La vicenda dei 38 ingegneri ed esperti di marketing che a Roma tentano di salvare il posto di lavoro. La multinazionale Ernst&Young li vuole licenziare anche se l’azienda va bene. Viaggio tra chi difende la propria dignità e il proprio futuro di fronte a scelte che mirano solo al profitto immediato. Ma una speranza c’è: il ricorso per attività antisindacale. Il 13 ottobre l’udienza a Milano di Daniele Nalbone
In un mese sono balzati agli onori della cronaca. Quasi tutti i quotidiani hanno almeno riservato un articolo per loro. Decine i blog che parlano della vertenza Nortel Italia. L’immagine della tenda che hanno montato sul tetto della sede romana dell’azienda di telecomunicazioni, in via Grotta Perfetta, ha addirittura chiuso la prima puntata della nuova stagione di “Annozero”. Tutto il Paese li conosce come «quelli che hanno appeso le gigantografie dei figli fuori dall’azienda». Bene. Ora che questi trentotto lavoratori, la maggior parte ingegneri ed esperti di marketing o comunicazione, sono famosi… possono anche andarsi a cercare un nuovo lavoro. Perché Ernst&Young, la multinazionale che si sta occupando dello smantellamento dei rami della Nortel in qualità di Joint administrator, ha chiuso la porta in faccia tanto agli uomini di Brunetta quanto a quelli di Sacconi. Perché se il 22 settembre gli strapagati rappresentanti della E&Y, «uomini da mille euro l’ora», commentano gli ormai ex lavoratori della Nortel Italia, non si sono nemmeno presentati all’incontro presso il ministero dello Sviluppo, il giorno seguente, al dicastero del Lavoro ci sono andati solamente per stringere la mano ai rappresentanti del governo italiano e dire che ormai la decisione è presa: presto trentotto lavoratori Nortel Italia sparsi fra Roma e Milano troveranno nella buca delle lettere la missiva che annuncia i licenziamenti.
A nulla sono valsi i piani prospettati dal ministero dello Sviluppo: Nortel deve essere ceduta, i cinque rami dell’azienda sono già stati impacchettati. Alcuni sono finiti in Spagna, destinazione Avaya, altri sono stati acquisiti da Ericsson per la bellezza di 1,13 miliardi di euro. I restanti pezzi sono in attesa del passaggio di mano. Ma nonostante i (tanti) miliardi di euro che Nortel incasserà dallo spezzatino, per i trentotto licenziati l’azienda anglo canadese non ha previsto nemmeno il Trattamento di fine rapporto. Non che sia una grande cifra: trentotto Tfr per chi sta incassando diversi miliardi è niente. «Però certa gente non ha intenzione di lasciare nemmeno le briciole» commenta, laconicamente, Enzo, rsu della Nortel. Ormai lo salutano tutti, nel suo quartiere. Enzo, è una sorta di idolo. «Ti abbiamo visto su Rai 2». «Ti ho visto su La7». «Ti ho visto sul palco al dibattito della Cgil». Peccato, però, che tutta questa “celebrità” non sia servita a evitare che trentotto padri di famiglia venissero licenziati. Ce l’hanno messa tutta per far sì che questa eventualità fosse scongiurata. Con loro anche i sindacalisti della Fiom. Giorno e notte su un tetto, ore senza mangiare, cinque lavoratori addirittura per cinque giorni. Tavoli di trattative condotti a stomaco vuoto e dopo notti insonni sotto l’acqua. Neanche il tempo, in questo settembre, è stato clemente con loro. «Ma il diluvio e la fame sono stati niente al confronto di ciò che si prova a essere messi alla porta da un’azienda alla quale hai dato tutto te stesso», ci spiega Michele.
