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di Massimo Fagioli

Forse per il ricordo cosciente dell’altro interessante piccolo libro che avevo sfogliato nell’estate, forse per la paura che faceva il grosso volume di Giordano Bruno, certamente per la memoria senza coscienza degli ultimi articoli che avevo scritto su left: ψυχή, Diversa da me, Pulsione, Umanesimo, Discontinuità, mi affiorava spesso alla mente il pensiero che rivelava l’intenzione di scrivere sul sogno. Pensandoci, si vede che c’era un filo di ricerca coerente che aveva pensato la realtà umana nella sua interezza, senza l’eterna scissione tra coscienza e il nominato inconscio. Prima, era ancora agosto, si era proposto, autoritario, il titolo: Lo psichiatra. è, come si sa, una specializzazione che intende portare il metodo medico alle malattie della mente.
Il braccio va a prendere il libretto bianco in cui una donna, filosofa, propone la rilettura del Il sogno di Ludwig Binswanger.  Quando lo vidi, vennero i ricordi di quando andavo nel parco del Sanatorium Bellevue ed entravo nella villetta dove il grande vecchio mi raccontava di sé e che, ora, stava scrivendo Wahn. Io lo ascoltavo e nel villino al di là della strada, Landegg, conducevo la Comunità terapeutica, esperienza nuova per la cura della malattia mentale. Interpretavo i sogni da quando  lavoravo a Padova, e mi interessava il pensiero che,  a quei tempi, si proponeva di andare oltre l’organicismo. Avevo già scritto, a Padova, l’articolo sulla percezione delirante ed avevo fatto il training psicoanalitico. Nella società freudiana i sogni raccontati non venivano interpretati perché si aspettavano le “libere associazioni”; qualsiasi tentativo di ricerca da parte del “paziente” veniva stroncato perché definito, a priori, fantasia. Otto anni dopo aver scritto sulla percezione delirante, scrissi Istinto di morte e conoscenza in cui definivo la pulsione e l’emergenza del pensiero dalla realtà biologica. So, già da alcuni minuti, che i ricordi della coscienza e del comportamento mascherano un altro movimento che è quello che accade nel silenzio invisibile della parola, dentro al corpo che la coscienza muove, e nelle immagini della notte che svaniscono al mattino come i fantasmi delle favole di Cupido e Dracula. Non ho le parole per rendere “visibile” quel pensiero che, nel corso degli anni, è maturato diventando sempre più ampio e profondo. So che ha un nome, fantasia, condannato da quando l’identità umana è diventata pensiero razionale, dare un nome alle cose della natura, concettualizzazione del pensiero verbale senza immagini. E, dopo tanti anni, è evidente che la ragione si è sempre paralizzata perché impotente di fronte al fenomeno che la scomparsa di essa e dell’identità della coscienza non era morte ma soltanto sonno. Avevano la parola trasformazione, ma non seppero dare il nome a quello svanire della veglia e della coscienza, al rilassamento degli arti per i muscoli che non funzionano più. Ricordo che Freud aveva scritto L’Interpretazione dei sogni, Binswanger aveva scritto Il sogno.

È difficile sapere. Forse perché anche gli animali dormono non si è mai pensato che, forse, non sognano. O, forse sognano, ma le immagini oniriche non sono come quelle della specie umana. E so il perché: perché, pur riconoscendo all’animale la memoria cosciente, non hanno la fantasia di creare immagini belle ed inutili. Gli animali non possono raccontare i sogni perché non hanno il pensiero verbale e non è dato loro di trasformare le immagini senza coscienza in linea dalle forme infinite; non possono scrivere. Si può pensare che le figure della loro memoria cosciente spariscono o rimangono tali anche nel sonno perché il comportamento persegue soltanto sopravvivenza e procreazione. Ed è evidente che la possibilità di creare immagini e forme nuove, non è legata alle caratteristiche anatomo-fisiologiche del corpo umano perché un pittore può ugualmente dipingere anche senza mani. Hawking ha molto pensato e detto e “scritto”, pur essendo affetto da una grave sclerosi laterale amiotrofica. Nella storia, gli uomini credettero di distinguersi dagli animali, perché inventarono le favole degli dei che gestivano i fenomeni che accadevano nella natura non umana. Ma le “immagini” inventate non erano veramente “inventate” perché erano troppo legate alla riproduzione della percezione della coscienza, nella veglia. Poi dissero che erano favole senza conoscenza e tentarono di comprendere i fatti naturali percepibili con il pensiero verbale. Spinsero la ricerca per la conoscenza fino ad ipotizzare le cose invisibili, ma il metodo del pensiero verbale giunse soltanto a costruire alcune parole che erano concetti senza che ad essi corrispondesse una realtà... che non era la verità. Ci fu così una scienza della natura non umana, una scienza del corpo dell’uomo che è realtà, ma non è la verità di esso. E gli scienziati, usando la percezione ed il pensiero verbale, sconfissero la stupidità e l’ignoranza; i filosofi soffrirono sempre, perché non riuscirono mai a non pensare sempre all’enigma della Sfinge.

