Elezioni: ha vinto Frau Merkel ma il 12 per cento della Linke è molto di più di un voto di protesta. Il partito della sinistra è ora un fattore imprescindibile della politica tedesca di Filippo Proietti
Angela Merkel ha promesso di costituire il prossimo governo entro il 9 novembre, il giorno del ventesimo anniversario della caduta del Muro. Tempi stretti, strettissimi. Ma più ci si avvicina a quella data e più gli eventi accelerano come nel 1989. Stavolta a crollare è il partito più antico della sinistra europea, la Spd. Con essa e col ridimensionamento della Cdu cedono anche i partiti di massa e va in frantumi il bipolarismo tedesco. Parallelamente, la crescita dei liberali, dei Verdi e di un partito, la Linke, saldatura di una sinistra che dalla costruzione di quel Muro rimase divisa. I vincitori delle ultime elezioni tedesche sono proprio i partiti minori. Non hanno trionfato i cristiano democratici. I liberali di Westerwelle, la Fdp gli hanno assicurato la vittoria. La Spd ha perso più di 11 punti. Sbranata dagli altri partiti con un’emorragia di sei milioni di elettori. Di questi, più di due milioni non hanno votato per protesta, un milione è passato alla Linke; alla Merkel e ai Verdi sono andati circa 900mila voti ciascuno. Mezzo milione alla Fdp.
La Spd ha pagato quattro anni di Grosse Koalition pur essendone stata la spina dorsale. Con il programma di riforme, chiamato Agenda 2010, i tagli allo Stato sociale, la riforma Hartz IV del mercato del lavoro voluta da Schröder. Riforme difese fino all’ultimo e servite sul piatto d’argento alla Merkel con cui ha potuto governare comodamente per quattro anni. Fino a oggi, quando i pacchetti congiunturali varati di comune accordo hanno permesso di contrastare la crisi economica e salvare posti di lavoro e banche.
Eppure quelle stesse riforme sono costate care. La diminuzione della disoccupazione è il risultato della frammentazione del lavoro in Germania. I cosiddetti “un euro job”, i mini impieghi, quelli con una retribuzione massima di 400 euro offerti dalle agenzie del lavoro, hanno ripulito le statistiche. A far da sponda, i sussidi di disoccupazione al limite del minimo vitale. Infine, la pensione elevata a 67 anni, proposta dal presidente del partito e allora ministro del lavoro Franz Müntefering, ha significato per molti un taglio alle pensioni. La socialdemocrazia ha poi pagato le lotte intestine, le purghe interne contro coloro che hanno manifestato aperture nei confronti di una possibile alleanza di governo con la Linke. Un partito che intanto è cresciuto anche all’Ovest. Ma la sua esclusione è arrivata sino alle elezioni del 27 settembre con il diktat: mai una coalizione con i “comunisti”.
Oggi sono molti quelli della Spd che iniziano a spingere verso un avvicinamento con la “sinistra radicale”. Primo fra tutti il borgomastro di Berlino, Klaus Wowereit, già a capo di una coalizione rosso-rossa. Ma da oggi per altri quattro anni la Spd sarà all’opposizione, a rifarsi le ossa, ha ricrearsi “un profilo”, a riguadagnarsi la credibilità. Tra i giovani prima di tutto, tra gli immigrati, i disoccupati, i lavoratori. Questi hanno regalato alla Linke un risultato a due cifre. Ora è presente in dodici Laender su 16. Sei di questi sono dell’Ovest.
Ma il 12 per cento della Linke è molto di più di un voto di protesta. Il partito della sinistra è ora un fattore stabile della politica tedesca. Non hanno più bisogno di definirsi rispetto alla Spd. Mentre quest’ultima dovrà solo trarre insegnamenti dal loro successo. Il preavviso era arrivato dalle elezioni regionali nel Saarland, la piccola regione al confine con la Francia, patria di Oskar Lafontaine, leader insieme a Gregor Gysi della Linkspartei. Lì il fattore “Oskar” ha giocato un ruolo determinante. Lafontaine è leader carismatico, popolare. Il suo passato affonda le radici nella Spd di cui è stato ministro presidente del Saarland, candidato alla cancelleria nel 1990, presidente del partito dal ’95 al ’99. Infine ministro delle Finanze del governo Schröder nel 1998. Carica da cui si dovrà dimettere un anno dopo per il dissenso interno al partito. «Con lui non si può fare politica» dichiarò Schröder.
