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di Massimo Fagioli Ho ascoltato, in una delle tante trasmissioni radiofoniche su Darwin che la scimmia, di cui osservava il comportamento stando davanti allo specchio, cercava con le zampe, dietro la sua immagine, chi stava dietro. Ed io, di nuovo, ricordo quanto Freud racconta in Al di là del principio del piacere: dopo il gioco del rocchetto che spariva oltre la sponda del lettino e poi riappariva, il nipotino, stando davanti allo specchio, si accucciava sul pavimento e faceva sparire se stesso. Poi ricordo anche Lacan che osservò che il bambino verso i 7-8 mesi di vita, davanti allo specchio, manifesta eccitazione e gioia e parlò di fase giubilatoria. E Lacan era, insieme a Pichon e Laforgue, tra gli psicoanalisti che, negli anni Venti, osservarono “lo scotoma”, ovvero quel fenomeno per cui, avendo davanti agli occhi un oggetto, l’individuo non lo vede pur non avendo nessun difetto alla vista; poi pensò il termine forclusion. Nel 1895 Freud, inventando il termine parafrenia, aveva pensato alla parola proiezione, perché aveva intuito che il soggetto poneva all’esterno di sé, in un altro, un’idea che era propria. Poi Ferenczi gli scrisse che aveva pensato la parola introiezione, ovvero qualcosa che il bambino mette fantasticamente dentro di sé. Ferenczi pensò ad un atto della mente e fu geniale, perché nel neonato non c’è nessuna possibilità di introdurre nel corpo, ingoiandola, la mammella della madre. Freud utilizzò questa idea di Ferenczi per razionalizzare la sua idea di identificazione e costruire l’identità dell’uomo (non della donna) nella formula “identificazione con il padre”. E, mentre penso alla frase “mettere fuori di sé”, rivedo la sala Feltrinelli dove fu presentato il libro Fantasia di sparizione e risento Antonio Marinelli ed Anna Homberg che dicono insieme, in un irreale suono che fonde una voce maschile con una femminile, Geworfenheit. è la parola inventata da Heidegger per dire «essere gettato nel mondo». E mi insegnano che, in verità werfen, partorire, si riferisce al parto animale. Otto Rank aveva scritto, nel 1923, Il trauma della nascita.
Ma ora, forse perché sono passati tanti anni, penso ad un mio rifiuto viscerale del fascismo. Ricordo anche che c’era stata la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione comunista in Russia, il fascismo e, più tardi, il nazismo. Non voglio pensare troppo; temo che la fantasia vada ai movimenti invisibili della storia e superi i limiti della credibilità che il pensiero della veglia concede. Dico soltanto che, negli anni Venti, si parla di nascita in modo diverso, da Rank ad Heidegger. Compare Die Verneinung, ovvero la negazione e viene respinta l’idea della nascita e dello scotoma e si ribadisce la rimozione, ovvero la dimenticanza, ed io vidi che la mente di Freud poteva pensare soltanto la realtà materiale e pensai: rimozione uguale a spostamento di un corpo nello spazio. E vidi anche che né l’uno né l’altro sanno distinguere la negazione dal rifiuto.
Ora è forte la tragedia degli immigrati che vogliono vivere ed il 3 settembre, su l’Unità, leggo che Flore Murard dice che, il 21 agosto, io scrissi “antifascismo è la conoscenza della parola trasformazione...”, ed io ricordo che, il 1° aprile, la stessa scriveva “...quella che, forse, potrebbe davvero spiegare la violenza interumana: la «pulsione di annullamento»... aggressività, sadismo, distruttività. Si tratta di un livello di violenza più profondo dove, dalla negazione dell’altro, si passa al suo annullamento”. Il giornale, fondato da Gramsci nel 1924, parla di negazione e di annullamento. Da alcuni mesi la stampa e la televisione si sono interessate dello psichiatra dell’Analisi collettiva ma soltanto tre persone hanno nominato la pulsione di annullamento, dicendo che tale scoperta è un pensiero nazista ed una turpitudine (sic!). Compare alla mente quel pensiero senza ragione che cerca di vedere al di là della percezione sensibile e del ricordo cosciente. E viene la domanda della coscienza “perché vollero cercare di comprendere la nascita dei... mammiferi? Perché osservarono «lo scotoma» e non riuscirono a comprenderlo?”. Era forse la contraddizione delle parole “non vedere un oggetto percepito esattamente?”. Oppure perché colui che era considerato il gran sacerdote dell’inconscio aveva detto che esisteva soltanto la rimozione e che non c’era nessuna “cesura” tra la biologia del feto nell’utero materno e il neonato, annullando anche il fatto percepibile del respiro e del vagito? Era perché, nel 1920, Freud aveva parlato di istinto di morte, ma non era andato oltre il pensiero e la parola distruzione che è una violenza manifesta e percepibile dalla coscienza? La negazione: pensare di vedere ciò che non è. Essere convinti, per una immagine formatasi nel pensiero della notte, che l’altro è basso e stupido ed, al contrario è alto ed intelligente, senza che ciò sia bugia cosciente. Se la negazione è convinzione cosciente di ciò che non è, manifestamente è malattia della mente, ovvero delirio. L’annullamento: pensare di sapere che l’altro non esiste.
