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La verità non è un mostro Stampa E-mail
in edicola dal 21 aprile A due settimane dall’arresto di Mario Spezi, lo scrittore Douglas Preston ci racconta a chi dà fastidio “Dolci colline di sangue”, il loro libro sul serial killer che ha sconvolto la Toscana negli anni Ottanta. E rivendica il diritto di avere un’ipotesi diversa dai pm.


di Douglas Preston

Ho incontrato per la prima volta Mario Spezi nel 2000, poco dopo il mio arrivo a  Firenze dove stavo facendo ricerche per un romanzo ambientato proprio in quella zona. Un amico mi aveva consigliato di consultarlo come esperto che conosceva a fondo le inchieste e il modo di lavorare della polizia e dei carabinieri.

Non dimenticherò mai il nostro primo incontro al Caffè Ricchi in piazza Santo Spirito. Spezi mi raccontò la storia del mostro di Firenze e, come scrittore, ci ho visto subito una storia valida per un romanzo, una delle più straordinarie negli annali del crimine. Così Mario Spezi e io decidemmo di scriverla. Il libro, Dolci colline di sangue, edito da Sonzogno, (la casa editrice che pubblica i miei romanzi in Italia), è uscito lo scorso 19 aprile.

È un’indagine sul caso del mostro di Firenze condotta in modo diverso, per certi versi opposto, da quella dei Gides e del pubblico ministero di Perugia. Nel testo riportiamo moltissime prove specifiche sulla cosiddetta “pista sarda”, chiusa  quindici anni fa dal giudice Mario Rotella assai prematuramente. Nel libro dimostriamo che la famigerata Beretta calibro 22 rimase all’interno dello stretto gruppo di sospettati per l’omicidio del clan del 1968: il duplice omicidio per il quale Stefano Mele fu dichiarato colpevole. Noi crediamo che il mostro di Firenze debba essere scovato in questo gruppo. Ma quando l’inchiesta sulla pista sarda fu chiusa, l’ordine sbarrò la strada a ogni altra indagine su quel gruppo di sospettati.

Così l’indagine sul mostro andò in tutte le direzioni eccetto che in quella corretta. Dolci colline di sangue presenta gli avvenimenti, i fatti verificati, con relazioni di esperti, dettagli precisi sui processi, le indagini e le prove. I fatti sono stati ricontrollati più di una volta con la massima attenzione e il manoscritto è passato sotto le fitte maglie degli avvocati della Rcs libri. Non abbiamo tirato conclusioni come il sergente Friday nel serial televisivo Dragnet in cui si annunciava: «Solo i fatti, signori».

La nostra controindagine non segue quella condotta dal pm Giuliano Mignini e dal superpoliziotto Michele Giuttari, che cerca di trovare colpevoli nelle sette sataniche e mandanti nascosti. L’inchiesta condotta dal personale del Gides è basata sulla colpevolezza di Pacciani e dei compagni di merende. Nel libro noi mostriamo, con prove inconfutabili e testimonianze, che Pacciani era innocente e che gli altri due compagni, entrambi giudicati oligofrenici, sono stati condannati ingiustamente (la vicenda delle false confessioni è ben nota). Ma la nostra controindagine sembra abbia dato fastidio a certe persone di potere. Lo scorso 14 febbraio sono venuto in Italia, in vacanza,  con mia moglie e i miei figli.

Ho incontrato Spezi il giorno dopo, il 15 febbraio, e mi ha dato una notizia interessante: durante il periodo degli omicidi del mostro di Firenze, e anche in seguito, alcuni componenti della pista sarda s’incontravano nei terreni intorno a una grande villa vicino Firenze. Alcuni mesi fa un informatore disse a Spezi che aveva visto sei scatole di metallo chiuse a lucchetto, due fucili, una mitraglietta e una Beretta calibro 22.
Sei scatole di ferro. Sei donne vittime. Una Beretta calibro 22. Era perfino troppo lineare per essere vero. Allora ho chiesto a Spezi che intendeva fare. Mi disse che non era pazzo e che avrebbe riferito la notizia alla polizia. Volli vedere la villa che era aperta al pubblico per la vendita di vino e olio. Andammo là con un amico di Spezi, un ex poliziotto che era titolare di una ditta di vigilanza privata e che è il terzo testimone di ciò che accadde alla villa.

Pioveva quando arrivammo là. Una donna si affacciò alla finestra e ci disse che la vendita era chiusa durante l’orario di pranzo. Facemmo una piccola passeggiata lungo il viale che porta alla villa  e poi ritornammo alla macchina. Restammo non più di dieci minuti. Un giorno o due dopo Spezi riferì l’informazione alla polizia. La mattina del 22 febbraio, mentre stavo per uscire per prendere un caffè, il mio telefono cellulare squillò. Un uomo, in italiano, mi disse che era un poliziotto e che aveva bisogno di vedermi immediatamente. No, non era uno scherzo e non poteva dirmi la ragione dell’incontro, ma era «obbligatorio» che io lo raggiungessi. Scelsi il posto più affollato possibile: piazza della Signoria, la grande piazza di Firenze, dominata da Palazzo Vecchio. Là, a poche centinaia di metri da dove fu bruciato Savonarola, incontrai due poliziotti del Gides in borghese, l’ispettore Castelli e l’assistente Arena. Mi portarono in Palazzo Vecchio e, nel magnifico cortile rinascimentale, circondato dagli affreschi del Vasari, mi comunicarono un mandato di comparizione: dovevo presentarmi al giudice Mignini per essere interrogato.

