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Un milione di posti di lavoro. In meno Stampa E-mail
La crisi sta finendo? Macché, il peggio deve ancora arrivare. Le imprese licenziano e in tutta Europa il tasso dei senza impiego è a due cifre. Una crescita lentissima non riuscirà a riassorbirli. Mentre gli ammortizzatori sociali vanno in tilt
di Manuele Bonaccorsi

Impossibile convincere i lavoratori della Alcatel di Battipaglia, che qualche giorno fa hanno minacciato di darsi fuoco per protestare contro la chiusura della loro azienda, che la crisi è ormai finita. Difficilmente il ritorno del segno più davanti alle stime del Pil (si prevede un +0,4 nel secondo semestre 2009) ridarà fiducia ai 38 dipendenti della Nortel, che hanno appeso sul palazzo di vetro che ospita i loro uffici le gigantografie dei propri figli, chiedendo un futuro anche per loro. La campagna urbanizzata del Nord, dove fanno capolino le bandiere e i gazebo dei lavoratori che presidiano le fabbriche per impedirne la chiusura (e le connesse speculazioni immobiliari, Innse docet), non ha accolto con un urlo di gioia i primi dati positivi sui consumi in Germania e negli Usa, principali mete di esportazione dei macchinari made in Italy. Molti inguaribili ottimisti si sbracciano a ripetere che il peggio è passato, ora non si può che risalire. Ma lo tsunami della crisi arriva in ritardo nel mondo del lavoro. A un anno dal crollo della Lehman Brother, mentre le banche d’affari drogate di dollari pubblici tornano a far profitti, il maremoto della recessione investe in pieno il mondo del lavoro. E non ci sono salvagenti. L’inverno del 2008 ha colpito i precari, licenziati in massa, mentre le imprese mettevano in cassa integrazione i dipendenti. L’autunno del 2009 è il momento delle ristrutturazioni. Licenziamenti, chiusure. Perché la ripresa, se ci sarà, si annuncia lenta come una moviola. E gli ammortizzatori sociali, che hanno lenito le ferite della recessione, si dimostrano incapaci di reggere nel tempo. I dati parlano chiaro: dobbiamo abituarci a una disoccupazione a due cifre. E non per qualche mese. Almeno fino a tutto il 2010, forse anche oltre.

A spegnere i sogni di ricchezza
degli inguaribili ottimisti - in primis il governo - ha pensato una fonte difficile da smentire: il centro studi di Confindustria, che pochi giorni fa ha presentato i suoi “scenari economici”. Gli studiosi di viale dell’Astronomia non dubitano di trovarsi dinanzi a «una svolta della congiuntura», nella quale «i germogli di ripresa si sono moltiplicati e qui e là sono divenuti solidi arbusti». Ma non si nasconde che un cespuglio non fa una foresta: «Si tratta di incrementi che, per quanto nettamente migliori delle attese, lasciano ai massimi storici la capacità inutilizzata, aprendo così una stagione di ristrutturazioni e aggiustamenti profondi nel tessuto industriale». Passata la tempesta, cioè, le imprese contano i danni e si preparano all’era glaciale: anni di bassa crescita. Per non morire bisogna tagliare. E se i precari sono già stati mandati a spasso, ora tocca ai lavoratori stabili. Spiegano gli economisti di Confindustria: «La variazione delle unità di lavoro a tempo pieno tra il primo trimestre 2008 e il primo 2009 è stata del -2 per cento, contro il -6 per cento del Pil. Quest’ampio divario ha causato una marcata diminuzione della produttività che non è sostenibile dalle imprese senza mettere a repentaglio la loro stessa sopravvivenza. In altre parole, le aziende hanno sacrificato fin qui i bilanci alla difesa dei posti di lavoro ma non è una politica che può reggere nel tempo» (con l’aiuto prezioso - questo Confindustria non lo ricorda - di un abbondante uso di ammortizzatori sociali che hanno salvato dal terremoto i conti delle imprese). Dunque, liberi tutti: si licenzia. E la debole crescita del Pil non riuscirà a riassorbire la manodopera in eccesso. La conseguenza? Confindustria stima 700mila nuovi disoccupati entro il 2010 e un tasso di disoccupazione che schizza dal 6,7 per cento del 2008 al 9,5 per cento all’inizio del prossimo anno. In linea con la media Ue calcolata dall’Eurostat. Mentre l’Ires, il centro studi della Cgil, prevede un tasso del 10,7 per cento alla fine del 2010. Un milione di nuovi disoccupati.