Ora, ricordando il mio rifiuto dell’antipsichiatria, che mirava a distruggere il sapere della violenza invisibile, torno sui miei passi e ripenso agli inizi del secolo scorso e mi chiedo se le parole psichiatria e psicoterapia, composte dall’inizio alla fine dell’800, avessero stimolato la ricerca sull’inconscio, parola che era emersa già da un secolo, anche se con il significato di cosa umana sconosciuta ed inconoscibile. Penso all’arte ed a Picasso; la mano creava figure e forme che non erano la riproduzione della percezione cosciente. Forse devo a lui la dizione: immagini inconsce che non sono la descrizione di quelle del sogno; sono inconsce ma non oniriche. Sentii che Picasso diceva che l’inconoscibile erano immagini create dalla mente senza coscienza. Freud, invece, aveva scritto che nel passaggio dal sonno alla veglia, il presidente Schreber era impazzito; Kafka similmente, che Gregorio Samsa era convinto di essere un “enorme insetto immondo”. Picasso dimostra dipingendo, che la mano, invasa dal pensiero senza coscienza, fa immagini strane che non dicono qual è la realtà del mondo che, nella veglia, i sensi percepiscono e la coscienza pensa. Sono creazioni di un pensiero che non è ragione. Sono immagini inventate che noi formiamo e vanno fuori da noi, negli altri esseri umani. E ciò che non è figura di memoria cosciente diventa altro diverso dalla coscienza e dalla ragione. Ma tanti creano, nel sonno, figure mostruose che, proiettate come se fosse vomito, fanno l’altro come Caino ed il brutto e cattivo non è un essere umano e va ucciso.
Ora ricordo le parole di Buttiglione, lette su la Repubblica, “una legge priva di una base etica o religiosa finisce per essere solo una norma inspirata al pragmatismo o all’affarismo”. Io penso alle parole fantasia di sparizione e, all’opposto pulsione di annullamento: indicano realtà umane distinte l’una dall’altra. E la dinamica dell’invisibile umano alla nascita, oltre al respiro ed il vagito, è la fantasia di sparizione. C’è una grande cesura tra il buio della realtà endouterina e la luce della realtà extrauterina. Nasce, dalla realtà biologica, la capacità di immaginare. La pulsione di annullamento non c’è nella realtà della nascita perché il feto ha in sé la vitalità che si fonde alla pulsione, senza che ci sia un intervallo, neppure infinitesimale, di tempo. Si vede dopo, nel paziente che fa psicoterapia, e si comprende che ha perduto la vitalità ed è diventato anaffettivo; e, terribilmente, realizza l’essere per l’eliminazione-sparizione dall’altro essere umano che... non esiste più perché “non è mai esistito”. Mi vengono in mente il nome Spinoza ed i forni crematori ed i desaparecidos.
Da tempo si parla della realtà di prima e dopo il respiro della nascita. Ancora molti non vogliono pensare alle parole «prima non c’è una realtà che poi c’è». Il corpo esiste anche prima del respiro e del vagito, ma non c’è la vita che poi c’è per un tempo finito. Freud pensava alla rimozione, ovvero realizzava soltanto l’esistenza dello spostamento di oggetti nello spazio. Non pensava alla parola tempo, perché non era in grado di pensare la parola trasformazione. Heidegger fu più intelligente e tentò di raggiungere l’identità umana oltre la ragione. Pensò ad un irrazionale, ma vide soltanto un essere umano che andava oltre la distruzione del male del Dio della Bibbia; teorizzò l’essere per l’eliminazione dell’esistenza dell’altro senza vedere la pulsione di annullamento. Restò alle parole comuni che indicano il fatto dell’annientamento e della eliminazione dei corpi, ma non pensò alla sparizione della vitalità dell’altro dovuta alla pulsione di annullamento. Non pensò alla causa della malattia mentale. Non poteva pensarla perché non vide la vitalità, caratteristica esclusivamente umana. Forse la voce di quaranta anni fa che disse: fantasia di sparizione, fu udita. Poi sembrò il silenzio; ora la capacità di immaginare è una grande speranza. |