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Da una suggestione rubata a un quadro di Parmigianino, la storia di una donna misteriosa nell’esordio narrativo di Lia Migale
Al centro de La donna del diavolo di Lia Migale (Voland) c’è una improvvisa scomparsa. Nel 1989 Antea sparisce senza lasciare tracce. Suicidio? Fuga? Terrorismo? A indagare è il commissario Devila, che ritrova appunti, diari, e poi interroga amici, compagni. Tutti sono accomunati da una stessa esperienza: gli anni del Movimento, il ’68 e il femminismo, e poi le cicatrici e le utopie andate a male che ne sono seguite. Il romanzo - il terzo dell’autrice, dopo In un altro luogo e Malamore - non nasconde le sue ambizioni: dietro la struttura del giallo (con un colpo di scena finale) aspira a un bilancio in forma narrativa su una rivoluzione che non c’è stata. E anche sui desideri che da quella rottura si sono improvvisamente liberati, come dal vaso di Pandora, fino a inseguirli nei loro esiti estremi, destabilizzanti, a volte autodistruttivi, fino a sporgersi dalla parte del “diavolo”. Un romanzo riflessivo e intimista, malinconico e interrogante. Il racconto procede spedito accanto a un coté più meditativo, che spesso si raccoglie in acute notazioni antropologiche e in una costante ricerca sul tema della seduzione e dell’eros, su una suggestione di Bataille. L’incipit - «Di una bellezza indolente e intristita la città lo aveva riaccolto. Nulla era cambiato nelle strade strette, nelle cupole ricolme, nelle piazze improvvise. Nulla era cambiato…» - introduce al ritmo e crea un’atmosfera (per Ortega y Gasset il romanzo deve soprattutto fare questo). Antea aveva confessato all’analista di voler interrompere la terapia perché «intorno a lei non c’era più intimità», l’unica cosa che nella nostra società può fondare una relazione e sconfiggere la solitudine. Può implicare un rapporto sessuale ma non si esaurisce con esso. Provo a definirla così: uno stare così vicino all’altro da penetrarlo, da sentirne il dolore e la gioia ma senza violarne l’integrità. Nel Paradiso Dante aveva usato l’immagine sublime del raggio di luce che si immerge nell’acqua senza scompaginarne l’unità. Devila, chiedendosi le ragioni di quel gesto, conclude che «in questo mondo sempre meno vero» l’unica arma rivoluzionaria è solo sparire, «non accettare la vita come imitazione». Non c’è bisogno di essere reduci o di indulgere alla nostalgia per constatare come molti compagni e militanti di quegli anni sono a modo loro “spariti” (dentro esistenze private, dentro lavori inaccessibili agli altri), una scelta che, per quanto tecnicamente “tragica” (lascia irrisolta la contraddizione) può anche essere liberatoria e felice. A un certo punto leggiamo che quanto più l’inchiesta procedeva più la presenza di Antea si scoloriva, come certi oggetti che abbiamo amato (una stilografica, un vestito, un gioiello) e poi non li usiamo più, anche solo per pigrizia, li abbandoniamo e dimentichiamo senza volerlo: «Gli oggetti pretendono lo sguardo. E gli esseri umani?». Credo che anche gli esseri umani lo pretendano, che cioè richiedano tutta la nostra attenzione per poter esistere. E in fondo per Lia Migale la scrittura non è che questo sguardo che fa esistere il mondo, che lo trattiene dallo scolorirsi. di Filippo La Porta 16 ottobre 2009
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