Andai dal giudice il giorno dopo, con noi c’erano due poliziotti. Mignini mi spiegò che avevo diritto a un interprete ma che per trovarne uno ci sarebbero volute ore durante le quali io sarei stato trattenuto, mentre riteneva ottima la mia conoscenza della lingua italiana. Chiesi se avevo bisogno di un avvocato e Mignini rispose che, nonostante fosse un mio diritto, non era necessario poiché si trattava solo di poche  domande di routine. Ma le domande, poi, non furono di routine. L’interrogatorio andò avanti senza soste per due ore e alla fine il giudice Mignini mi accusò di falsa testimonianza e di false dichiarazioni. Durante l’interrogatorio Mignini accusò Spezi e me di seminare o tentare di seminare  prove false alla villa nel tentativo di incastrare un innocente accusandolo di essere il mostro di Firenze e di depistare le indagini indirizzandole alla pista sarda. Il tutto per deviare i sospetti da Spezi. Mignini annunciò che le indagini sarebbero state sospese per permettermi di lasciare l’Italia, ma che sarebbero state riaperte quando l’indagine di Spezi si fosse conclusa.

La segretaria stampò la trascrizione dell’interrogatorio. Le due ore e mezzo erano state redatte in due pagine di domande e risposte che io corressi e firmai. E alla richiesta di averne una copia mi fu risposto che erano «secretate».

Mentre me ne andavo, Mignini disse: «Se decide di parlare, dottor Preston, noi siamo qui».
Tornato in America, quando ho raccontato questa storia, si sono scatenate furiose polemiche. Il Boston Globe, uno dei quotidiani più stimati nel paese, ha pubblicato un articolo in prima pagina, lo stesso ha fatto il Washington post e sono comparsi articoli in decine di altri giornali. La rete televisiva Abc e l’Associated press hanno dato ampio spazio alla notizia, con riprese da tantissimi altri giornali, grandi e piccoli.
Susan Collins, la senatrice del Maine, lo Stato dove vivo, ha contattato il dipartimento di Stato per aprire un’inchiesta sulle ragioni dell’ingiustificato comportamento da parte delle autorità nei miei confronti. Ho ricevuto una chiamata dal dipartimento di Stato che mi ha consigliato amichevolmente di non tornare in Italia: «Quanto è successo è molto strano, non possiamo prevedere ciò che potrebbero farle». È stato informato anche l’ufficio del senatore del Massachusetts, Edward Kennedy. Ma ciò che è accaduto a me non è stato niente. Spezi stava per subire la più sorprendente prova di abuso di potere giudiziario.

Venerdì 7 aprile Spezi è stato arrestato. Attirato fuori dal suo appartamento con falsi pretesti, è stato poi messo in custodia cautelare dalla polizia per ordine del Gides. Testimoni dicono che la polizia ha rifiutato di mostrargli il mandato di arresto. È stato portato via in fretta, e a spintoni, fino alla sede centrale del Gides e poi trasferito nel carcere di Perugia . Ho letto sui quotidiani italiani le accuse contro di lui: «calunnia», «turbativa di un servizio pubblico» e «tentativo di depistare le indagini sul caso del mostro di Firenze». In altre parole, Spezi è stato accusato del reato di essere un giornalista.

Ma l’accusa conclusiva è ben più grave: complicità in un omicidio avvenuto ventuno anni fa. Spezi è stato essenzialmente accusato di essere un componente della setta satanica, uno dei mandanti degli omicidi del mostro. Chiunque conosca il giornalista sa che questa è una storia completamente infondata e assurda. Per quanto riguarda l’accusa di seminare false prove, qualche cinico potrebbe dire: «Tutti i giornalisti fanno questo tipo di azioni». Scusatemi, non tutti i giornalisti, anzi pochi e non certo Spezi che è uno dei più grandi giornalisti italiani e un uomo di alti principi morali e etici. Lo so perché sono suo amico e inoltre io ero con lui alla villa e sono certo che Spezi non falsificò le prove.

Ma il più scioccante abuso contro di lui è avvenuto il giorno dell’arresto. Il giudice Giuliano Mignini ha ottenuto una speciale dispensa per un provvedimento che di solito si applica contro i mafiosi o i peggiori terroristi: agli avvocati di Spezi è stato negato il diritto di accesso. Anche in questo caso la risposta in America, Inghilterra e Francia è stata molto forte. Pen international a Londra, il comitato di tutela dei giornalisti a New York e Giornalisti senza frontiere in Francia si sono tutti interessati al caso di Spezi e hanno aperto un’indagine internazionale riguardo al trattamento che ha subìto sia dal Gides, sia dal pubblico ministero di Perugia, sia dal Gip Marina De Robertis.

Molte persone mi hanno fatto la stessa domanda: come è potuto accadere in un paese civile come l’Italia? Come può accadere un fatto del genere nella terra che ha dato i natali a Dante, al Rinascimento, a Galileo e a Giuseppe Verdi? Come può accadere che un giornalista venga trattato come un terrorista e gli venga negato il diritto di parlare con i suoi avvocati? Da parte mia ho risposto: «Perché siete così meravigliati? Il nostro paese, l’America, sta facendo la stessa cosa  nella prigione di Guantanamo. Non è una prerogativa tutta italiana».

La verità e la trasparenza sono i più efficaci antidoti contro gli abusi di potere. Il nostro libro, Dolci colline di sangue, racconta la verità sul caso del mostro di Firenze, quella che abbiamo potuto accertare. Spero che gli italiani lo leggano, li prego di farlo, di considerare i fatti e di giudicarlo per i suoi reali meriti. Questo è tutto ciò che chiediamo. Mario e io non abbiamo alcun potere; noi non abbiamo nessun superpoliziotto che diriga una squadra di detective, non abbiamo nessun giudice, magistrato e pubblico ministero a nostra completa disposizione. Noi siamo solo due giornalisti. Ma abbiamo una cosa in più degli altri: si chiama verità.

(traduzione di Silvia Maggiorelli)

 
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