È un fenomeno fisiologico, gli effetti sull’occupazione sono ritardati in tutte le crisi», spiega Stefano Fassina, economista “bocconiano” e responsabile finanza pubblica del Pd. «Le aziende iniziano prima a non investire, poi non rinnovano i contratti a termine, infine passano ai licenziamenti. Con una crescita debole, che non consentirà di riassorbire i disoccupati, ci avviciniamo a un periodo di elevata disoccupazione strutturale». E per chi perde il lavoro, alla lunga, non esiste welfare che tenga. Nonostante la dichiarazioni del ministro Giulio Tremonti («non lasceremo nessuno indietro, i fondi per gli ammortizzatori sociali sono oltre l’immaginabile»), c’è ancora chi non ha alcuna protezione. Un esempio? «Un lavoratore sotto i cinquant’anni che avesse cominciato a usufruire dell’indennità di disoccupazione a gennaio 2009, da questo settembre sarebbe privo di qualsiasi sostegno al reddito», spiega Claudio Treves, responsabile del dipartimento welfare della Cgil. Ancora: «All’Inps sono giacenti qualcosa come 150mia domande di disoccupazione. Nei prossimi mesi molte potrebbero scadere». Lo dice la legge: l’indennità di disoccupazione dura solo otto mesi. Ed è rivolta a coloro che hanno versato almeno una settimana di contributi due anni prima e hanno lavorato almeno 52 settimane negli ultimi 48 mesi. Poco male, in un mercato del lavoro come quello pre crisi, dove trovare impiego - sottopagato, certo, e precario - era però relativamente facile. Ma con tre milioni di disoccupati, che le imprese non possono strutturalmente riassorbire, l’indennità di disoccupazione sarebbe inservibile. C’è poi il capitolo della cassa integrazione. Il limite per quella ordinaria è di 52 settimane nell’arco di cinque anni. In molte imprese i limiti stanno per essere superati, specie nel settore metalmeccanico. Tanto che la Fiom ha recentemente chiesto di raddoppiare la Cig a 104 settimane. Senza ricevere alcuna risposta. Il governo, infatti, punta tutto sugli ammortizzatori “in deroga”. «Degli 8 miliardi stanziati dall’esecutivo restano, per il 2009, solo 500 milioni. Per il 2010 la dotazione è di 5 miliardi. Potrebbe essere sufficiente. Ma per chi supera i limiti della disoccupazione, o per il milione di dipendenti che non ha acceso ai requisiti (specie giovani e irregolari) manca qualsiasi protezione», spiega Treves. Servirebbe, insomma, un’ulteriore iniezione di liquidità per finanziare ammortizzatori “universali”, validi per tutti. Ma l’appuntamento della riforma del welfare viene rimandato ormai da anni: almeno dal 2007, quando il governo Prodi firmò coi sindacati un protocollo e, tra mille polemiche, fece approvare dal Parlamento una legge delega. Delega che il nuovo esecutivo ha lasciato in fondo al cassetto.

«Serve una riforma del welfare che estenda le protezioni a tutti», si augura il democratico Stefano Fassina. Ma in fin dei conti - ammette l’economista - l’unica vera uscita dalla crisi è «potenziare la crescita economica, col sostegno alla domanda, in modo che chi perda il lavoro possa ritrovarlo». Non sarà una sfida facile. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che non basta il segno più per parlare di uscita dalla crisi: «La recessione sarà finita solo quanto si tornerà ai livelli precedenti», ha affermato il premier dell’ex locomotiva europea. E qui c’è un altro punto caldo. La recessione globale ha investito tutto il mondo con eguale violenza e tempismo. Ma l’uscita dalla crisi sarà a più velocità. Secondo le stime di Confindustria per tornare ai livelli pre crisi gli Usa e la Spagna impiegheranno tre anni, uno la Francia, quattro la Germania. E l’Italia? Il doppio, otto anni. Perché la crescita del Belpaese, ha recentemente ricordato  il governatore di Bankitalia Mario Draghi, è stato per tutti gli anni 2000 la più bassa d’Europa. Insomma, non basta attendere che il tempo passi. Ci vuole un cambio di passo: «Bisognerà abituarsi al fatto che il commercio mondiale, per lungo tempo, risulterà stagnante. La grande novità della crisi è che la spugna delle eccedenze produttive mondiali, gli Usa, non potrà più svolgere questo ruolo. Il che significa che bisogna necessariamente sostituire la domanda estera con la domanda interna», è l’analisi di Emiliano Brancaccio, economista marxista, docente all’università del Sannio. «Per far questo non basta intervenire sugli ammortizzatori sociali. Serve un salto di qualità: una riforma del sistema fiscale, basato su un maggiore carico alle categorie più forti, e un intervento dello Stato nei settori strategici». E, perchè no, un ritorno del protezionismo: «L’equazione protezionismo uguale nazionalismo uguale fascismo è a dir poco semplicistica. E questo è un grave errore di analisi della sinistra: se noi rimaniamo in condizioni di piena apertura dei mercati auspicando un’improbabile ripresa del commercio internazionale, potremmo farci molto male». L’Italia, per Brancaccio, rischia una vera e propria deindustrializzazione: «La crisi colpisce in modo significativo le imprese con maggiore esposizione debitoria, quelle che avevano coraggiosamente deciso di innovare. Non solo: il tessuto produttivo italiano fatto di piccole imprese dedite all’esportazione non è strutturalmente in grado di resistere a una prolungata stagnazione. È a rischio scomparsa». Centinaia di migliaia di lavoratori se ne stanno già rendendo conto.

18 settembre 2009

 
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