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Est ovest di Cristina Comencini, protagonista una grande signora del teatro italiano
Sono due i temi contenuti nel dramma scritto e diretto da Cristina Comencini, Est Ovest, in scena all’Eliseo. Il primo è palese e riguarda il confronto fra europei orientali e occidentali esplicitato dal rapporto fra Letizia, la padrona di casa, e Oxana, la badante ucraina: i loro problemi si riveleranno simili, anche se in forma diversa. Il secondo invece, affidato alla percezione degli spettatori, è il conflitto fra generazioni. Quest’ultimo in effetti potrebbe rivelarsi più interessante dell’altro, anche perché da esso scaturiscono le battute migliori del testo, soprattutto nel corso del primo tempo, sicché la protagonista Rossella Falk ha l’occasione d’offrire un’interpretazione maiuscola. Asciutto, pungente, caustico il personaggio di Letizia, grazie anche alla presenza scenica della Falk che dona eleganza e ferocia a un tipo di madre e nonna alto borghese incapace di capire le istanze, le difficoltà, i drammi dei suoi discendenti. L’ottantenne Letizia è esattamente il prototipo di quella generazione nata fra gli anni Venti e Trenta che ha vissuto dopo la Seconda guerra mondiale il golden age, l’età dell’oro teorizzata da Eric J. Hobsbawm, e non è assolutamente in grado di intendere quanto è successo dopo, dagli anni Settanta in poi. Continua quindi ad applicare alla realtà parametri ottusi. Non riesce a capire la tragedia d’un figlio regista fallito, d’una figlia che si dibatte nella vita mediocre d’una borghesia ridotta a classe media, di nipoti diversissimi come forma mentis, educazione, visione del mondo (tutti bravi gli interpreti che circondano la Falk). L’anziana madre è convinta che il successo arrida senz’altro ai migliori e ignora il clientelismo, il nepotismo, la demeritocrazia e la corruzione attuali; è la nonna sicura di avere partecipato all’edificazione di una società migliore e opulenta e non s’accorge della miseria culturale e del declino socio economico che caratterizzano questi tempi e di cui soltanto i più avvertiti s’avvedono. Un paio di anni fa, quando era ancora vivo, il grande anglista Giorgio Melchiori (classe 1920) stava al telefono con un suo collega professore universitario. La conversazione verteva sul seguente interrogativo: in cosa aveva sbagliato quella generazione uscita da una tragedia immensa, la guerra, ma che aveva avuto la possibilità straordinaria di ricostruire sulle macerie una società più giusta e civile? Quale egoismo, quale pavidità, quale amore ottuso per i pregiudizi, si chiedeva Melchiori, aveva loro impedito di vedere e contrastare la deriva?
Occasione della riunione di famiglia è il compleanno della matriarca, esempio di egocentrismo e autoritarismo. Con bella mano drammaturgica, la Comencini immette nel consesso un segreto che l’ottuagenaria non conosce e che si rivelerà nel secondo tempo. Tutta la pièce, immersa nella comica crudeltà che la Falk così ben restituisce, fila a meraviglia. Soltanto quando si arriva allo svelamento del dramma, qualcosa funziona meno. Sarebbe stato a dir poco appagante se la Comencini avesse trovato una soluzione esplosiva e un epilogo realmente tragico. Ha preferito invece restare nell’intimismo familiare, senza cogliere le opportunità drammaturgiche che le si dispiegavano davanti. A pensarci bene però, male non ha fatto perché si nota subito che la protagonista, perfetta nel registro sardonico, impeccabile lady e spietata, tiene il ruolo con maggior difficoltà quando si tratta di portarlo sul tragico. E siccome la Comencini ha scritto lo spettacolo proprio per la Falk, sarebbe stata una sciocchezza costringere questa grande signora del teatro italiano a fare cose nelle quali non è particolarmente versata. Quindi la soluzione migliore per Est Ovest sarebbe di avere due finali: uno per quando recita la Falk e un secondo per un futuro allestimento con un’interprete più adatta a ruoli drammatici. di Marcantonio Lucidi 23 ottobre 2009 |