In un appassionato pamphlet McDonald analizza le contraddizioni dei teorici della violenza “utile”
Michael McDonald, saggista finissimo, prestigioso avvocato (annoverato nel 2000 tra i cento avvocati Usa più influenti), ex direttore del Centro per i diritti individuali a Washington, ha scritto un efficace pamphlet su splendori e miserie degli intellettuali nel ’900: Scrittori di fronte al male (Scheiwiller). Accanto ai suoi limpidi maestri - gli “irregolari” Camus, Silone, Orwell, e poi i Primo Levi e Fenoglio - sfilano Sartre, Handke e Majakovskij, con le loro contraddizioni spesso tragiche. Illuminante il capitolo che contrappone Camus a Sartre: mentre il primo «difendeva la non negoziabilità dell’etica in un’epoca in cui i fini giustificavo i mezzi», il secondo applaudì all’incursione di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco nel ’72. E non si pensi che la giustificazione sartriana della violenza in nome della buona causa, formulata in modo verboso e con ingegnosità filosofica, sia qualcosa di inedito nella storia dell’Occidente. Con Berlin, l’autore ci mostra come il terrore sia iscritto nel codice genetico «di qualsiasi disegno improntato all’utopia», e anzi la perversa «magia dell’estremo» ha irretito menti di uomini della statura di Robespierre e Saint-Just. La subordinazione della morale alla politica (e alla storia) nasce quasi sempre dall’illusione di poter sradicare il male dalla realtà e di creare il paradiso in terra (uno scopo che agli occhi dei suoi credenti meriterebbe in sé qualsiasi sacrificio). Magistrale il capitolo in cui l’autore, forte della sua competenza giuridica, smonta il castello di accuse - in realta «discutibili supposizioni tenute insieme da un garbuglio di prove indiziarie quanto mai aleatorie» - nei confronti della “spia” Silone. Ed è tutto da condividere lo sdegno verso quell’arte d’avanguardia che usa i cadaveri e ci abitua all’estetizzazione della violenza (financo Tarantino). Eppure credo che il centro del libro di McDonald - e il suo primo “movente” - sia un altro. Provo a dirlo così: un amore appassionato per l’Italia, per la nostra letteratura. I ritratti di Levi e Fenoglio (e anche quello di Malaparte che, però, mi pare qui sopravvalutato) sono mirabili. In particolare di Fenoglio, «antifascista esistenzialista», si sottolinea la disposizione schietta, aliena da faziosità, antiretorica, con cui ha saputo parlare della Resistenza, dei partigiani, della guerra civile, eccetera. Mcdonald dedica un utilissimo capitolo agli innumerevoli scrittori americani in visita nel nostro Paese, dal ’700 in poi: quasi sempre “turisti”, spesso distratti e distanti, inclini a sovrapporre alle immagini reali i vari stereotipi, positivi o negativi (l’Arcadia, il Paese delle Rovine, il popolo infantile e inaffidabile). E fino a una certa indifferenza attuale, conseguenza della fine dell’educazione “classica” nelle università dove si formano le élites americane. Al contrario, lui non si fida dei cliché, è curioso dei molti aspetti del nostro carattere, ha imparato (alla perfezione) la nostra lingua, difende con acribia i nostri scrittori. Insomma, ci vuole proprio bene, in modo disinteressato e apprensivo. Solo ci desidererebbe un po’ più “responsabili”. Come dargli torto? di Filippo La Porta 23 ottobre 2009
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