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La vittoria della Cdl è il segno di una provincia che si ribella alla città e al lavoro industriale. Stravolto anche l’antico “stile sabaudo”. di Marco Revelli
«Il Piemonte svolta a destra», titolava l’11 aprile Repubblica la propria pagina regionale. «Sinistra, vittoria amara», faceva eco La Stampa che aggiungeva nel sottotitolo: «In controtendenza rispetto al resto del Piemonte, l’Unione a Torino batte la Casa delle libertà: ma perde terreno rispetto al 2005, e non incassa l’effetto-olimpiadi». E in effetti era così.
Il Piemonte che appena un anno fa, alle regionali, era andato al centrosinistra per circa 50mila preferenze ora regala al centrodestra quattro (pesantissimi) senatori in più col premio di maggioranza, con un vantaggio di quasi 30mila voti (1.356.405, pari al 50,5 per cento, contro 1.329.405 pari al 49,5 per cento). Non è bastato, questa volta, il peso di Torino che ha ancora votato a sinistra, ma non abbastanza: non più i quasi 100mila voti di differenza che nel 2005, in città, separavano l’Unione dalla Casa delle libertà facendo salire il confronto a 58,8 contro 39,4 (quasi venti punti), ma ora meno di 80mila (57,6 contro 43,4, appena una quindicina... meno ancora nella provincia, dove il distacco si riduce a 9 punti). E nel resto della regione è un bagno, dappertutto, senza eccezioni.
Peggio di tutto a Cuneo: 59,6 per la Cdl contro 40,4 all’Unione. Venti maledetti punti di distacco, quasi 90mila voti di differenza, con Forza Italia al 25,7 per cento, gli xenofobi della Lega al 10,8 per cento (uno dei propri massimi nazionali, assimilabile alle province lombardo-venete), i postfascisti di An al 10,7 per cento, alla faccia della “culla della Resistenza” e di una memoria calpestata. E poi Verbania (57,6 contro 43,4), Asti (57,6 contro 43,4), Novara (56,3 contro 43,7), Vercelli, (56,0 contro 44,0), Biella (54,9 contro 45,1). Nemmeno Alessandria (dove da sempre la provincia era andata alla sinistra) si è salvata, certo con percentuali meno “bulgare”, ma pur sempre con un distacco di 5 punti (52,5 contro 47,5). Le prime, ancora affrettate analisi dei flussi dicono che decisivo è stato quel rash finale berlusconiano, col raschiamento del fondo del barile dell’elettorato più recalcitrante, trascinato alla fine, dalla brusca accelerazione a colpi di bambini cinesi bolliti e di abolizione dell’Ici, di sceneggiate e di turpiloquio, a votare per il grande illusionista, come succede appunto nelle televendite quando si svendono le batterie da cucina e le tv al plasma per poche decine di euro: dei 40mila votanti in più di Torino al Senato, oltre 30mila avrebbero risposto all’appello del centrodestra. E così è stato nel resto della regione.
Ma non basta questo dato a spiegare la batosta. Non basta la mobilitazione degli strati più bassi, del sottofondo melmoso dell’elettorato, il meno acculturato, il più povero di senso civico, a dar conto del risultato. Né ci si può accontentare della spiegazione che assimila il Piemonte al resto del Nord Italia - alla Lombardia, al Veneto, al Friuli, alla parte più ricca e produttiva del paese -, per dire che in fondo la cosa non stupisce. E che, tutto sommato, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Non è così per varie ragioni. Intanto perché le elezioni politiche del 2006 non sono come quelle del 1994, e nemmeno come quelle del 2001. Vengono dopo un dodicennio di berlusconismo. E dopo un quinquennio (e quale quinquennio!) di governo ininterrotto di Silvio Berlusconi. Nessuno può dire che non sapeva chi votava. Il fenomeno non era più l’«oggetto misterioso» che si materializzò dalle ombre di Tangentopoli. Né colui che non aveva potuto mostrare le proprie doti di “statista” per colpa delle toghe rosse e dei ribaltoni padani. Ora si presentava in tutta la propria impresentabile volgarità. Nulla era stato risparmiato, e nulla velato. Chi votava, sapeva cosa faceva e chi sceglieva. E che una metà più qualcosa del Piemonte l’abbia votato sapendo di votarlo, in piena consapevolezza, qualcosa lo vuol pur dire.
