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di Massimo Fagioli Mi accingevo, sedendomi alla scrivania, a scrivere l’articolo settimanale per left e lo sguardo mi cadde sul titolo della settimana scorsa: Ottobre. “Strano, pensai, poi si parla di sogni, e non del tempo dell’anno”. Poi, ridendo, ricordai che la parola «strano» sta in Kafka quando scrive di Gregorio Samsa che «svegliandosi… si trovò trasformato in un enorme insetto immondo. “Cosa mi è successo?” pensò. Non era un sogno». Poi, passato il riso ricordai che, a Padova, che era una scuola di psichiatria, si cercava quel qualcosa che chiamavamo strano, e che faceva fare diagnosi di schizofrenia. E, nel rapporto con il malato, dominava la parola tedesca Praecoxgefühl: sensibilità che coglieva, senza razionalità, un senso profondo, nella mente dell’altro, dicibile soltanto con la parola espressione dei gesti del corpo e di lineamenti del viso. Ora penso che c’è un senso in quel titolo che è una banale parola che sta nel calendario. Ho il ricordo cosciente delle parole rosse carnose dell’articolo dell’altra settimana e riscrivo, 1980: la crisi. Allontano il ricordo cosciente, stupidamente silenzioso, del luogo in cui facevo le psicoterapie e la figura del gruppo di centinaia di persone che venivano chiedendomi l’interpretazione di sogni; questa volta la parola ottobre fa l’immagine indistinta della memoria del turbamento del sistema neurovegetativo che mi dava malessere e, da essa, emerge il pensiero verbale che, dando la conoscenza dell’invisibile, dice “mi dicevano che ero malato!”. E così, di volta in volta, anno dopo anno, furono promossi i termini: pulsione di annullamento e anaffettività, negazione e odio e, terribile, dissociazione mentale. Così fu l’ottobre 1980 ed ora so che fu il tempo in cui si decise quel qualcosa di indefinibile che propone i termini: realizzazione e riuscita degli altri e di me stesso. E non era la riuscita di un esame o di un rapporto d’amore, ma le lettere del pensiero verbale fecero la frase “realizzazione di una vita”. E so anche che il fondamento del pensiero senza coscienza e senza parola che si formò, fu una immagine interiore di identità che si realizzò, senza dirlo, nel pensiero verbale che era immagine. “La crisi non è mia, è degli altri”. E, ridendo di nuovo, ricordo che chiamai la mia reazione, che avrebbe dovuto dimostrare il fallimento e la depressione, “certezza paranoicale dell’essere”. Non fui Gregorio Samsa, lo fu un gruppo numerosissimo diviso in quattro sedute di psicoterapia di due ore ogni settimana. Cosa gli è accaduto? Ormai, da più di venticinque anni, sono sedute di psicoterapia di gruppo di quattro ore. E molto abbiamo parlato, molto hanno sognato, molto ho interpretato portando le immagini misteriose del sogno al pensiero verbale ed alla conoscenza. E ci chiediamo sempre, nelle sedute, nell’analisi del transfert e, rispettivamente, del controtransfert, se è stata la validità del funzionamento della realtà biologica o la validità del funzionamento della realtà psichica dello psichiatra.
Stavo scrivendo l’articolo Ottobre quando, da Radio 3-Rai, ho udito la voce di Galimberti, filosofo, che parlava della follia. E subito osservai che i due termini follia e pazzia venivano usati come se fossero sinonimi. E nominò subito Basaglia. E la frase semplice “La follia è comune a tutti; perché isolarli? La società deve accettare la sua verità”, ora mi appare come la valanga di fango che ha coperto i paesi a Messina. Forse è l’immagine non vista quando, cinquanta anni fa, iniziai a fare lo psichiatra. Non c’era la “nuova psichiatria” (?) che si scatenò negli anni 60. La “morta gora” in cui giaceva, da sempre, la psichiatria aveva genitori che non erano riusciti a fecondarsi: si chiamavano medicina e filosofia. Le due realtà, l’una percepibile, l’altra invisibile, di cui si era dedotta l’esistenza dal linguaggio articolato parlato e scritto, erano rimaste scisse l’una dall’altra. La realtà del corpo ed il suo funzionamento furono conosciuti e descritti e la sapienza ottenuta fu trasmessa con la parola. Furono descritte le figure della percezione, non fu intuita né pensata l’immagine che sta nella realtà del corpo umano vivente. I malati mi raccontavano i sogni ed io cercavo il linguaggio di essi e pensavo “cosa mi sta dicendo?”. Ed ora so di una mia identità e libertà di pensiero e di ricerca perché vedo il moloch di pietra che pesava sulla testa di tutti. Freud diceva che le immagini oniriche erano ricordi coscienti, che venivano mascherati dalla censura del Superio. E non mi pento di aver sempre detto che Freud era uno stupido che violentava la realtà mentale umana. Ma poi vedo che Dastur ricorda “… l’analisi del sogno che consiste, all’opposto della Traumdeutung freudiana, nell’arrestarsi al contenuto manifesto del sogno… essenziale per Binswanger è non separare ciò che è uno: l’immagine e la tonalità, gioia o tristezza, che essa esprime spontaneamente”. E la memoria senza coscienza mi fa ricreare l’immagine dei primi giorni, quando un ragazza, in una sala pubblica piena di persone, disse: “Ho fatto un sogno”.
