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Nelle sale l’inquietante rievocazione del celebre meeting pacifista realizzata dall’eclettico Ang Lee
Settimane fa ci eravamo rinfrescati la memoria con il dvd di Woodstock, l’imponente documentario che Michael Wadleigh girò nel 1969, seguendo i “tre giorni di pace, amore e musica”, vissuti da oltre mezzo milione di giovani nei pressi di Bethel, contrada dello Stato di New York, con l’amichevole concorso dei più celebri complessi e pop singers dell’epoca. Woodstock presentava la versione pacifica della rivolta giovanile, che altrove aveva dovuto fare i conti con la reazione cruenta della polizia. Le major di Hollywood l’avevano sorprendentemente sposata, fiutando i nuovi tempi e cancellando perciò dai loro programmi i costosi colossi patriottici messi precedentemente in cantiere. Era insomma il Sessantotto in versione statunitense, più motivato che in altri Paesi, proprio per le maggiori responsabilità politiche assunte dai governi americani. Fu anche lì un’illusione di breve durata, che lasciò sulle sue tracce cocenti delusioni. Comunque sia, le immagini del documentario fotografavano quel momento, non precedevano ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. Tuttavia restituiscono ancora in tutta la sua fragranza un sapore di paradisiaca felicità. Ora è la volta di Motel Woodstock, il film di Ang Lee che ricostruisce quell’evento, raccontando come è nato. Per il resto della durata il film descrive lo svolgimento del meeting, visto nella fattispecie come da un backstage, dove agiscono a rotazione Elliot, i suoi genitori, alcuni dei suoi amici venuti dal Greenwich Village. Sono presenze discrete, che non oscurano il reale protagonista: l’evento stesso, la musica, i complessi e i solisti che la eseguono, la massa di giovani che la sta ad ascoltare. Ang Lee afferma di avere visto in Motel Woodstock la prosecuzione naturale de La tempesta di ghiaccio, il film che egli aveva girato nel 1997. «Se il primo, ambientato nel 1973, descrive il dopo sbornia del ’69», spiega il regista, «il secondo è invece la meravigliosa notte prima, con i suoi ultimi momenti di innocenza». Eppure, nella pellicola in questione, questi “ultimi momenti” inquietano. Perché passando dal documentario alla finzione perdono la loro innocenza. di Callisto Cosulich 9 ottobre 2009
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