Della trasformazione profonda (vorrei dire del “salto antropologico”) che questa regione sta vivendo. Del mutamento di “stato” che il suo costume, le basi stesse del suo “comune sentire”, stanno subendo. È il segno di una “novità”. Che Cuneo fosse una Vandea, lo si sapeva fin dai tempi dello strapotere democristiano. Che Vercelli e Novara fossero stati a lungo feudi di un moderatismo quieto, terre di mezzo tra due metropoli in ebollizione, vaccinate contro la febbre che divorava il Novecento, era anche questo noto. Che Biella fosse roccaforte di un’imprenditoria innovativa sul piano industriale e conservatrice sul piano sociale (culla della “destra storica”), era anche questo scontato. Ci si sarebbe aspettati, qui, un voto tranquillo, conforme se non conformista. Una scelta di “moderazione”. Invece hanno espresso un voto dichiaratamente “estremista”. Hanno premiato uno stile politico e un ordine del discorso esplicitamente “sopra le righe”, in controtendenza con il quietismo sabaudo e l’ordine notabilare agrario. Hanno votato chi invitava esplicitamente a irridere regole e galateo, dichiarava criminali i giudici e giudici i criminali, denigrava le istituzioni e i loro tutori in nome del successo e del potere, definiva folle «pretendere di porre sullo stesso piano il figlio di un operaio e quello di un professionista». Se ne sono fregati persino degli appelli dei vecchi “poteri forti”, degli antichi padroni che avevano servito con fedeltà degna di miglior causa, dei vertici di Confindustria, dei discendenti delle grandi dinastie in declino ma pur sempre in sella, dei grandi quotidiani titolati. Hanno scelto il sovversivismo delle classi dirigenti, l’avanspettacolo politico, il gusto della pochade e del reality show. Hanno mostrato il volto di un Piemonte irriconoscibile, sfregiato evidentemente da una modernizzazione assai più dirompente di quanto qualsiasi modernizzatore di sinistra avesse immaginato. Chi sono, questi elettori sconosciuti? questo nuovo “popolo” che dalla provincia accerchia la vecchia città “fordista”, dove resiste a macchia di leopardo l’antica cultura del lavoro, la memoria di un’azione collettiva affidata alla mobilitazione organizzata, la cultura delle garanzie e dei diritti? Cosa muove questo “secondo Piemonte” che pregusta finalmente la propria rivincita sulla metropoli di produzione che fino a ieri dettava la propria rigida gerarchia territoriale, e si presentava come il luogo autentico dell’innovazione? Potremmo dire un nuovo, selvaggio individualismo. Il senso di un “personalismo” senza persone ma con un esercito di produttori-consumatori individuali, di partite Iva e di imprenditori di se stessi, di commercianti e professionisti e performer di vario tipo accomunati da nulla tranne dalla comune voglia di affermarsi, e sopravvivere al declino degli altri, e cavarsi fuori dalle sacche di uno stato sociale in cui non credono più (o forse non vi hanno mai creduto) e che vivono come grigio, opprimente, “noioso”.
Sono il prodotto dello sfaldamento del Piemonte industriale, Fiat-centrico e Fiat-dipendente, della fine del mito del lavoro organizzato e del passaggio al lavoro diffuso, frammentato, personalizzato. Sono le avanguardie di un capitalismo personale che tuttavia non si vive
con la tranquilla sicurezza che fu della grande industria fordista e dei suoi capitani, ma anzi intuisce la propria fragilità. La propria tendenziale volatilità. Il carattere effimero del proprio successo e della propria ricchezza. E per questo si riconosce nel messaggio “selvaggio” che l’imprenditore di se stesso Berlusconi lancia: messaggio di sopravvivenza e di resistenza individuale, che dice urbi et orbi che anche quando si è alle corde, anche quando la festa sembra finita, ce la si può fare, a condizione di non guardare in faccia nulla e nessuno, di non rispettare né regole né avversari o competitori, di fare il proprio interesse senza se e senza ma. E soprattutto affermando il proprio “Io”: un Io ipertrofico e predatore, come quello dell’uomo che lo mette in scena, dai banchi del governo, tutti i giorni. Un Io contrapposto ad ogni Noi, organizzato o meno. Un Io che declassa a freno, impaccio, inganno ogni richiamo alla responsabilità pubblica, al bene comune, o anche solo alla difesa del sistema paese. È un messaggio inquietante quello che viene dal “nuovo Piemonte” delle periferie diventate centro. Delle province che hanno messo sotto la città. Dovremo guardarlo con attenzione, negli anni, non facili, che ci aspettano. |