E c’era anche Sartre, L’imaginaire; e Dastur dice che fa “l’affermazione paradossale di una spontaneità e non di una passività della coscienza onirica, la quale è certamente una coscienza vincolata, incapace di percezione, ma che nonostante questo non perde la sua libertà… Nel sogno la coscienza… ha perduto la nozione stessa di realtà…”. “…La novità radicale dell’analisi sartriana è il fatto che essa comprende il simbolismo del sogno diversamente da una menzogna imposta inconsciamente dal sognatore a se stesso… e non consente di distinguere in esso, come fa Freud, il contenuto «latente» dal contenuto «manifesto»”. Erano idee dette dalle parole dei nomi mitici, Binswanger e Sartre. Ed il ricordo dello schermo televisivo che dà con una nebbia il grado di vapor d’acqua, si trasforma in un turbinio di polvere che è la frammentazione invisibile delle foglie secche del pensiero greco, che erano due occhi vitrei detti coscienza e ragione. Non ricordo, ma so che gli occhi che mi lacrimavano per idee (?) che volevano accecare, ottenevano ricreando l’immagine del sogno raccontato, una vista più limpida che svelò la parola negazione. La mente seppe che la deformazione dell’immagine onirica era l’arte degenerata della pulsione di annullamento che non rendeva non esistente, ma era negazione che formava il brutto che era violenza contro l’amore e la bellezza che il pensiero umano senza coscienza ha per trasformare la percezione della realtà, nell’arte di fare forme nuove che parlavano della capacità dell’essere umano di creare un nuovo che prima non c’era.
E Galimberti disse “Il teatro del sogno è pazzia. Perdere la razionalità nel sonno è follia”. E, per la violenza della polvere gli occhi si bagnano di nuovo, ricordo che Freud scriveva: “Vi è un prodotto psichico, identificabile nelle persone più normali, che tuttavia presenta una straordinaria analogia con gli esiti più feroci della follia e che non è apparso ai filosofi più intelligibile della pazzia stessa. Intendo parlare dei sogni”. Era il 1912 ed io, dopo gli anni Cinquanta in cui la malattia mentale era lesione cerebrale, sentii che le idee dei filosofi e dei nuovi psicoanalisti invasero la realtà culturale e sfociarono nel ’68 in cui era doveroso liberare l’uomo dalla ragione e lasciare emergere l’inconscio… che era pazzia. Con l’idea del sogno «esito della follia», mi chiesi se il lettino, le libere associazioni e il ricordo delle cose accadute, servivano soltanto per controllare… la pazzia dell’inconscio inconoscibile. Ed ora mi vedo sfogliare un libro e leggere un testo e restare come in una attenzione sospesa, come per una percezione di un pericolo che ora conosco: era la tentazione di credere a certe idee stolte per la suggestione di nomi famosi.
Così quel giorno, era iniziato il 1976, risposi alla ragazza che mi aveva raccontato il sogno di «Olimpia e il prof. Spallanzani» e compresi che aveva detto che la psicoanalisi fabbricava automi, ovvero donne anaffettive. E Galimberti disse “la malattia mentale è una autoterapia per evitare il suicidio”. E Nathaniel si getta nel vuoto, dalla torre, ipnotizzato da Cornelius. E Bellocchio fece, dopo la Nina che impazzisce per essersi incantata di fronte allo scrittore anaffettivo, Salto nel vuoto. La catastrofe dell’ottobre passato. Manca ancora una settimana e guardo la penna rossa che mi appare come una corno che, per la fantasia napoletana, manda via il malocchio. E la ricerca mi dice che, nell’ottobre 1980, il passaggio allo studio privato fu una libertà che avrebbe fatto irrompere la “follia feroce” dei sogni. Ma io non avevo mai creduto nella natura umana, pazza per nascita. La discontinuità con la realtà endouterina è insorgenza della fantasia, oltre la razionalità ottusa nel pensare la realtà umana. Ed io, l’anno precedente, il 1979, avevo immaginato che un giorno avrei aperto le tre porte dello studio e continuato ad interpretare i sogni. Ed il 10 novembre 1980 andammo ed io proposi a tutti di ricreare la propria nascita e la capacità di immaginare. |