In Dita di dama di Chiara Ingrao la vita delle operaie degli anni 70. Un romanzo che racconta «quel momento collettivo in cui trovi la forza e pensi “io posso”» di Donatella Coccoli
Il romanzo della fabbrica al tempo di giorni «allegri e feroci, e più veloci della luce». Il romanzo di donne alla catena di montaggio, dalle mani intrappolate negli ingranaggi e dalle voci impetuose, pronte a esplodere nel gioco, negli scherzi crudeli ai danni dei pochi uomini. è il romanzo di una crescita, di un cambiamento a livello materiale sì, ma anche nei rapporti, negli affetti. «Sono nati e morti amori, sono cambiate tante cose nel percorso della formazione individuale della persona. Ecco, questo aspetto è più facile che lo si racconti dell’intellettuale e dello studente ma non dell’operaio né tantomeno dell’operaia. A volte anche al cinema mi arrabbio perché quando c’è un operaio o un’operaia le parole che gli escono dalla bocca sembrano dei volantini». Chiara Ingrao parla di come è nato il libro Dita di dama (La Tartaruga), la sua ultima fatica, dopo Il resto è silenzio e Soltanto una vita scritto insieme alla madre Laura Lombardo Radice. è il racconto «sul meno detto di tutto il taciuto e il non detto degli anni 70».
Chiara, figlia di Pietro Ingrao, ha vissuto in pieno quegli anni, quando, da studentessa, come altri della sua generazione, è stata catapultata in fabbrica a organizzare i corsi per le 150 ore, la formazione, i consigli di zona, le piccole fabbriche. «Io mi sono ritrovata nei ruoli marginali - afferma - però la fortuna è che in queste zone marginali, c’è più sperimentazione». è come se avesse raccolto un patrimonio di storie individuali che si è sedimentato per anni e che adesso esplode attraverso i volti e le parole dei suoi personaggi. Il romanzo infatti è il frutto di studi e di una ricerca accurata di testimonianze (preziosa la tesi di laurea del 1980-81 di Nadia Mozzilli con interviste a operaie), e allo stesso tempo - si intuisce benissimo - della storia personale. Del resto, afferma la scrittrice, «per me la scrittura è un intreccio tra bisogno interiore, delle emozioni, e il bisogno di rapporto con il mondo». Ecco quindi le donne ribelli di Chiara Ingrao: France’, la voce narrante, che è la studentessa di legge amica di Maria, la giovane operaia protagonista che si presenta al colloquio dentro la grande fabbrica pensando di essere assunta come dattilografa, lei che avrebbe voluto studiare, e che invece finisce alla catena di montaggio prima con l’umiliazione nel cuore e dopo con la fierezza di aver conquistato risultati concreti come sindacalista, ma soprattutto una identità personale impensabile in precedenza. E poi le altre figure, da Ninanana, baraccata dal cuore d’oro, alla ’Aroscetta, borghese e bellissima, militante comunista di Servire il popolo, Paolona che si trancia le dita per andare più veloce e guadagnare a cottimo, Mammassunta, e poi Peppe, l’amore di Maria, laureato in ingegneria e nella fabbrica assunto con il compito ingrato di contatempo. E poi Salvatore e i sindacalisti uomini che assistono quasi spauriti alle rivendicazioni audaci femminili. La fabbrica, anche se non viene detto il nome, è la Voxson, la storica azienda di televisori alla periferia romana. Ma perché proprio adesso un romanzo sulla classe operaia? «Sempre più pesava – spiega Chiara Ingrao - questa lettura dominante degli anni 70 rappresentati o come gli anni di piombo o come anticamera degli anni di piombo. C’era il bisogno di reagire a questa violenza e il bisogno di raccontare l’altra faccia. Poi ha inciso anche il disagio di oggi, tempi in cui la classe degli operai sembra svanita, diventata invisibile, rispetto a quegli anni in cui era considerata fin troppo centrale». Il caso ha voluto che questa invisibilità, pur in mezzo alla crisi, si sia come spezzata. «Sono stata contenta - continua la scrittrice - che il libro sia uscito subito dopo la vittoria della Innse, una delle pochissime, che da alcuni è stata vista con una certa sufficienza per il fatto che non sono stati usati metodi di lotta tradizionale; hanno detto che è stata una cosa mediatica, però hanno vinto e con le proprie forze». E poi qualche similitudine si può ritrovare anche con il passato. «Per il contratto del ’69 - racconta Chiara - c’era molta attenzione a comunicare, andavamo a parlare con i commercianti, organizzavamo mostre in piazza, c’era sempre l’idea di inventare forme di comunicazione diversa. E penso che sia una cosa importante. Nel momento in cui sei di fronte a una cancellazione nel mondo della comunicazione, ti inventi di romperla». Sulla situazione attuale non vuole esprimersi: «Magari in un dibattito… Io mi limito a raccontare una storia, piuttosto che fare la sputasentenze sul sindacato». Un altro personaggio, è la fabbrica stessa, quasi impalpabile nella sua pur massiccia presenza che incombe ovunque: sia negli spazi fisici che in quelli mentali. «Un’esperienza di una tale complessità sia umana che politica, che tu che la vivi dall’esterno non sai se ne hai colto gli aspetti fondamentali».
Ma oggi tutto è cambiato. «Allora perché era centrale, l’operaio era sempre un’icona. Allora c’era una parte della sinistra che teorizzava sull’operaio massa, che però è il contrario di quello che cerco di raccontare io. E cioè che dentro quella massa c’erano persone. Io lo racconto - continua Chiara - non per teoria ma perché ho visto cambiare persone, io stessa sono cambiata dentro quell’esperienza». E come è accaduto questo cambiamento? La scrittrice racconta della formazione sindacale, con i piccoli gruppi, le autopresentazioni, il raccontare di sé, «non dico l’autocoscienza, ma lo slogan era un po’ facilone, “il mio problema è uguale al tuo, solo se ci mettiamo insieme lo risolviamo”. Non era vero, però era un invito a capire qual è il tuo problema, a partire da te». «C’era una lente molto semplificatoria - ammette Chiara Ingrao - che rimandava tutto al conflitto di classe. Ma a me interessa molto quel momento, che non dico che venga necessariamente dall’esperienza collettiva anche se per me è stato così, in cui quando qualcosa ti scatta dentro e tu che ti sentivi che non valevi niente, ti dici non è vero che non sono niente, io sono qualcuno, io posso. Posso trovare la forza di, io valgo». Chiara Ingrao si illumina: «L’ho visto nelle esperienze di lotta, nei corsi di formazione, nelle 150 ore, tra le casalinghe, quella che alzava la testa di fronte al marito, ma anche nei forum antirazzisti, quando le donne prendevano la parola. Insomma, quel momento in cui l’io e il noi, che hanno un’interazione terribile perché si possono frantumare a vicenda, invece hanno un’interazione di potenziamento reciproco».
Adesso la percezione di sé è ben diversa. «Oggi - dice Chiara Ingrao - è molto forte questa idea: per diventare qualcuno devo apparire, ma allora si presuppone che io sono nessuno. La condizione della normalità oggi è essere nessuno, il non essere, una cacchetta di mosca, direbbe Maria. Invece io voglio comunicare che no, in quelle fabbriche metalmeccaniche, nella tua normalità, nella tua quotidianità, nel tuo essere nessuno, c’era la tua forza, la tua capacità di interpretare la realtà in un altro modo e di trasformare te stessa nel trasformare la realtà». 2 ottobre 2009
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