|
Bravissimo Massimo Popolizio nel Cyrano assai lacunoso diretto da Daniele Abbado
Perché tanta fretta? Perché questa certezza che il pubblico voglia sbrigarsi a uscir di teatro? Ogni spettacolo che si rispetti dovrebbe durare di più del tempo che ci si mette a trovar parcheggio. Sulla balzana convinzione che la prescia debba a tutti i costi essere lo stigma della modernità (basta con questa storia, la modernità s’è fatta stanca e vecchia a forza di correre), hanno ristretto a due ore e dieci minuti la meravigliosa cascata di 2.600 versi alessandrini che compongono il Cyrano di Bergerac. Allora, a pensarci, il gran romantico Eugène Delacroix poteva pure risparmiarsi la fatica di dipingere Notre-Dame e il nemico in rotta sullo sfondo della sua Libertà che guida il popolo - tanto il significato del quadro resta - e Leonardo dal canto suo mica penserà di avere aggiunto chissà cosa con quel superfluo paesaggio dietro la sua Gioconda. I versi dedicati da Edmond Rostand all’eloquio del suo eroe ammontano a milleseicento circa, falciati come i romantici dalla tisi in questo allestimento all’Argentina di Roma diretto da Daniele Abbado con Massimo Popolizio protagonista. «Abbiamo eliminato le parti in cui ci sembrava che il testo si parlasse addosso», ha spiegato in conferenza stampa il regista. Come dire che i frutti dell’albero sono sproloquio vegetale e il biancospino una brocca di retorica del Pascoli. Passi per il duello del nasuto con un bastone, anche se fa l’effetto d’un D’Artagnan a cavallo di mulo, ma viene più difficile acquietarsi di fronte a Cyrano in paltò e cappello a cilindro di brechtiana ispirazione. Non si tratta di appassionarsi alla filologia teatrale sogguardando di cattivo umore le libertà registiche. Tuttavia dare conto in scena della sola vicenda nuda e cruda, ossia l’amore di Cyrano per Roxanne attraverso le parole che il primo suggerisce al poeticamente imbelle Cristiano, significa dedicare un inno all’arte del doppiaggio. Operazione poco romantica eppure scientemente perseguita visto che s’è affidato il ruolo di Roxanne a un’attrice fuori posto quale Viola Pornaro, evidentemente perché importa in primis la contrazione a bignami e conseguente riduzione del tutto alla parte, ossia a Popolizio (e magari s’arrivasse a sineddoche, teatralmente qui si rischia l’anacoluto). Di Roxanne, da attendersi elegante al pari d’una nuvola, raffinata intellettuale che disserta di Pascal, pura linguisticamente come un alessandrino di Racine, dovrebbe innamorarsi la platea intera. Ed invece sta in scena a interpretarla una ragazzotta agreste, da portare stasera all’autoscontro che il luna park itinerante ha montato questo pomeriggio sulla piazza del paese. E non troppo dissimili risultano gli altri interpreti, Cristiano in ispecie, che sarebbe l’attor giovane ma non ingenuo e invece si perde nelle perfette carambole recitative di Popolizio. Bravissimo il protagonista, da ammirare durante la famosa scena del balcone nel terz’atto, vero eroe romantico che praticamente s’organizza uno spettacolo tutto suo, solitario e disperato come un René di Chateaubriand e capace di far dimenticare tutto il resto. Resto che invero non c’è, sostituito da citazioni (Dickens, De Musset, Cervantes): non il carro sul campo di battaglia, non la rosticceria dei poeti, l’assedio di Arras, i duelli, le grandi pene interiori e insomma quanto è degli ideali romantici del tempo di Rostand, così diversi dal picaresco d’un Seicento di cui l’autore s’è scientemente servito per il suo eroe. Come diverso, così diverso, è Cyrano da don Chisciotte. di Marcantonio Lucidi 16 ottobre 2009
|