Con un Lafontaine che allora osò parlare di regole per il mercato finanziario internazionale, per intervenire sulla speculazione economica degli hedge funds. Oggi pane quotidiano dei G20. Oskar uscirà dalla Spd nel 2005, entrando nel Wasg, partito della sinistra sindacale, e insieme a Gregor Gysi, capo della Pds, formerà un’alleanza che è oggi la Linkspartei. La loro non è solo la riunione di due partiti di sinistra. Ma di due culture differenti e talvolta opposte: un’ala, quella della Pds, è retaggio dell’ex partito unico della Ddr (la Sed), e l’altra è formata dalla sinistra sindacale insieme a socialdemocratici delusi ed ex sessantottini. Oltre a questi, il partito tiene insieme correnti diversissime: dai moderati del “forum del socialismo democratico” ai libertari della “sinistra emancipatrice” dalla “piattaforma comunista” a “CubaSì”. In più, collegamenti con la sinistra extraparlamentare, e a giovani no global. Partito frammentato, sì. Ma unito sotto i temi portanti della campagna elettorale. Il no ad Hartz IV, al capitalismo finanziario, il sì al salario minimo e la fine dell’impegno militare in Afghanistan. Un no chiaro in un Paese dove il 70 per cento degli abitanti è per il ritiro immediato.
All’opposizione anche il partito dei Verdi. Più forti anche se non hanno centrato l’obiettivo di essere il terzo partito. E soprattutto di abbattere la maggioranza liberale conservatrice. La formazione di Jürgen Trittin, Renate Künast, Cem Özdemir ha giurato un’opposizione durissima. Ora che il braccio di ferro sull’energia nucleare e il prolungamento della vita dei reattori è più concreto. Per la Merkel e i Liberali un tema di programma. Una legge del governo rosso-verde del 2002 aveva stabilito lo spegnimento graduale delle centrali nucleari. Le lobby atomiche sperano ora in una svolta. Ma per questo in Germania manca il consenso della popolazione. Prova ne è stata la grande manifestazione di Berlino contro il nucleare con circa 30mila manifestanti. La Merkel ha promesso che sarà solo una tecnologia ponte.
Sfondo di queste elezioni è la crisi economica. Il mantra dell’abbattimento della pressione fiscale ripetuto da Westerwelle ha avuto il suo effetto sul ceto medio alto che non ha più timore di doverne pagare le conseguenze. Ma la Germania dopo le urne, non è quella di Helmut Kohl. L’indebitamento statale è gigantesco, i disoccupati aumenteranno. La coalizione liberal conservatrice avrà poco gioco. I voti alla Linkspartei dimostrano che coloro che perderanno il lavoro temono di rimanere sul lastrico.
Il 3 ottobre è il giorno della riunificazione tedesca. Anche qui “i paesaggi in fiore” promessi dal cancelliere della riunificazione sono lontani. Ancora centinaia di miliardi dovranno essere trasferiti da Ovest verso Est. Ancora la produttività e i salari dei Laender orientali sono l’ottanta per cento di quelli occidentali. La disoccupazione è doppia. Il tempo di una Germania stabile e dominata dal consenso è passato. Una nuova costellazione partitica, una nuova forte opposizione al governo, un partner troppo pretenzioso come Westerwelle, costringeranno anche Frau Merkel, che del consenso è l’incarnazione, a cambiare faccia. Ancora una volta, il 9 novembre, giorno della caduta del Muro di Berlino, marcherà un punto di svolta. 2 ottobre 2009
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