Il famoso criminologo rivela i motivi per cui sin dai primi passi dell’inchiesta sul delitto di Garlasco ha sostenuto la non colpevolezza di Alberto Stasi di Francesco Bruno
Ancora una volta è duro aver ragione su Garlasco, è duro riconoscere che spesso non è la scienza, né la professionalità, che pure singolarmente non manca, e purtroppo non è neppure la logica, a guidare le scelte dei nostri investigatori e le azioni penali che da esse derivano. Per chi ha sognato la “Giustizia” come la dea bendata che ci garantisce libertà e democrazia è duro prendere atto che, spesso nel nostro Paese, la giustizia, resa orba da meccanismi di potere arrogante e priva del consiglio e del pungolo degli uomini liberi, finisce per impantanarsi in vicoli ciechi senza garantire a nessuno il giusto trattamento. Ciò che soprattutto mi sconforta è il coro pressoché unanime dei media che, pur di non disturbare il manovratore, si accontenta di fare da megafono alle veline ingiallite provenienti dai vari palazzi del potere.
Sembra quasi che esista un sistema “mediatico-giudiziario”, come ebbe a definirlo Bettino Craxi, ma per me, che, essendo psichiatra, posso anche permettermi di definirmi “paranoico”, forse esiste un sistema ancora più grande, che ho già visto in azione nel “caso di Cogne”, e che è rappresentato dal potere, non più semplicemente associato, ma oserei dire, incarnato nella comunicazione, nei suoi strumenti e nel dominio che può esercitare sulla gente, purché essa non pensi, non solo criticamente, ma possibilmente in nessun modo.
Oggi mi si chiede perché fin dall’inizio o meglio sin dai primi passi dell’inchiesta mi sono sbilanciato dicendo che con molta probabilità Alberto Stasi era innocente. Io non ho assolutamente una sfera di cristallo che mi permetta di predire il futuro, né mi voglio atteggiare a “super detective”, in realtà sono soltanto un criminologo che cerca di fare bene e responsabilmente il suo mestiere. Non ho mai avuto accesso ad alcun documento riservato di questo processo e le mie informazioni sono soltanto quelle pubblicate e quindi in possesso di tutta l’opinione pubblica. Forse, la mia lunga esperienza mi permette di intuire con una certa buona approssimazione ciò che gli inquirenti hanno in mano e i motivi delle loro iniziative, ma non di più. Proprio all’inizio della vicenda apprezzai il comportamento degli inquirenti e del procuratore Lauro che non manifestavano fretta e che avevano correttamente attenzionato il giovane Stasi il quale, nella vicenda, rivestiva il doppio ruolo di fidanzato della vittima e di scopritore del corpo.
Tuttavia gli stessi inquirenti manifestavano disappunto per non riuscire a trovare alcun punto debole, né nella vita e nella personalità della vittima, né in quella del suo giovane fidanzato. Nel frattempo l’opinione pubblica reclamava un colpevole e, all’indomani di una forte puntata di “Porta a Porta” sulla vicenda, il giovane Stasi venne arrestato e si disse che gli indizi fondamentali contro di lui erano costituiti dal fatto che avrebbe mentito agli inquirenti, dicendo di essere stato sul luogo del delitto e di aver visto il cadavere della vittima solo pochi minuti prima di aver allertato la polizia. Il cardine dell’accusa è quindi rappresentato dal comportamento non sincero del soggetto che, nel frattempo, per tutta la stampa, era diventato il “biondino dagli occhi di ghiaccio”. Stranamente per Stasi anche l’essere andato al cimitero o alla messa in suffragio era visto dalla stampa come un atto dimostrativo compiuto da uno che “cammina sull’orlo di un burrone”.
Nessuno si è posto un semplice problema logico: se le scarpe di Stasi sono pulite (a parte il fatto che, come l’attuale perizia ha dimostrato, lo potevano ben essere e comunque bisognava dimostrare “quanto” fossero pulite), questo non dimostra che Stasi sia stato l’autore dell’omicidio perché, se lo fosse stato, le sue scarpe avrebbero dovuto essere macchiate di sangue e al massimo ciò dimostra che non ha calpestato il sangue. Mi sarebbe piaciuto che i bravi cronisti fermi a Garlasco per molto tempo avessero “indagato” per poi dire alla gente quante altre scarpe di tutti coloro che hanno calpestato la scena del crimine fossero macchiate di sangue o fossero pulite. Tutto ciò riguarda solo la logica, ma ancora di più, anche da un punto di vista giuridico, si considera come “indizio” ciò che lega in modo oggettivo l’indagato al luogo del delitto: per esempio, se sulla scena del crimine si fosse trovata l’impronta della scarpa di Stasi (non di una generica ma proprio della scarpa di Stasi), allora questo sarebbe stato un indizio; al contrario, in questo caso l’indizio era negativo, cioè dimostrava la non presenza del soggetto in quel luogo. Se poi applichiamo un po’ di psicologia spicciola, capiamo che il su nominato “indizio” era tale solo nella testa degli inquirenti e a essi confermava la loro ipotesi accusatoria, poi realizzata addirittura in una piccola fiction per dimostrare che a Stasi sarebbero bastati nove minuti per uccidere la sua ragazza. In altri termini egli l’avrebbe uccisa, sarebbe scappato con la bicicletta a casa ove naturalmente si sarebbe cambiato le scarpe e non sarebbe più ritornato sul luogo del delitto. Tutto ciò sarebbe stato confermato inoltre dal cosiddetto sangue di Chiara sul pedale della bici e dai dati provenienti dal computer che smentivano l’alibi del ragazzo. Che dire oggi che entrambi questi elementi sono stati con forza smentiti da periti indipendenti? La verità è che nessuno pensa con la propria testa e forse non lo hanno fatto nemmeno coloro che avrebbero dovuto farlo, perché se questo avessero fatto si sarebbero facilmente resi conto che Stasi non aveva non solo alcun indizio, ma alcuna motivazione per uccidere una ragazza a cui era legato. Nella mente degli investigatori la ricerca della motivazione deve essere elemento prevalente ed è proprio la motivazione, attraverso il gioco del “cui prodest”, a indirizzare verso l’assassino.
Il delitto di Garlasco è stato premeditato e agito con feroce determinazione secondo le modalità che mi sembrano ben descritte da quel po’ che si conosce della perizia medico legale e, se posso sbilanciarmi ancora una volta, potrei dire che si tratta di un delitto di odio (gelosia, rivalità, invidia, ecc.), con molta probabilità eseguito da una donna e certamente ben coperto, forse da interessate complicità. Spero che per amore di verità e per la giustizia dovuta alla vittima e al popolo italiano, questa volta, con la mente sgombra di pregiudizi, le forze dell’ordine individuino la persona veramente colpevole. 2 ottobre 2009
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