Lodo Alfano, scudo fiscale, reato di clandestinità, limiti allo sciopero, Parlamento delegittimato. Un anno di ferite ai diritti e alla democrazia di Aldo Garzia
Si attende che la Consulta - forse già il 6 ottobre - si esprima sulla costituzionalità del lodo Alfano, la legge che rende non processabili le alte cariche dello Stato. Intanto a Montecitorio non si è spento l’eco delle polemiche sull’ennesimo voto di fiducia chiesto sullo scudo fiscale, il provvedimento che assicura impunità e anonimato a chi ha portato i propri capitali all’estero ed estende questo beneficio ai falsi in bilancio. Lodo Alfano e scudo fiscale sono solo due degli sbreghi alla Costituzione inferti dal centrodestra di cui si parla nelle ultime settimane. Al Senato stanno per arrivare il disegno di legge, già approvato dalla Camera, che limita l’uso delle intercettazioni da parte della magistratura, e l’ipotesi di riforma della giustizia messa a punto dal governo. La letteratura giuridica ci ha abituato a distinguere tra Costituzione “formale” (i dettami della Carta entrata in vigore nel 1948) e Costituzione “materiale”, quella che prende atto di modifiche e aggiornamenti “di fatto”. Mentre fino alla fine degli anni Ottanta la Costituzione “materiale” sembrava premiare i mutamenti dei diritti e dei valori democratici che si facevano strada nella realtà sociale italiana, dalla “scesa in campo” di Berlusconi assistiamo a vulnus a senso unico.
Ma cosa pensa il premier della Costituzione? Una verifica l’abbiamo avuta nei primi giorni di febbraio di quest’anno, quando è esploso il “caso Eluana Englaro” e il presidente Giorgio Napolitano si rifiutò di controfirmare il decreto del governo che prevedeva l’obbligo all’alimentazione forzata nonostante il pronunciamento favorevole della Cassazione, dopo un lungo batti e ribatti giuridico, sulla decisione della famiglia di terminare l’accanimento terapeutico nei confronti della loro congiunta che da diciassette anni versava in uno stato vegetativo. «Una riforma della Carta costituzionale è necessaria - disse Berlusconi - perché è una legge fatta molti anni fa sotto l’influsso della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello». Sull’onda di quei giudizi sulla Costituzione che non si sono mai ascoltati in Parlamento dal dopoguerra, Berlusconi è tornato a parlare del tema il 23 maggio di quest’anno: «Sto veramente pensando a un disegno di legge di iniziativa popolare per diminuire a 300 il numero dei deputati e a 150 il numero dei senatori. Voglio vedere il Parlamento non votare positivamente una legge che fosse presentata con il sostegno di milioni e milioni di elettori». Altre esternazioni le aveva fatte all’assemblea di Confindustria che si era tenuta qualche giorno prima: «L’opposizione non è necessaria, non è indispensabile per fare le riforme: c’è da riformare i regolamenti parlamentari, c’è da fare la riforma della giustizia penale per separare gli ordini». Il premier aveva concluso: «Il Parlamento italiano è pletorico. Per fare una legge, normalmente ci vogliono venti mesi. Non si può pretendere di essere uno Stato moderno andando avanti così». Berlusconi si era anche augurato che la riforma dei regolamenti delle Camere potesse prevedere il voto dei soli capigruppo: un’alzata di mano e via! Di fronte a queste parole, Gianfranco Fini ha iniziato a farsi paladino della Costituzione e dei buoni rapporti con il Parlamento e il Quirinale. E forse si può datare il Fini new style proprio a iniziare dalla vicenda Englaro. Il presidente della Camera si è preso l’onere di ricordare che «una legge di iniziativa popolare non può sostituire il Parlamento» e che, di fronte al potere di legiferare, le Camere sono sovrane, anche quando si tratta di temi eticamente sensibili come il biotestamento. Tra Fini e Berlusconi il dissenso politico sull’identità della destra italiana si è trasformato via via in dissenso istituzionale.
Abbiamo ricordato episodi recenti ma l’elenco degli sbreghi alla Costituzione è lungo. Se si parte anche solo dall’anno in corso, la lista è impressionante. Il 25 febbraio 2009 Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, con un disegno di legge di soli tre articoli, ha cambiato le regole del diritto di sciopero nel settore dei trasporti (l’obiettivo è creare un precedente): si possono incrociare le braccia solo se a volerlo è la maggioranza dei lavoratori o dei loro sindacati. Il giorno dopo Napolitano convoca al Quirinale i presidenti di Camera e Senato, segnalando l’uso eccessivo dei decreti legge da parte del governo, a cui si aggiunge l’uso disinvolto del voto di fiducia. A marzo è il “decreto sicurezza” a far discutere. Il governo, su pressione della Lega, fa diventare bersagli da colpire tutti i migranti introducendo il reato penale di immigrazione clandestina. I medici dovrebbero denunciare chi si fa curare senza documenti in regola e i presidi dovrebbero denunciare a loro volta gli alunni che sono figli di extracomunitari clandestini. E che dire delle cosiddette “ronde”? Il 15 marzo, davanti all’assemblea della Confcommercio a Cernobbio, Berlusconi torna a spiegare cosa pensa della Carta costituzionale: «Ogni decreto legge deve essere spiegato al capo dello Stato, anche se questo non lo prevede la Costituzione ma la prassi. Secondo la Costituzione, il governo decide sotto la sua responsabilità e per me la responsabilità non è più del governo se ci deve essere anche il potere di un’altra istituzione». Una settimana dopo, il premier annuncia un “Piano casa” che dovrebbe permettere ai cittadini di aumentare la cubatura delle proprie abitazioni (poi arretra, perché si rende conto che il potere edilizio da far combaciare con i piani paesaggistici è nelle mani degli enti locali). Il 25 aprile Berlusconi partecipa per la prima volta alle manifestazioni che celebrano la liberazione dell’Italia dal nazifascismo e propone di cambiare la natura della ricorrenza trasformandola in una generica “festa della libertà” (anche questa volta all’effetto annuncio non segue più nulla). Il 5 agosto è entrato in vigore il nuovo Testo unico sulla sicurezza sui luoghi di lavoro che modifica la responsabilità delle aziende nel caso venga riconosciuta quella dei dipendenti, mentre prima chi ometteva le regole di sicurezza compiva un reato altrettanto grave come chi materialmente provoca un incidente.
Sbrego costituzionale è anche stravolgere il funzionamento del Parlamento. Delle 78 leggi approvate dalle due Camere nel primo anno di questa legislatura solo 7 sono di iniziativa parlamentare. Ben 33 sono voti di conversione di decreti legge, 4 di bilancio, 3 relativi alla manovra finanziaria, 28 relativi a ratifiche, 10 connessi a leggi ordinarie. Il voto di fiducia è stato chiesto 13 volte alla Camera ma tenendo conto che il decreto sicurezza è stato - come si dice in gergo - “spacchettato” in tre maxi emendamenti, i voti di fiducia a Montecitorio salgono a 16 e con quelli del Senato arrivano a 23. Questa è la Costituzione “materiale” a cui rischiamo di abituarci: forzature, riforme parziali che cambiano diritti e regole istituzionali. Per fortuna la Costituzione “formale” è ancora in vigore. 2 ottobre 2009
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