Quanto accaduto alla Nortel Italia è paradigmatico della reale consistenza di questa crisi: chi pensa che riguardi solo il pubblico impiego o “semplici” operai si sbaglia. Perché a Roma e a Milano, fra qualche giorno, saranno ufficialmente licenziati manager da 2.500-3.000 euro al mese. Perché questa crisi non guarda in faccia nessuno. Soprattutto quando si lavora per un’azienda che decide di sacrificare, sull’altare del profitto, i rami di una società per ripianare debiti contratti da altre filiali, da altri manager, in altri Paesi. Ma questa è l’era della globalizzazione. Un’era in cui anche se fai in modo, con il tuo lavoro, che l’azienda per la quale lavori chiuda l’anno con un guadagno di 18 milioni di euro, puoi essere licenziato. Basta che qualcun altro, da un’altra parte del globo, abbia contratto ingenti debiti, che grazie a una legge inglese applicabile su suolo italiano per merito di un trattato (il Comi), si possa procedere non solo con la vendita di un’altra filiale ma addirittura che i lavoratori licenziati non vedano riconosciuto il Tfr. Per magia, questo, viene infatti trasformato in un credito differito nel tempo, come se una famiglia fosse una banca, che verrà incassato al momento della fine della procedura di risanamento dell’intero gruppo. Ora hanno davanti 120 giorni di agonia in attesa della lettera di licenziamento, «Ernst&Young - racconta Enzo - ci ha già assicurato che saranno molto celeri nello spedire le buste». Ma un granello di sabbia potrebbe ancora inceppare il meccanismo: lo scorso 22 settembre, infatti, la Fiom ha presentato a Milano un ricorso per attività antisindacale. Se dovesse essere accolto, la procedura di licenziamento iniziata lo scorso 3 luglio sarebbe nulla e l’azienda dovrebbe reintegrare i lavoratori, nel frattempo licenziati. «La prassi vuole che in questi casi si aspetti a effettuare i licenziamenti per vedere l’esito del ricorso» spiega Roberta Turi, Fiom Cgil di Roma, che ha seguito la vertenza. L’udienza è prevista per il 13 ottobre, appunto, a Milano. «Ma vista la totale mancanza di scrupoli di chi ci troviamo davanti, non ci facciamo illusioni» commentano i lavoratori. «In fondo, devono salvare un colosso dell’economia mondiale - spiega Michele - cosa gli può interessare di condannare trentotto famiglie alla bancarotta?».
Ora, però, lo scontro si sta spostando sulle procedure internazionali in materia di gestione delle aziende multinazionali in tempo di crisi. Il caso Nortel Italia rischia di fare scuola. Ovviamente in senso negativo: dalle interrogazioni della parlamentare europea Debora Serracchiani e del deputato Ermete Realacci emerge la paura che altre aziende in crisi seguano il funesto esempio della Ernst&Young. Basterebbe, infatti, una procedura internazionale di Administration per avviare procedure di licenziamento collettivo in qualsiasi parte d’Europa senza corrispondere ai lavoratori alcuna indennità né il pagamento del Trattamento di fine rapporto. «Per questo è fondamentale, ora più che mai, mettere in campo tutto quello che ci resta - commenta Enzo, uno dei portavoce degli ottantuno lavoratori Nortel Italia - traducendo in azione, concreta e utile, tutti quei contributi di aiuto e solidarietà che la gente ci sta facendo avere, soprattutto tramite il nostro blog (http://nortelitaliainlotta.blogspot.com)».E ora? «Ora niente. Continueremo la nostra lotta» spiegano. «Non possiamo fare altro. Lo dobbiamo ai nostri figli, il nostro futuro. Abbiamo il dovere di proteggerli da chi non ha pietà per una famiglia che sta rischiando il lastrico». Eccola, la situazione in cui trentotto padri di famiglia, persone altamente qualificate tra ingegneri, progettisti e tecnici specializzati, si trovano a vivere. Tutto questo non solo dopo aver contribuito alla digitalizzazione degli impianti di telecomunicazioni della Capitale, ma dopo aver sviluppato alcune delle reti di comunicazione più avanzate dell’intero settore pubblico come quelle del ministero delle Finanze, dell’Interno, della Pubblica istruzione e degli Esteri. Compresa l’unità di crisi della Farnesina. E se oggi anche loro perdono il posto di lavoro... 2 ottobre 2009
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