei momenti più difficili sono sempre state le minoranze a risolvere i problemi lasciati dalle maggioranze: è successo con la Resistenza, è successo nel Risorgimento. Minoranze eroiche che si sono sacrificate per tutti.
Cosa può fare oggi una minoranza eroica? Restituire il senso alle cose, battersi perché la realtà venga conosciuta, non solo messa in scena. Deve lavorare a riprodurre degli enzimi che possano maturare nella società. Nel 1930, quando c’era il fascismo, Leone Ginzburg cercò di capire quale Italia ci avrebbe lasciato Mussolini e come si sarebbe dovuto lavorare dopo. Cominciamo a pensare a quale Paese ci lascerà Berlusconi e individuiamo dove saranno i guasti più profondi. Da lì tracciamo la rotta. 23 ottobre 2009
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