E così, l’estate ormai svanita come fosse stato un sogno, ritorna perché lo sguardo è caduto sulla copertina bianca dove è scritto, in rosso, quel nome che era l’ideale da raggiungere per ogni studentello che voleva fare lo psichiatra. Ma “non è più quel tempo e quell’età”, tanti anni fa ho denunciato l’esaltazione, forse per stupidità e ignoranza, di un pensiero che non aveva, in sé, nessuna verità. Ed ora, forse soltanto la fantasia, mi aiuta a “vedere” l’invisibile che stava nei due nomi, Binswanger e Freud con cui la mia mente di giovane psichiatra si dovette confrontare. E venne Binswanger perché appariva come colui che era uscito da quella psichiatria che era soltanto neurologia che studiava le lesioni della sostanza cerebrale. Le parole “l’essere dell’uomo” “l’essere nel mondo” vagheggiavano la possibilità di toccare la verità. Diceva, in modo affascinante, che la psichiatria doveva confrontarsi con la psicoanalisi, ovvero doveva fare ricerca sull’inconscio, che lui non fece. E non comprendevo...poi compresi l’alleanza che stava nella convinzione religiosa che l’inconscio è inconoscibile; perché c’è la naturale cattiveria bestiale dell’essere umano. Forse Binswanger non aveva letto bene Freud che disse che le immagini oniriche erano “allucinazioni”, come se fossero la malattia della mente che fa inventare immagini che non esistono. Non conosceva la negazione e la pulsione di annullamento. Esisteva soltanto la rimozione. Freud conosceva soltanto la realtà materiale come spostamento di un corpo nello spazio. E tutti dicevano che «aveva scoperto l’inconscio».

E Francoise Dastur dice che Binswanger non può accettare il naturalismo di Freud «che fa derivare anche la vita spirituale dalla sfera delle pulsioni», e che bisogna riconoscere «nell’uomo qualcosa come una fondamentale categoria religiosa». Ed io intuii o vidi l’accordo di fondo tra spiritualisti e positivisti perché entrambi pensano che la realtà mentale non è verità umana. Non sono mai riusciti a pensare che la parola trasformazione si ha alla nascita quando, dalla realtà biologica, emerge il pensiero umano che lo distingue dagli animali perché è capacità di immaginare e non soltanto percezione, ricordo cosciente, e pensiero razionale.
Lessi il VI e VII capitolo de L’interpretazione dei sogni e vidi il caos perché erano state distrutte le parole immagini, desiderio, pulsione. Poi feci la denuncia con una nota, nella seconda edizione di Istinto di morte e conoscenza. E fu il manifesto della dissociazione mentale di Freud che aveva voluto alludere alla nascita. Das erste wünschen dürfte ein halluzinatorisches besetzen der befriedigungserinnerung gewesen sein. Ovvero primo desiderio... (che sarebbe pulsione)... allucinazione... ricordo... appagamento...

E mi piace pensare, fantasticando sul piano della scrivania dove scrivo, pietre preziose come rubini, smeraldi, zaffiri e perle e diamanti, alle parole ricordo che non è ricordo, ma memoria non definita delle migliaia di sedute di psicoterapia di gruppo, nel tempo di trentaquattro anni. E ogni pietra si anima diventando parole che appaiono e scompaiono, diventando senza tempo. Annullamento, negazione e la voce del pensiero dice “una è pulsione perché viene dall’interno verso l’esterno ed elimina il rapporto interumano; l’altra acceca facendo immagini false sulla realtà interiore dell’altro. Poi le parole illusione, allucinazione, anaffettività, bramosia, desiderio, danzavano come nell’orgia di Dionisio, selvaggiamente. Con una velocità superiore a quella della luce, invisibile e pensabile soltanto con la percezione tattile della pelle per un movimento dell’aria, la parola desiderio era come un calore, vestito in modo sempre diverso nelle voci dell’uno e dell’altro che rivelavano identità originali. Penso e vedo che anche i loro termini verbali, modulati nel suono della voce, erano immagini indefinite, talora morbide, talora fredde, talora spezzettate freddamente.  Addolorato penso che, ogni volta parlando, i miei termini erano solo pensiero verbale.

 
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