Il libro scritto da due ex magistrati, Gianni Simoni e Giuliano Turone, fa luce sulla fine del banchiere siciliano per «rinfrescare la memoria altrui». Ma l’intreccio fra criminalità e politica continua di Marcantonio Lucidi
Vaticano, mafia, massoneria: una triade che avvelena l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Sotto un titolo volutamente non urlato, Il caffè di Sindona (Garzanti, 204 pp, 16 euro) è in effetti un libro su questi tre cancri della nazione osservati dalla posizione privilegiata di due ex magistrati, Gianni Simoni e Giuliano Turone. «Il nostro piccolo obbiettivo - spiega Simoni - è di rinfrescare la memoria altrui e permettere di farsi un’opinione informata. Abbiamo voluto informare appunto, non convincere: nessun provvedimento giudiziario può avere la pretesa di conquistare le opinioni di tutti».
Però quella di Simoni e Turone è opinione che conta: il primo ha sostenuto l’accusa al processo d’appello per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli (di cui ricorre il trentennale della morte) che portò alla condanna all’ergastolo di Michele Sindona, e ha poi condotto l’inchiesta giudiziaria sul suicidio dello stesso banchiere siciliano il 22 marzo ’86 nel carcere di Voghera (perché di suicidio si trattò e non di omicidio, secondo la ricostruzione dei due autori); Turone condusse assieme a Gherardo Colombo l’inchiesta sull’assassinio di Ambrosoli che portò alla scoperta degli elenchi della loggia massonica P2. È una storia fra gli anni Sessanta e Ottanta che comprende anche ascesa e omicidio di Roberto Calvi - trovato impiccato il 17 giugno ’82 sotto il Blackfriars bridge di Londra - e che trova singolari similitudini con quanto avviene oggi. Simoni conferma: «Gli intrecci fra determinate fasce politiche e criminali non sono mai cessati» Per l’ex magistrato, in pensione da tre anni, esiste una sorta di deviazione genetica dell’Italia: «Da noi non c’è mai stato il culto della verità, la verità non rappresenta un valore come è in altri Paesi. Così sono fioriti i cosiddetti “misteri d’Italia”. Se un nostro politico mente, qui ci si scherza sopra. Altrove quel politico si sarebbe giocato la carriera». Fra i protagonisti d’un saggio scritto con ritmo da giallo, senza però la minima concessione al romanzesco, alcuni dei nomi più noti alle cronache giudiziarie degli ultimi trent’anni: il faccendiere vaticano Paul Marcinkus capo dell’Ior, mafiosi d’ogni risma e livello, i vari Giulio Andreotti e Licio Gelli, i faccendieri Flavio Carboni, Francesco Pazienza e Umberto Ortolani ma anche, tanto per non dimenticare, Anna Bonomi Bolchini, grande protagonista della finanza italiana di quegli anni che firmò uno degli affidavit a favore di Sindona, oppure il potente cardinal Casaroli. Dell’allora segretario di Stato vaticano, Calvi scriverà in una lettera indirizzata al cardinal Palazzini: «Che il Card. Casaroli e Mons. Silvestrini siano complici e soci è provato, tra le altre cose, da una serie di tangenti che si spartivano su operazioni effettuate da Sindona».
Altro tema di ieri così attinente con l’attualità è la mania dei delinquenti indagati come Sindona di gridare al complotto: «Le dichiarazioni giurate firmate in suo favore da, fra gli altri, Gelli, Bonomi Bolchini e Carmelo Spagnuolo (magistrato piduista e presidente di sezione della corte di Cassazione, ndr), avvaloravano la tesi che Sindona fosse oggetto di persecuzione di stampo comunista. Una vecchia storia, non di oggi». Ma anche attuale, questa tiritera sulle toghe rosse. Sospira Simoni alla domanda sul suo sentimento riguardo l’Italia di oggi. Pessimista o, tutto sommato, ottimista? «Pessimista, la speranza è un esercizio difficile quando si hanno i capelli bianchi». Tuttavia si intuisce dell’altro quando l’ex giudice si lascia sfuggire che a un certo momento ha pensato all’inutilità del suo lungo lavoro in magistratura. «Andreotti è vecchio e sempre intelligente - osserva - anche se non può più consentirsi le frequentazioni con finanzieri corrotti, i loro discutibili legali e i delinquenti che li affiancavano. Anche Gelli è vecchio e abbastanza soddisfatto. In effetti il suo “Piano di rinascita democratica” è attuato o in via di attuazione. Anzi, ha pure detto chi lo sta realizzando. Non voglio dirne il nome. Ricorderò solo il suo numero di tessera P2: 1816». Silvio Berlusconi, per chi non ricordasse. 2 ottobre 2009
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