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Lo spazio bianco vivacizza il rapporto statico di una madre con l’incubatrice di sua figlia
Francesca Comencini ha il pregio di rimettersi in discussione in ogni film. Con Le parole di mio padre, tratto da due capitoli de La coscienza di Zeno, sembra avviata verso una dignitosa carriera nell’ambito del cinema letterario. Ma subito dopo con Carlo Giuliani ragazzo realizza il miglior documentario che si sia fatto sulla contestazione contro il G8 di Genova. Dopodiché, con Mi piace lavorare dirige uno dei rari film italiani imperniati sui problemi del lavoro, affrontando con la complicità di una stupenda Nicoletta Braschi le allucinanti conseguenze del mobbing, la più vergognosa pratica inventata dal neo capitalismo per mandare in paranoia impiegate e impiegati in esubero. Nel film successivo, A casa nostra, riprende l’analisi dei guasti di cui è vittima la nostra società. Lo fa sperimentando per la prima volta il cinema corale con una vicenda in cui s’intrecciano le microstorie di numerosi personaggi. Ora con Lo spazio bianco torna a trattare una tematica privata, cosa che non faceva più dall’epoca di Pianoforte, il film del suo debutto nell’ormai lontano 1984. E lo fa attraverso una vicenda quanto mai ardua e rischiosa da affrontare: la storia di una single rimasta incinta, che per mesi è costretta ad attendere davanti a una incubatrice il destino di sua figlia, nata prematura. Scommessa piena di trabocchetti sui “tempi morti”, sul rapporto tra una donna e un oggetto meccanico che nasconde dietro un intrico di tubature e sondini un corpicino che non si sa esattamente quando uscirà da quella macchina e se ne uscirà vivo, o morto, o minorato. Il tempo sospeso di una donna che non è più incinta ma non è ancora madre, e forse non lo sarà mai. La Comencini si è affidata al proprio istinto di madre e al proprio talento di regista, riuscendo così a trasformare il tempo sospeso dell’attesa, anticamera di un lungo, estenuante “tempo morto”, in un film vivacissimo. L’autrice ha perfettamente ragione quando dichiara di avere fatto un film molto più visionario, molto più musicale dei suoi precedenti, un film, aggiungiamo, che coinvolge in maniera totale, senza ricorrere ad alcuna astuzia. di Callisto Cosulich 16 ottobre 2009
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