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I dieci giorni che sconvolsero l’Italia nella ricostruzione di Paolo Morando
Vi ricordate di John Reed? Andò in Russia nel 1917 e poi scrisse i Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Paolo Morando, anche lui giornalista, ha scritto un libro sui «due anni che hanno cambiato l’Italia», Dancing days (Laterza), e cioè il ’78 e il ’79, gli anni della Febbre del sabato sera, del “riflusso” che a sua volta prepara il decennio successivo, quello della seconda modernizzazione del Paese (Craxi, tv commerciali, corsa ai consumi). In particolare Morando si sofferma su un segnale rivelatore. Nel settembre del ’78, l’anno di Moro e forse il più tragico della Prima repubblica, appare sul Corsera la lettera anonima di un cinquantenne che minaccia di suicidarsi perché la sua giovane amante ha deciso di lasciarlo per un matrimonio. Quel giorno le tirature del Corriere andarono alle stelle. L’Italia, ferita e provata dagli anni di piombo, si prepara a una nuova stagione della sua storia. Nella lettera c’è il personale opposto al sociale! Un’autentica rivoluzione del costume. La ricostruzione di Morando è meticolosa e si serve di materiali diversi. Inoltre è condotta come un thriller storiografico. Veniamo così a sapere che all’origine di quella rivoluzione ci sono due documenti apocrifi. La lettera anonima del Corriere venne in realtà scritta dal vicedirettore Barbiellini Amidei, che con il nuovo direttore Di Bella aveva fiutato l’aria (si veda anche una lettera della Rizzoli ai quadri dirigenti). Mentre nella stessa estate L’espresso pubblicò un articolo-saggio di Craxi su Proudhon in cui si dichiarava definitivamente morto il leninismo, in polemica con Berlinguer, e si evidenziava l’incompatibilità del socialismo con il comunismo (in nome del mercato, dell’individuo, del piacere). Bene, quell’articolo non era di Craxi ma di Luciano Pellicani, studioso militante di area socialista! Innumerevoli i sintomi della mutazione. Oltre a Travolta occorre citare una dimenticata trasmissione nel ’78 addirittura precorritrice dei futuri “Drive-in”, e cioè “Strix”, un «programma folle e dissacrante» di Trapani, con ambientazioni orgiastiche e corpi nudi. E poi, su altro versante, l’enorme successo delle Scene da un matrimonio di Bergman, analisi impietosa della coppia. Ma anche le “Lettere” di Lotta Continua: perfino nel giornale della sinistra rivoluzionaria trionfa il privato (le crisi sentimentali, le richieste a volte disperate di affetto). A suggello del biennio esce il 29 aprile un numero speciale del Manifesto con il titolo “Davvero la rivoluzione non si fa più?”. Dopo l’impegno e la protesta (in parte sfociata nella pazzia del terrorismo), «l’Italia che vuole divertirsi» rivendica i suoi diritti. Forse questa stanchezza verso la politica e la seriosità obbligatoria dell’impegno erano ampiamente giustificate. Solo due osservazioni. Da allora il “divertimento” sembra aver assunto un’unica, dispotica forma (il varietà tv, mentre prima c’era più varietà nel divertirsi. Infine: dal “noi” si passò a dire “io” (sacrosanto rifiuto del collettivismo), però non è stato più compiuto il passo successivo e cioè quando dentro l’“io” ritroviamo pur sempre una dimensione del “noi”. di Filippo La Porta 9 ottobre 2009
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